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Inquinamento, Ue verso la quinta procedura d’infrazione per i depuratori della Sicilia

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Inquinamento, Ue verso la quinta procedura d’infrazione per i depuratori della Sicilia

lunedì 09 Dicembre 2019 - 11:38
Inquinamento, Ue verso la quinta procedura d’infrazione per i depuratori della Sicilia

In ben cinquanta Comuni dell'Isola. Ritardi burocratici e anche il caso d'un lavoro eseguito sì, ma nel posto sbagliato. Alla fine di novembre a Catania il pesante giudizio della Commissione parlamentare sulle Ecomafie sulla situazione nella Sicilia orientale. La situazione complessiva delle infrazioni e le sanzioni europee

Tra ritardi burocratici e “distrazioni”, la Sicilia rischia la quinta procedura d’infrazione dell’Unione europea per la mancata depurazione delle acque in cinquanta Comuni, che si aggiungono ai 243 dove non sono stati fatti i lavori e per i quali l’Europa ha già sanzionato l’Isola.

In una Sicilia in cui ci sono trecentonovanta Comuni, insomma, tre quarti hanno problemi di inquinamento

Oltre alla burocrazia lenta, si è anche verificato un errore materiale nell’opera di consolidamento di un costone (propedeutica alla costruzione del depuratore a Castellammare del Golfo, nel Trapanese): è stata messa in sicurezza la parte sbagliata, lasciando intatta quella a rischio.

A rivelarlo è stato Enrico Rolle, il commissario nominato per rimediare ai ritardi, in un’intervista al Giornale di Sicili.

Rolle ha tenuto a sottolineare che il suo ruolo “non prevede il potere di ordinanza che permetterebbe di imporre tempi certi alle amministrazioni che devono collaborare con la struttura commissariale. E così spesso per una valutazione di impatto ambientale passa un tempo enorme”.

Due delle quattro procedure d’infrazione si sono già concluse con una multa di ben quindici milioni di euro. Una terza è in corso e sulla quarta il commissario sta lavorando per evitare che arrivi la batosta.

“La Sicilia – spiega Rolle – aveva a disposizione un miliardo per realizzare reti fognarie e depuratori. Ma gli appalti hanno viaggiato in passato molto a rilento. Oggi il budget è cresciuto di altri quattrocento milioni di euro”.

La Commissione parlamentare sulle Ecomafie

Alla fine di novembre, dopo tre giorni di audizioni nella Prefettura di Catania, il presidente della Commissione parlamentare sulle Ecomafie, Stefano Vignaroli, aveva dichiarato: “In Sicilia orientale abbiamo trovato una situazione molto grave, in cui si fa ben poco per tutelare il mare, una risorsa fondamentale. Un esempio su tutti è Augusta, dove scarica a mare anche l’ospedale”.

La Commissione aveva parlato di situazione particolarmente preoccupante riguardo alla depurazione: quasi la metà degli abitanti della parte orientale dell’Isola non è servito da un depuratore, perché anche quando gli impianti ci sono, non funzionano o funzionano male.
“In otto Comuni su dieci – ha sottolineato Vignaroli – ci sono problemi di depurazione delle acque, nonostante venga spesa una gran quantità di denaro pubblico. Senza contare quanto ci costano le procedura d’infrazione Ue”.

E aveva ricordato come proprio il commissario governativo Rolle stesse cercando di risolvere le problematiche relative ai depuratori in Sicilia.

“Ma – ha detto – la strada è in salita sia perché servono fondi considerevoli, sia per gli ostacoli burocratici”.

La situazione delle infrazioni

Nell’agosto scorso la Commissione Ue aveva inviato all’Italia un parere motivato per l’infrazione n.2017/2181, che costituisce la seconda fase della procedura dopo la lettera di costituzione in mora ricevuta lo scorso anno.

In ballo c’erano 276 località fuori norma – la direttiva sulla depurazione risale al 1991 – distribuite su 13 regioni, tra cui ovviamente la Sicilia che di infrazioni in materia di acque reflue è la regina. Un anno dopo l’Italia è riuscita a convincere la Commissione Ue a tagliare dall’elenco 39 aree (appena 2 in Sicilia), mantenendo nel mirino 237 agglomerati (centri urbani o parti di centri urbani) con oltre 2.000 abitanti che non dispongono ancora di adeguati sistemi di raccolta e trattamento delle acque di scarico urbane. Rispetto alla prima lista, pertanto, la Sicilia è passata da 35 a 33, mantenendo nel complesso circa il 14% del totale.

Considerando anche i trenta e più agglomerati dell’ultima procedura, le località siciliane coinvolte a vario titolo nelle procedure di infrazione in materia di depurazione ammontano a circa 280.

La più antica è la 2004/2034 e coinvolge agglomerati con carico generato superiore a 15 mila abitanti equivalenti. Quest’ultima si trova già in sentenza di condanna (19 luglio 2012) e riguarda 110 agglomerati isolani, praticamente il 63% di quelli coinvolti a livello nazionale.

La successiva è la 2009/2034 e si riferisce agli agglomerati con carico generato superiore a 10 mila abitanti equivalenti che scaricano in aree definite “sensibili”. Anche in questo caso si è arrivati alla sentenza di condanna (10 aprile 2014) per una procedura che vede 41 agglomerati nazionali, di cui 5 siciliani (5% del totale).

Le sanzioni europee

La Commissione Ue ha già battuto cassa per quelle procedure che sono arrivate fino alla Corte di Giustizia comunitaria che poi ha condannato l’Italia a pagare. In passato già 25 milioni di euro, più 30 milioni per ogni semestre di ritardo nella messa a norma di oltre settanta centri urbani o aree sprovvisti di reti fognarie e adeguati depuratori.

Un documento della Regione, in allegato alla deliberazione di Giunta n.80 relativa al “Servizio idrico integrato- Finanziamento per l’adeguamento delle reti e per la depurazione” dello scorso febbraio, ha spiegato come le sanzioni vengono determinate su “scala nazionale e vanno poi ripartite, ai fini della valutazione delle responsabilità connesse al diritto di rivalsa, in funzione della consistenza territoriale degli agglomerati fuori norma”.

Il calcolo della Regione rivela che la quota a carico della Sicilia per le sanzioni, dal 2012, ammonterebbe a circa 97 mila euro al giorno. E lo Stato ha già “manifestato ufficialmente l’intenzione di esercitare il diritto di rivalsa nei confronti di Regioni o di altri Enti pubblici responsabili di tali infrazioni”. Sulla base di questo ragionamento il percorso obbligato di rimborso arriverebbe fino alla tasche dei cittadini a partire dal “bilancio regionale, ma dovrebbe essere poi ripartito pro-quota nei confronti degli altri enti le cui inadempienza hanno contribuito, e contribuiscono tuttora, a determinare le procedure di infrazione”.

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