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Intelligenza artificiale? No, enorme software

Intelligenza artificiale? No, enorme software
IA (Imagoeconomica)

Strumenti potenti, ma strumenti

C’è chi ha interesse a confondere tanta gente, quella che non ha i requisiti per capire bene le cose, non avendo studiato abbastanza. Chi fa informazione deve difendere queste persone dai blablatori perché, appunto, non hanno gli strumenti necessari all’autodifesa.

È del tutto falso classificare “intelligenza” un insieme enorme di software e hardware capaci di elaborare un’altrettanto enorme mole di informazioni in tempo reale. Per cui, quando si consultano le fonti come Gemini, Chat Gpt, Claude, eccetera, si ottengono risultati abbastanza ben fatti, anche se infarciti di errori. Tant’è vero che vi è sempre l’avvertenza che chi li riscontra possa correggerli.

L’intelligenza artificiale non è dei nostri giorni

Nel mondo in cui la vera arma è la tecnologia digitale, questo nuovo filone assume ancora più importanza. Va detto subito, prima di proseguire, che la cosiddetta Intelligenza artificiale (Ia) non è dei nostri giorni, ma ha una storia lunga più di ottant’anni. Dalla teoria che è alla base degli algoritmi di deep learning, proposta dagli scienziati Walter Pitts e Warren McCulloch, la metafora dell’intelligenza artificiale è stata pensata nel 1956 da John McCarthy, uno degli organizzatori della Conferenza di Dartmouth, ove venne per la prima volta usato tale termine.

Dunque, la cosiddetta intelligenza artificiale non è altro che, ripetiamo, una massa enorme di software gestiti da una massa enorme di hardware, ma di intelligente non ha assolutamente niente.

Cosa significa davvero “intelligenza”

Ricordiamo che per intelligenza, come da definizione dell’enciclopedia, si intende: “La facoltà di pensare, di concepire e intendere con la mente, più o meno sviluppata da persona a persona”. Dal che deriva facilmente l’osservazione che i software non pensano, non concepiscono e non intendono assolutamente nulla.

Potremmo pensare che dietro la volontà di coniare tale termine vi sia un fine subdolo, che è appunto quello di confondere le persone, le quali cominciano ad affidarsi sempre di più e sempre più ciecamente all’Ia, considerandola, appunto, intelligente.

A ogni modo possiamo dire che la denominazione Intelligenza artificiale sia un imbroglio perché non ha alcuna caratteristica dell’intelligenza umana, la quale è qualcosa di immateriale che si estrinseca in comportamenti concreti o teorici.

Le macchine non possono prevalere sugli umani

Perché supponiamo che vi sia malafede in chi ha coniato questi termini? Perché è del tutto evidente che le macchine non possono essere intelligenti, in quanto sono create dagli esseri umani per raggiungere determinati fini, che gli stessi hanno stabilito.

Qualcuno, sempre con l’intenzione di ingannare la moltitudine, ha anche detto che esse potrebbero addirittura prevaricare gli umani e condizionarli, accreditando loro una volontà che non possiedono. Si tratta di un’ulteriore mistificazione per spaventare coloro che non hanno i requisiti atti a ragionare con la propria testa e non con quella degli altri.

L’Ia come strumento, non come intelligenza

Al contrario, bisognerebbe diffondere cultura e conoscenza, affinché i cittadini sviluppino la capacità indipendente di ragionare e di valutare fatti e circostanze. In tale prospettiva, l’Ia verrebbe vista per ciò che è: uno strumento potente, ma pur sempre uno strumento.

Tutto ciò è, però, contrario all’interesse delle lobby e dei centri di potere, i quali, invece, intendono governare la massa delle persone per raggiungere i propri fini egoistici, lontani da quelli generali.

La questione è molto delicata ed è anche difficile da rappresentare all’Opinione pubblica, ma noi abbiamo il dovere di farlo, anche se incontreremo critiche di vario genere.

Ognuno la pensi come vuole, ma la realtà è incontrovertibile. Qui non si tratta di opinare se i software sono o meno intelligenti, ma di accettare che non lo sono, perché si tratta di strumenti digitali e strumenti fisici che hanno innumerevoli e ampie capacità, ma non hanno la capacità di pensare, propria degli esseri umani.

Dal pensiero greco all’era digitale

La questione è vecchia come il cucco perché sono secoli che scrittori, intellettuali e pensatori di ogni genere, a cominciare dai greci, hanno messo in evidenza che le persone sono dotate – inspiegabilmente – di un qualcosa che viene definito in diversi modi: volontà, intelletto, spirito, mente o anima. Dunque, il corpo non pensa; la struttura immateriale, diversamente nominata, invece sì.