Solidarietà e un altro New Deal, ecco le armi contro la crisi - QdS

Solidarietà e un altro New Deal, ecco le armi contro la crisi

Melania Tanteri

Solidarietà e un altro New Deal, ecco le armi contro la crisi

giovedì 14 Gennaio 2021 - 00:00
Solidarietà e un altro New Deal, ecco le armi contro la crisi

Come tutti i momenti bui della storia dell’umanità, anche questo passerà. Il sociologo Francesco Pira spiega da cosa occorre ripartire. Il complesso confronto con il passato tra realtà diverse e punti di contatto

Potremmo non sbagliarci affermando che si tratta della più profonda e globale crisi che l’uomo abbia mai attraversato. Quella mondiale scatenata dalla pandemia da Covid 19 e divenuta immediatamente economica, civile ed etica, sembra davvero la più grave nella storia. Passata e recente. Sebbene non sia la prima volta che l’umanità si trova a fronteggiare spaventose malattie dalle quali si pensava non ci si sarebbe più sollevati – la peste del Trecento, per esempio o, in epoca recentissima, la Spagnola del 1918, la più grande epidemia del Novecento – le prospettive attuali appaiono buie.

Eppure, come per quelle che l’hanno preceduta, che siano state economiche o sanitarie, anche la crisi attuale porta con sé il germe del cambiamento – lo dice la stessa parola crisi, dal greco krino, separare o, più in senso lato, scegliere – e, dunque, del progresso, inteso come possibilità di andare avanti. Materia in cui il genere umano pare eccellere, come sostiene il sociologo Francesco Pira, professore associato di Comunicazione e giornalismo e delegato del rettore alla Comunicazione dell’Università degli studi di Messina. Per quanto i confronti con il passato non siano sempre possibili, una delle costanti della popolazione italiana quanto meno, è la capacità di reagire, rialzarsi, guardare avanti.

“È molto difficile – spiega il docente – fare i confronti con il passato, perché va tutto contestualizzato e messo in linea con i tempi che si vivono. Occorre anche collocare ciò che avviene nel tempo in cui avviene. Probabilmente, forse tra vent’anni, riusciremo a dare una lettura su come saremo capaci di reagire”.

UN PAESE CATTIVO – Prima di immaginare la possibilità di rialzarsi, Pira si sofferma sulle caratteristiche, uniche, del momento storico che stiamo attraversando e di quale Italia abbia trovato la pandemia: un passaggio fondamentale per comprendere quanto possa essere più difficile, molto più rispetto al passato, superare la crisi. “Ci sono dei dati- dice – che sono sicuramente da considerare. Innanzitutto, pochi mesi prima che noi entrassimo in questa emergenza pandemica, l’Istat ha certificato nel 2019 che eravamo un Paese affetto da ‘cattivismo’. Al di là delle divisioni, dei municipalismi. Gli appelli del presidente della Repubblica e di Papa Francesco, la litigiosità estrema della politica, mostrano un Paese incattivito, che oltretutto ha trovato dei canali nuovi per sfogarsi, come i social. Noi abbiamo iniziato a ragionare di pandemia con questa base: ci siamo trovati ad affrontare un virus sconosciuto, con la consapevolezza di avere già dentro una grandissima rabbia da esprimere”.

LA SOLIDARIETÀ RISOLLEVERÀ L’ITALIA – Una base di partenza, il “cattivismo”, ancora elemento presente nelle relazioni, a tutti i livelli, per Pira. Eppure, sotto la coltre di egoismi e cattiveria – secondo il docente frutto anche della globalizzazione prima e della lunga crisi encomia partita nel 2007 e ancora non risolta – l’Italia avrebbe una risorsa che ha consentito al Paese di farcela. Sempre. “La spinta che c’è stata dal punto di vista mediatico – sostiene – è stata quella che uniti ce l’avremmo fatta. Ed è questo il messaggio che gli italiani hanno voluto far passare. Dalle associazioni di volontariato, alla politica nei momenti di lucidità in cui non litigava, a tutto un mondo che di fronte a una situazione di resilienza ha voluto avviare un percorso di solidarietà. C’è stato, come dire, questo doppio binario: da una parte la rabbia e la cattiveria e dall’altra la solidarietà. Rispetto ad altre situazioni, la costante che vedo adesso è che c’è un’Italia molto solidale. C’è un pezzo di Paese occupato nel volontariato, nell’associazionismo, che crede in alcuni valori. E questo pezzo d’Italia, per me, può essere trainante per quella parte d’Italia che è populista, riluttante, razzista, individualista”.

“Quello italiano – aggiunge – è un popolo che sente il richiamo della solidarietà, al di là della pandemia. Il nostro è un Paese che ha sempre trovato la forza per rialzarsi. Nonostante tutto. La nostra è una comunità che ha sempre trovato la capacità di indignarsi, di reagire”.

