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L. elettorale, ‘campo largo’ dice no ma si apre partita leadership

L. elettorale, ‘campo largo’ dice no ma si apre partita leadership

Il centrosinistra costretto ad accelerare su candidato premier

Roma, 26 feb. (askanews) – La mossa di Giorgia Meloni era ampiamente stata messa in conto nel ‘campo largo’, ma non per questo crea meno scompiglio. La bozza di nuova legge elettorale ha fatto scattare l’allarme nel centrosinistra, sia per la scelta dei tempi del centrodestra – in piena campagna referendaria – sia perché contiene quell’obbligo di indicare il capo della coalizione che rischia di far saltare il delicato equilibrio tra le forze di opposizione costruito fin qui innanzitutto dalla segretaria Pd Elly Schlein.

La leader Pd ha subito fatto il punto con i dirigenti del partito e con i parlamentari esperti della materia, per poi presentarsi davanti alle telecamere con una linea netta: il Pd valuterà bene il testo al momento opportuno, ma la bozza presentata contiene “elementi inaccettabili come premi alti e senza limiti che rischiano di consegnare a chi vince le elezioni, anche la possibilità di eleggere da soli il presidente della Repubblica”.

E’ una barricata che resterà alzata almeno fino al referendum del mese prossimo: il Pd e gli alleati sono convinti che la legge elettorale serva per sovrapporre questo tema a quello della giustizia, che si sta rivelando per la maggioranza più difficile del previsto da gestire. L’accelerazione della Meloni, insiste la Schlein, “evidentemente è il frutto della preoccupazione per l’esito referendario”. E i democratici provano a legare con un filo rosso la separazione delle carriere con questa specie di antipasto di ‘premierato’, come dice Francesco Boccia: “Siamo di fronte ad un metodo inaccettabile e ad una proposta irricevibile. La maggioranza ha solo l’ossessione autoritaria del potere: con la riforma della giustizia vogliono alterare l’equilibrio tra i poteri a favore dell’esecutivo, con l’Autonomia differenziata vogliono spaccare il Paese, con la legge elettorale vogliono dare al governo un potere esorbitante in Parlamento, con un premio di maggioranza a rischio incostituzionalità”.

Che sia una mossa per distrarre l’attenzione lo dice anche Nicola Fratoianni, Avs: “E’ un tentativo bislacco di distogliere l’attenzione e per rimediare ai guai dentro di loro perché cresce la paura che la riforma della giustizia venga rispedita al mittente”. E Angelo Bonelli aggiunge: “Hanno paura che di fronte alla sconfitta referendaria manchi l’intesa in maggioranza? E’ un segnale di grande debolezza presentarla ora”. Critici anche Riccardo Magi di Più Europa (“Una proposta piena di schifezze”).

M5s, rispetto agli altri partiti del ‘campo largo’, non si sofferma sul merito della proposta del centrodestra, Giuseppe Conte preferisce riportare la discussione su giustizia e temi sociali: “Il governo trova l’intesa per la riforma elettorale e per la riforma della giustizia per salvare i politici dalle inchieste, ma nulla per quanto riguarda 60mila rider sfruttati sotto la soglia della povertà, nulla per tutti i nostri giovani sottopagati”. Linea simile a quella di Matteo Renzi: “Giorgia sicura che non ci siano temi più importanti da affrontare per i cittadini?”.

Ma, oltre alla tempistica, la proposta del centrodestra ha un effetto politico ampiamente previsto: di fatto rende ineludibile la discussione sul nome del leader della coalizione, cosa che appunto crea più di un problema nel ‘campo largo’. “Noi – dice un parlamentare Pd sostenitore della Schlein – stavamo ragionando sul congresso da anticipare… A questo punto ripartirà la discussione sulla leadership e sulle primarie”. Primarie che per esempio ipotizza Stefano Patuanelli, M5s: “La strada probabilmente più percorribile è quella delle primarie di coalizione ma serve partire dal presupposto di un progetto serio per il Paese”.

Una questione che complica parecchio la costruzione dell’alleanza. Intanto perché Carlo Calenda già annuncia una corsa solitaria: “Se questa sarà la legge elettorale, se ci sarà l’indicazione del candidato presidente del Consiglio noi concorreremo con una proposta di centro, pragmatica, riformista e molto chiara sulla questione europea e sulle questioni internazionali”. Ma soprattutto perché indicare il leader della coalizione prima del voto costringe ad una discussione che con la legge in vigore si sarebbe potuta rimandare a dopo il voto.

Le primarie, finora, si sono sempre tenute con un leader di fatto già designato, sono state una sorta di cerimonia di investitura e un momento di mobilitazione delle truppe. Nella situazione attuale, con in pista realisticamente la Schlein, Conte e magari almeno un altro nome di area centrista – tipo Silvia Salis – i gazebo rischiano di trasformarsi in un’acrobazia senza rete, difficile prevedere il risultato. Goffredo Bettini qualche giorno fa ha assicurato che le primarie non sarebbero “un elemento di divisione”, ma in realtà rischiano proprio di lasciare ferite difficili da sanare prima del voto. Troppo diverse le linee su questioni di primaria importanza come il riarmo europeo, il posizionamento rispetto ai grandi temi internazionali. Ma anche scegliere il nome con un accordo politico non sembra un’operazione facile, considerando anche quanti – nel Pd e non solo – sono da tempo alla ricerca di un ‘federatore’ che non sia il leader di nessuno dei partiti. Probabilmente proprio ciò che voleva la Meloni.