La deportazione dei Carabinieri di Roma - QdS

La deportazione dei Carabinieri di Roma

Giuseppe Sciacca

La deportazione dei Carabinieri di Roma

giovedì 22 Ottobre 2020 - 00:00
La deportazione dei Carabinieri di Roma

Una pagina di storia dimenticata o non molto conosciuta

La deportazione dei Carabinieri di stazione a Roma verso i campi di internamento del Terzo Reich nazista, è una pagina di storia che resta dimenticata o non molto conosciuta, specie presso le giovani generazioni.

Erano i giorni terribili che seguirono l’8 settembre del 1943, che come è noto è la data in cui venne proclamata la notizia dell’armistizio, concluso segretamente in Sicilia, a Cassibile, cinque giorni prima, tra i rappresentanti del Regno d’Italia, che così sconfessava apertamente ogni vincolo di cobeligeranza con la Germania nazista e gli Alleati, che avrebbero vinto la seconda guerra mondiale.

Per gli Italiani era il momento del vuoto assoluto del potere e dello sbandamento, che faceva seguito alla fuga da Roma del re d’Italia Vittorio Emanuele II e dei rappresentanti delle più alte gerarchie politiche e militari. L’assenza assoluta di ordini aveva lasciato l’Esercito italiano privo di qualsiasi indicazione operativa necessaria per affrontare la nuova, e non per tutti comprensibile situazione, che vedeva gli alleati di ieri i nemici di oggi e viceversa.

In questo quadro a tinte fosche e dagli scenari cupi che andava delineandosi, Hebert Kappler, comandante della Gestapo a Roma, si accingeva a eseguire il più importante rastrellamento degli ebrei della Capitale di tutta la guerra. Il potente comandante della Polizia segreta nazista sapeva, da tempo, di non poter fare affidamento sui Carabinieri presenti in città, che guardava ormai con manifesto sospetto e della cui ostilità, invero, non aveva motivo di dubitare. Come tutti gli uomini che non erano passati tra le fila dell’Esercito repubblichino, erano militari che in quella fase conclusiva della guerra erano destinati a diventare potenziali nemici e quindi capaci d’intralciare l’esecuzione degli ordini provenienti da Berlino. Disposizioni che, malgrado gli esiti negativi del conflitto, mantenevano tra gli obiettivi primari la soluzione della questione ebraica.

Ordini che dovevano essere eseguiti con la consueta precisione teutonica e ricorrendo agli inganni come sempre. Infatti, tra i Carabinieri da deportare, venne fatta passare la falsa notizia che si trattava soltanto di uno spostamento territoriale, in quanto sarebbero stati impiegati in destinazioni del Nord Italia, mentre agli ebrei romani venne garantito che se avessero consegnato cinquanta chili d’oro sarebbero rimasti indisturbati. Entrambe, come accennato, erano due notizie false, comunicate soltanto per rendere le vittime meno reattive e occultare i vili progetti che presto sarebbero stati attuati.

Era ben noto a Kappler che nei feroci combattimenti si erano avuti Roma dall’8 al 10 settembre contro le truppe naziste, avevano preso parte anche i Carabinieri, così come del resto avvenne anche nel corso dell’insurrezione popolare di Napoli, svoltasi tra il 27 al 30 dello stesso mese. Anche in quest’ultima occasione i Carabinieri erano rimasti a fianco della popolazione nel corso della sollevazione. E ancora era forte l’indignazione per la barbara uccisione del vice brigadiere Salvo D’Acquisto, avvenuta pochi giorni prima, immolatosi per salvare la vita di ventidue cittadini innocenti. Così come non erano svaniti il dolore e la rabbia per quanto avvenuto, nel precedente mese di marzo, alle fosse Ardeatine. Tutti questi fatti lasciavano presagire che la reazione dei Carabinieri non sarebbe mancata in risposta a un ulteriore atto di barbarie, qual era l’ennesima razzia in danno di cittadini italiani di fede ebraica.

In questo contesto era giunto, in data 6 ottobre, l’ordine di disarmo per i Carabinieri di stazione nelle più importanti Caserme Romane. La disposizione era a firma del maresciallo Graziani e in conseguenza era stata pure disposta la loro sostituzione con gli uomini del corpo della Polizia dell’Africa italiana.

Il giorno successivo all’ordine, secondo precise disposizioni di Kappler, le principali caserme dei Carabinieri della Capitale vennero circondate e bloccate da paracadutisti tedeschi e da SS, dando inizio così alla deportazione di circa 2.500 uomini dell’Arma, verso i campi di lavoro o di internamento nel Terzo Reich nazista.

Sul numero dei deportati non si è mai avuta esatta certezza, giacché i tedeschi bruciarono nel corso dell’operazione gli archivi delle Caserme occupate. È certo soltanto che alla fine del conflitto circa seicento Carabinieri non fecero più ritorno e gli altri poterono rimpatriare soltanto due anni dopo, stremati e afflitti da indicibili fatiche e maltrattamenti.

Otto giorni dopo questi fatti, esattamente il 16 ottobre, i tedeschi diedero luogo al rastrellamento del ghetto ebraico di Roma, oltre a numerosi arresti di altri appartenenti al popolo ebraico, ovunque intercettati in altri quartieri della città. Il numero complessivo degli ebrei deportati fu di 1.023. Furono trasportati su carri bestiame, senza acqua né pane ad Auschwitz, dove li attendeva la macchina della morte più sofisticata che l’uomo sino a quel momento avesse mai realizzato. Gli orrori di questo lager indussero Primo Levi a scrivere che la sua esistenza impedirebbe, ai giorni nostri, di parlare di Provvidenza. Mentre la Germania nazista capitolava, soltanto sedici di loro dopo la liberazione dai campi di sterminio poterono fare ritorno alla loro città d’origine. Erano quindici uomini e una sola donna, nessun bambino sopravvisse.

La storia del secondo conflitto mondiale ha consegnato all’umanità un terribile fardello di ricordi dolorosi, di fatti avvenuti in quel non troppo lontano mese di ottobre. Ricordi che vanno protetti e custoditi e la cui memoria va tramandata alle nuove generazioni, affinché quei fatti non debbano mai più ripetersi.

Il dovere di ricordare il passato per saper affrontare il futuro è comune a tutti gli uomini. Le scritture sacre della fede ebraica ammoniscono l’uomo ad aver cura del passato e quindi a non dimenticare, ma custodire gli insegnamenti che i fatti danno. Anche nella Torah, la Bibbia ebraica, viene ripetutamente proposto questo monito. In una delle porzioni (Parashà) che si è letta nelle sinagoghe in questo mese di ottobre (Deuteronomio 32;7) è scritto: “Ricorda i tempi antichi, cerca di comprendere gli anni dei secoli trascorsi, interroga tuo padre e ti racconterà, i tuoi vecchi e te lo diranno”.

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