La carissima crisi delle ex Province regionali, competenze incerte, ma spese ancora alle stelle - QdS

La carissima crisi delle ex Province regionali, competenze incerte, ma spese ancora alle stelle

Paola Giordano

La carissima crisi delle ex Province regionali, competenze incerte, ma spese ancora alle stelle

mercoledì 30 Ottobre 2019 - 00:00
La carissima crisi delle ex Province regionali, competenze incerte, ma spese ancora alle stelle

Il personale costa oltre cento milioni di euro l’anno. In Italia fa peggio solo la Lombardia, ma con più Enti intermedi

PALERMO – A distanza di sei anni dall’annuncio della loro abolizione – fatto in diretta tv Rai dall’allora presidente della Regione Rosario Crocetta – le ex Province regionali siciliane riservano ancora (brutte) sorprese.

Seppur svuotate di risorse e competenze, infatti, continuano a fagocitare ingenti somme di denaro per il proprio personale.
A certificare le decine di milioni destinate a esso (in posizione apicale e dipendente) sono i magistrati contabili della Sezione delle Autonomie della Corte dei Conti nella relazione 2019 sulla spesa per il personale degli Enti territoriali.

I numeri che emergono da tale report non lasciano alcun spazio all’immaginazione: nel 2017 il personale delle ex Province ha sfiorato le 4.100 unità.

Circa 200 persone in più rispetto alla Lombardia, che di Province ne conta ben dodici. Nel dato siciliano, però, non rientra tra gli Enti oggetto di indagine il Libero Consorzio di Siracusa, poiché esso è stato inadempiente all’obbligo di invio delle informazioni al Sistema conoscitivo del personale dipendente dalle amministrazioni pubbliche (Sico) – piattaforma dedicata all’acquisizione dei flussi informativi previsti dal Titolo V del Dlgs. n.165/2001, riguardanti il personale dipendente dalle amministrazioni pubbliche, gestito dal Dipartimento della Ragioneria Generale dello Stato, Ispettorato generale per gli Ordinamenti del personale e l’analisi dei costi del lavoro pubblico (Igop) – per quanto riguarda gli esercizi 2016 e 2017. Si tratta dunque di dati elaborati per difetto che, ciononostante, collocano l’Isola in cima alle altre 18 regioni (le Province autonome di Bolzano e di Trento sono trattate nel capitolo dedicato alle Regioni). Un primato non certo invidiabile.

Non è finita qui, purtroppo: le 4.098 unità collocate nelle ex Province costano. Parecchi milioni di euro: 109,243 per l’esattezza. Peggio di noi fa solo la Lombardia (113.708.000 euro). Sulla carta però, perché anche in questo caso il dato dell’Isola è viziato dall’esclusione dell’Ente intermedio aretuseo.

Anche l’evoluzione della spesa del triennio 2015-2017 ci boccia sonoramente: se a livello nazionale il costo del personale si è ridotto del 33,73 per cento, con punte che sfiorano il 90 per cento in Friuli-Venezia Giulia, la Sicilia pur registrando un decremento della spesa si conferma di manica larga rispetto al resto della Penisola, riportando un modesto -13,14 per cento.

Trasformate in Città Metropolitane e Liberi Consorzi di Comuni con la Legge regionale n. 8/2014 e disciplinate con la successiva Legge regionale n. 15/2015, le nove ex Province dell’Isola non hanno ancora trovato pace, anzi: la loro storia continua a essere caratterizzata da continui rinvii, promesse infrante, scadenze disattese. Si sarebbe infatti dovuto votare il prossimo 30 giugno per eleggere, con le preferenze espresse da sindaci e consiglieri comunali, presidenti e Assemblee degli Enti intermedi che sostituissero le figure dei commissari straordinari, nominati dal Presidente della Regione. Ma l’Ars ha deciso di rinviare tutto: l’emendamento approvato dall’Aula da diversi parlamentari della maggioranza ha posticipato il voto ad aprile 2020.

Nel frattempo è arrivato – a inizi ottobre – il via libera dalla Regione alla ripartizione di 28 milioni di euro per le ex Province siciliane. La Conferenza Regione-Autonomie locali – riunitasi con la presidenza dell’assessore alle Autonomie locali Bernardette Grasso, su delega del governatore Nello Musumeci e alla presenza dell’assessore all’Istruzione Roberto Lagalla – ha infatti dato parere positivo alla distribuzione delle somme per il 2019 tra gli enti di area vasta dell’Isola. Le risorse – che rientrano nell’Accordo integrativo firmato nel maggio scorso tra Regione e Stato – rappresentano la seconda tranche dei cento milioni di euro (gli altri 72 sono stati erogati ad agosto), e sono state ripartite in seguito all’approvazione dei consuntivi degli enti di area vasta, nonché all’aggiornamento della condizione finanziaria dei predetti enti. Le somme sono, quindi, state attribuite alle ex Province che, nonostante la precedente assegnazione, versano ancora in condizioni di disequilibrio: Città metropolitane di Catania e Messina e Liberi consorzi comunali di Enna, Ragusa e Siracusa.

“Con questa ulteriore erogazione di risorse – ha evidenziato l’assessore Grasso – consentiamo finalmente alla maggior parte delle ex Province che si trovavano in condizioni di disavanzo di chiudere i bilanci, riprendere gli investimenti e di poter guardare al futuro con maggiore serenità. I finanziamenti assegnati nell’ambito dell’Accordo non sono un ‘regalo’ fatto alla Sicilia, ma provengono dal Fondo di sviluppo e coesione ed erano già destinati alla nostra regione. Il Governo Musumeci continua a manifestare concretamente la sua vicinanza agli enti locali. Il nostro impegno proseguirà nella trattativa con il Governo nazionale per ciò che concerne la restante parte dell’intesa, ma anche per chiudere finalmente la questione del prelievo forzoso con lo Stato, richiedendo la giusta perequazione per gli enti siciliani, fino ad adesso fortemente penalizzati”.

Nel corso della Conferenza, si è posto l’accento sulla specifica situazione del Libero Consorzio comunale di Siracusa, a cui saranno destinati quattro milioni di euro nell’ambito della prossima tranche dei trasferimenti dell’Accordo sottoscritto con lo Stato a dicembre 2018.

Le nove ex Province possono quindi tirare un respiro di sollievo. Per ora. Resta il fatto che quanto stanziato verrà utilizzato per la spesa corrente e il mantenimento della macchina burocratica. Poi c’è la questione dei servizi reali resi ai cittadini, ma quella è un’altra storia…

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