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L’Italia compra tre quarti dell’energia all’estero e paga ogni guerra in bolletta

L’Italia compra tre quarti dell’energia all’estero e paga ogni guerra in bolletta

Il nostro Paese è tra gli Stati dell’Ue più “dipendenti”. Rinnovabili e nucleare come via d’uscita

Quella energetica è da sempre, ma nel XXI secolo ancor di più, una questione che intreccia piani diversi, da quello geopolitico a quello ambientale. Attorno all’energia, al fabbisogno che i singoli Paesi ritengono di avere, alle strade che sono disposte a percorrere per soddisfarlo e alle tecnologie che si hanno a disposizione e su cui si decide di investire, si muovono gli equilibri che tengono in pace o, come spesso accade, in guerra i Paesi.

Energia e geopolitica: quando il fabbisogno energetico diventa casus belli

Quasi mai – nemmeno gli Stati Uniti – si dichiara di intervenire con la forza per il bisogno di accaparrarsi le risorse necessarie a garantire ai propri abitanti di condurre la vita a cui sono abituati e alle imprese la possibilità di portare avanti gli interessi economici. In genere – si pensi al caso del Venezuela e all’intervento armato con tanto di arresto del presidente Nicolas Maduro – si cercano altre giustificazioni: dalla lotta alla droga alla necessità di fermare le minacce terroristiche.

Di pari passo, lo scoppio delle guerre determinano lo sconvolgimento di equilibri che comportano, oltre a morti e violenze inaccettabili, anche l’aumento dei costi e, alcune volte, il bisogno di rivedere dalla base i processi tramite cui i governi riescono a soddisfare gli approvvigionamenti energetici. Anche in questo caso di esempi se ne potrebbero fare molti: dal conflitto russo-ucraino, che dal 2022 ha determinato un innalzamento dei prezzi delle materie prime ma anche la necessità di trovare alternative al gas russo, alla più recente aggressione da parte di Israele e Stati Uniti nei confronti dell’Iran, con la chiusura dello stretto di Hormuz e l’aumento dei prezzi dei carburanti. Per questo motivo, il tema dell’indipendenza energetica diventa fondamentale: più un Paese è capace di saper fare da sé più riesce a mettersi al riparo dai contraccolpi geopolitici.

Il rapporto Ue 2024: l’Europa produce il 43% dell’energia che consuma

Il rapporto della Commissione Europea relativo al 2024, pubblicato nelle scorse settimane e basato su dati Eurostat, dice che l’Ue ha prodotto il 43 per cento dell’energia consumata nei Paesi membri, mentre il 57 per cento arriva da fuori. Guardando alle tipologie di fonti energetiche disponibili nel continente, emerge che il 38 per cento era legato a petrolio greggio e prodotti petroliferi, circa il 21 al gas naturale, il 20 per cento alle energie rinnovabili, il 12 al nucleare e circa il 10 per cento ai combustibili solidi. “L’energia disponibile proviene dall’energia prodotta all’interno dell’Ue e dall’energia importata da paesi extra-Ue. Pertanto, per avere una visione d’insieme completa del fabbisogno energetico totale dell’Ue, è sempre necessario contestualizzare la produzione energetica insieme alle importazioni”, si legge in un recente report della Commissione.

Come spesso accade la situazione europea cambia drasticamente da un Paese all’altro: se a Cipro e Malta la disponibilità energetica legata ai prodotti petroliferi ha superato l’85 per cento del totale, ci sono paesi – come la Svezia e la Lettonia – dove le fonti rinnovabili garantiscono già quasi la copertura della metà dell’energia disponibile. Di pari passo, si pensi all’Estonia, paese baltico che confina con la Lettonia, i combustibili solidi rappresentavano il 50 per cento della fonte energetica a disposizione. In questo quadro, il “mix energetico” a disposizione dell’Italia nel 2024 è stato costituito da prodotti petroliferi per il 37,9 per cento, dal 35,6 per cento – il Paese europeo che ne fruisce di più – di gas naturale, dal 20,9 per cento di energia rinnovabile e infine da un 2,5 per cento di combustibili solidi.

