Le Feste di inizio anno e la speranza - QdS

Le Feste di inizio anno e la speranza

Giuseppe Sciacca

Le Feste di inizio anno e la speranza

venerdì 09 Ottobre 2020 - 00:00
Le Feste di inizio anno e la speranza

Il capodanno (Rosh Ha-Hashanà), e poi dieci giorni dopo Yom Kippur

Il capodanno (Rosh Ha-Hashanà), e poi dieci giorni dopo Yom Kippur, la ricorrenza dell’espiazione dei peccati e della riconciliazione, il giorno più sacro e più importante dell’anno. A seguire, ancora, la festa delle capanne (Sukkot), festa gioiosa che dura sette giorni e che ci ricorda la caducità di tutte le cose della vita dell’uomo.

Quest’anno Yom Kippur, secondo il calendario gregoriano è stato celebrato il 28 settembre, anche se, come sempre, ha avuto inizio la vigilia ed è stato preceduto da un giorno di digiuno. Secondo la tradizione gli uomini vestono di bianco, simbolo di purezza, e non calzano scarpe di cuoio ma di gomma e tela, parchè la pelle ricorda la morte dell’animale da cui è stata tratta e non è opportuno presentarsi al Dio della vita, in questo speciale evento, con indosso qualcosa che ricorda la morte. In questo giorno, per non distrarsi, ci si astiene da ogni lavoro sia fisico che mentale, viene sospesa ogni cura gratificante per il corpo e, necessariamente, ogni istinto viene messo a tacere. Quindi una giornata interamente dedicata alla spiritualità, giacché Dio perdona chiunque lo voglia e sia veramente pentito.

Ma anche il perdono di Dio, ha un limite. Infatti, a Kippur vengono condonati tutti i peccati che hanno offeso Dio, ma quando ad essere offeso è pure un’altro uomo è necessario che costui lo conceda, altrimenti, neanche Dio potrà dare il suo perdono. In realtà, la richiesta di perdono potrà essere soltanto remorata, giacché potrà essere respinta sino a tre volte, dopo dovrà essere concesso. Quindi il perdono di colpe contro l’uomo, secondo questa tradizione, non è un fatto automatico, ma dipende dal perdono dell’offeso, senza il quale neanche Dio potrà perdonare. È un caso singolare in cui l’azione di Dio è condizionata dal comportamento dell’uomo.

In questa ricorrenza tutta la collettività si presenta davanti a Dio, ma la purificazione dalla colpa è individuale. Un’altra particolarità della tradizione è quello che la richiesta di perdona viene sempre formulata dal penitente in modo collettivo. Quindi, ad esempio, non si dirà ho mentito bensì abbiamo mentito, oppure abbiamo rubato e non ho rubato. Questa esigenza di imputare il peccato non al singolo ma alla collettività, secondo l’insegnamento dei maestri discende, dal principio che la colpa non è mai esclusivamente di un solo uomo, ma vi è sempre alla fonte una, responsabilità della collettività.

Anche in questo caso un esempio chiarisce. Il ladro ha rubato perché la collettività gli ha voltato le spalle, lasciandolo solo, in preda dei propri bisogni. Chi ha mentito è stato indotto dall’aver rilevato che le scorciatoie possono giovare a raggiungere più agevolmente la meta. Quindi il cattivo esempio è stato determinante ai fini dell’induzione. Yom Kippur collocato all’inizio del nuovo anno consente di affrontare i mesi a venire, liberi dal peso delle vecchie colpe.

La gioiosa festività di Sukkot, che segue, comporta l’obbligo di trascorrere del tempo ed in compagnia nella capanna, appositamente realizzata per la festa e di consumarvi un pasto collettivamente e possibilmente allegramente. Ricorda che le cose che realizza l’uomo sono sempre fragili e passeggere, come le capanne in cui vissero, per quarant’anni, gli ebrei appena liberati dalla schiavitù d’Egitto, costruite lungo il tragitto per giungere alla Terra promessa.

Ma l’aiuto di Dio, in cui il popolo ha confidato, gli ha consentito di superare tutti gli ostacoli incontrati ed arrivare alla meta desiderata. Quest’anno le misure di distanziamento sociale imposte per combattere il Covid hanno imposto che le cerimonie si svolgessero in modo ridotto ed in osservanza delle regole di distanziamento sociale. Il Rabino Capo di Roma, con un video diffuso tramite Facebook, ha raccontato di aver casualmente rinvenuto una pubblicazione che riportava le disposizioni riguardanti le severe restrizioni che le comunità ebraiche della Gran Bretagna, nel 1939, in pieno secondo conflitto mondiale, si sono date, a causa della guerra, per celebrare lo Yom Kippur. Restrizioni ben più gravi di quelle che ai nostri giorni la pandemia ci ha fatto subire e continua a richiedere e considerando che anche quegli anni bui sono trascorsi, concludeva che con l’aiuto di Dio si può sperare di affrontare, nel modo migliore, tutte le avversità che la vita riserva.

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