Produzione di energia nell’Ue: le rinnovabili al 48%, il nucleare al 28%

Altro discorso interessante arriva dal dato riguardante esclusivamente la produzione di energia dentro l’Ue: in questo le rinnovabili rappresentano il 48 per cento del totale, seguita dal nucleare – su cui operano soltanto alcuni Paesi – con il 28 per cento, combustibili solidi (15%), gas naturale (5%) e petrolio greggio (3%).

Anche in questo caso il dettaglio dei singoli Paesi rilascia fotografie diverse. A Malta quella rinnovabile è l’unica fonte da cui si produce energia, praticamente lo stesso in Lettonia, Portogallo e Cipro, dove ci si attesta rispettivamente al 99, 98 e 96 per cento. I combustibili solidi invece sono stati la principale fonte di energia prodotta in Polonia (65%), Estonia (51%) e Repubblica Ceca (39%), mentre la produzione di gas naturale ha interessato soprattutto la Romania e i Paesi Bassi (entrambi 36%), l’Irlanda (30%) e la Croazia (15%). Per quanto riguarda il petrolio greggio, invece, i dati dicono che la quota di produzione maggiore è spettata alla Danimarca (29%), seguita da Croazia (15%), Romania e Italia (entrambe al 13%).

Nel nostro paese la produzione di rinnovabili vale quasi il 78 per cento del totale (dell’energia prodotta, va ribadito, non di quella consumata), mentre il resto è legato alla gas (5,9%) e ai combustibili solidi (3,3%).

Petrolio dagli Usa, gas dalla Norvegia e dall’Algeria

Tutti i numeri appena citati non raccontano però il rapporto che c’è tra l’Ue e il resto del mondo in materia energetico. Il continente, come detto, ha usufruito del 57 per cento dell’energia proveniente da fuori i propri confini. “Nel 2024 – si legge nel report della Commissione Ue – la principale categoria di prodotti energetici importati era costituita da petrolio e prodotti petroliferi, rappresentando il 67 per cento delle importazioni di energia, seguito dal gas naturale (24%), combustibili fossili solidi (4%), elettricità (3%) ed energie rinnovabili (2%)”. La grandezza e la localizzazione dei singoli Paesi membri condizionano in misura diversa il grado di indipendenza energetico. Cipro e Malta, per esempio, hanno importato da fuori i propri confini ben il 96 per cento e l’86 per cento dei prodotti petroliferi, ma anche la Grecia e la Svezia hanno mostrato ampia dipendenza attestandosi tra l’84 e l’85 per cento. L’Italia, anche per via dell’elevato uso che ne fa, ha importato il 37 per cento di gas naturale, seguita da Danimarca, Germania e Francia. La Slovacchia invece è la nazione che ha importato più combustibili fossili (15%).

Italia al 73,9% di dipendenza energetica

Nel 2024 l’Italia ha registrato uno dei livelli di dipendenza maggiori dalle importazioni energetiche: il tasso complessivo è stato individuato nel 73,9 per cento. A fare peggio, e dunque a essere meno indipendenti, sono stati soltanto Malta (98,4%), Lussemburgo (91%), Cipro (87,7%), Irlanda (79,5%), Grecia (77,7%) e Belgio (75,4%).

Per un continente ancora troppo poco indipendente, chi sono i Paesi extra-Ue da cui maggiormente arrivano le risorse energetiche? Nel 2024, il petrolio e prodotti petroliferi sono arrivati soprattutto da Stati Uniti (16%), Norvegia (12%), Kazakistan (9%), Arabia Saudita (8%), Regno Unito e Libia (entrambi 6%). Il gas naturale invece per il 30 per cento dalla Norvegia, seguita da Stati Uniti (17%) e Algeria e Russia entrambe con il 14 per cento. Per ciò che concerne i combustibili fossili solidi – soprattutto carbone – il 31 per cento è arrivato dall’Australia, seguono Stati Uniti (28%), Colombia (15%), Kazakistan (8%) e Sudafrica (6%).

Dove finisce l’energia consumata nell’Ue

Anche in campo energetico, così come accade in altri settori, come per esempio quello dell’acqua, esistono fenomeni di perdite. “Nel 2024, il 66 per cento dell’energia è stata consumata dagli utenti finali, come per esempio famiglie, industria e trasporti. Il restante 34 per cento – si legge nel report – è stato perso principalmente durante la generazione e la distribuzione di elettricità, utilizzato per supportare i processi di produzione di energia o consumato in usi non energetici (come asfalto o bitume)”.

Infine, un ultime indice che completa la fotografia dell’impiego dell’energia nell’Ue descrive la destinazione dell’energia: “Il 31 per cento del consumo energetico è stato attribuito ai trasporti; il 27 è stato utilizzato dalle famiglie private nelle case dei cittadini, con il riscaldamento degli ambienti che ha rappresentato i due terzi di questo consumo; il 25 destinato all’industria, con i settori chimico e petrolchimico che rappresentano il sotto-settore più ampio, assorbendo un quinto dell’energia totale di questo gruppo; il 13 per cento a servizi commerciali e pubblici, mentre il 3 per cento ad agricoltura, silvicoltura e pesca“.

Nucleare, in Francia copre il 40% del fabbisogno. Roma ci riprova

Nel report della Commissione Europeo sui fabbisogni energetici e i livelli di indipendenza dagli approvvigionamento estero dei singoli paesi membri trova spazio anche il nucleare. Si tratta di una delle fonti più discusse negli ultimi decenni, un tema che divide l’opinione pubblica tra chi teme i rischi connessi a incidenti e gestione delle scorie e chi invece vede in esso una tecnologia oggi sufficientemente sicura e soprattutto capace di favorire l’indipendenza dell’Italia. Giovedì alla Camera dei Deputati è stato approvato il disegno di legge per affidare la delega al governo di lavorare a una normativa in materia di energia nucleare.

A sostenere il ddl è stata la maggioranza di centrodestra che appoggia Giorgia Meloni, ma anche Azione di Carlo Calenda. Astensione da parte di Italia Viva di Matteo Renzi, mentre l’opposizione di centrosinistra (Pd) e sinistra (Avs) ha votato contro. Adesso la palla passa al Senato chiamato a esprimersi sul ddl. Nel 2024, in Europa l’energia nucleare rappresentava il 12 per cento del mix a disposizione dell’Unione. Tuttavia sono pochi i paesi impegnati nella sua produzione: in Francia rappresentava oltre il 40 per cento dell’energia disponibile, in Slovacchia circa il 30 e in Svezia il 26 per cento. L’elenco è poi composto da Bulgaria con il 23,7 per cento, Finlandia con il 23,4, Slovenia con il 21,7, e poi a scendere Repubblica Ceca (19,5%), Ungheria (16,6%), Belgio (13,2%), Spagna (11,1%) e Romania (9,1%).

A questo gruppo potrebbe aggiungersi l’Italia. Secondo il ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin anche nel giro di un decennio. “Il nucleare sostenibile significa più sicurezza energetica, più decarbonizzazione, più indipendenza. In un mondo in cui la domanda di energia è destinata a crescere rapidamente, anche per effetto dell’intelligenza artificiale, dei data center, dell’elettrificazione industriale e civile, chi sarà in grado di produrre energia sarà più libero, più forte e più sicuro”. Il ministro ha specificato che in Italia la legge prevedrà l’utilizzo soltanto a fini civili e non militari.

Per Calenda, unico sostenitore fuori dalla maggioranza di governo, l’energia nucleare è l’unica tecnologia che “ci consente di essere indipendenti, di pagare poco e di emettere nulla”.

Decisamente più scettici gli esponenti di Avs: “Il governo racconta bugie agli italiani. Il nucleare di oggi presenta molti problemi: la lunghezza, la durata per poter realizzare le centrali, il costo”, ha dichiarato Angelo Bonelli. Più cauto il leader del M5s Giuseppe Conte: “Non ho un approccio ideologico. Vero, c’è stato un referendum che ha detto no, ma è cambiato il mondo. Io sono favorevole alla fusione, ma il governo parla di fissione”.