Il complesso confronto con il passato tra realtà diverse e punti di contatto

Dal crollo di Wall Street del 1929 allo Shock petrolifero datato 1973

Sebbene profondamente diverse, le crisi economiche del passato e quella attuale, presentano punti di contatto. A cominciare dalla divisione sociale. “È una costante nella storia – afferma Francesco Pira, professore associato di Comunicazione e giornalismo e delegato del rettore alla Comunicazione dell’Università degli studi di Messina – e oggi continuiamo ad avere paradossalmente ricchi che diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri”. Motivo per cui, al di là delle differenze, potrebbe tronare utile analizzare quanto accaduto in passato e ripercorrere le giuste strade per la ripresa. Per esempio, ripercorrendo alcune delle soluzioni messe in campo in occasione della prima grande crisi economica globale che ha investito il mondo moderno: il crollo di Wall Street del 1929.

LA CRISI DEL 1929 – Opere pubbliche per rilanciare gli investimenti e assorbire la disoccupazione, limiti alle speculazioni, diminuzione delle ore lavorative, controllo dei prezzi per favorire i consumi e welfare. Sono solo alcuni degli ingredienti del New Deal, il “Nuovo corso” roosveltiano diventato metafora della ripresa economica in occasione del crollo della Borsa americana e della successiva Grande depressione, che causò conseguenze disastrose negli Stati Uniti prima e, a cascata, anche in Europa. Il crack di Wall Street il 29 ottobre del 1929, il cosiddetto “martedì nero” causò “una paurosa caduta della produzione industriale di circa il 50%, una disoccupazione di circa 15 milioni di unità lavorative, il fallimento di cinquemila banche che aveva annientato il risparmio di milioni di americani”, come si legge sulla Treccani.

Un disastro internazionale che durò a lungo e segnò profondamente l’economia mondiale di quel tempo, che a ragione fa annoverare la Crisi del 1929 come una delle più gravi della storia dell’era del capitalismo. Che fu profondamente ripensato dal presidente Usa Franklin Delano Roosvelt che, tra il 1933 e il 1937 riuscì a invertirne alcuni paradigmi, sostenuto dalle idee dell’economista John Maynard Keynes. Il New Deal, e successivamente il secondo conflitto mondiale, riuscirono a risollevare le sorti dell’America e a rinsaldare l’economica statunitense che, di lì a poco, sarebbe tornata centrale in tutto il mondo.

“Le risposte – sostiene il professor Pira – devono essere date da tutti con grande responsabilità e in questo momento in cui occorre prendere decisioni importanti, ci vorrebbe più convergenza politica, maggiore attenzione, ci vorrebbe che ognuno di noi facesse la propria parte. Questo in passato c’è stato, ma se facciamo il raffronto con la guerra, noi partiamo da una società che non è abituata a rinunciare a qualcosa. Questo è l’elemento su cui dobbiamo riflettere”. Se una macro differenza tra l’attualità e i fatti passati può essere identificata, dunque, per il docente è da individuarsi nella differenza di stili di vita e di prospettive. Oltre al contesto mediatico e comunicativo che ha determinato, insieme alla vasta disponibilità di informazioni che viaggiano velocissime, la crisi dell’autorità e, di conseguenza, dell’autorevolezza.

LO SHOCK PETROLIFERO – Il confronto con la crisi petrolifera che, nel 1973, investì il mondo industrializzato aiuta a comprendere cosa intenda Pira per stile di vita. Nonostante anche all’epoca, per l’Italia appena uscita dal boom economico degli anni Sessanta, fu un trauma, una cesura reale dalla quale non si è mai davvero usciti e in seguito alla quale l’economia ha cambiato volto. “La crisi del 1973 – spiega Pira – è avvenuta in condizioni diverse, in un’Italia diversa, proiettata verso lo sviluppo industriale che sembrava la risposta a tutto. All’epoca, sono state fatte delle scelte che oggi stiamo pagando molto care e che oggi non si potrebbero fare più”. Aggredire l’ambiente, per esempio, trovando soluzione per nulla sostenibili.

Non solo: anche la disponibilità generale ai sacrifici sembra sia venuta meno in tutto il Paese. “Gli italiani – aggiunge il docente – erano abituati a usare la bicicletta, non potendo permettersi l’auto per il costo del carburante. Oggi non tutti sarebbero disposti a fare sacrifici. Secondo me il problema è culturale e tutto quello che sta avvenendo è un fatto culturale”.

LA RETE – Internet, i social e le conseguenze della disintermediazione: sarebbero questi elementi della contemporaneità a rendere ancora più difficile immaginare la ripresa dalla crisi attuale, secondo il professor Pira. “Stiamo – afferma – ‘piattaformizzando’ la nostra vita. Ci sono dieci persone che hanno in mano la rete e che possono decidere cosa fare delle nostre vite. E questo non è un aspetto da sottovalutare, perché tutto quello che accadrà passerà da lì, dal web. Stiamo assistendo, per la prima volta nella storia, alla crisi di autorevolezza degli esperti. Le istituzioni, le strutture, in un momento di emergenza soprattutto, si reggono sull’autorevolezza degli esperti. Se mettiamo in discussione questo siamo di fronte a qualcosa di unico”.

A cui si aggiunge la mancanza di intermediazione nella comunicazione: “La disintermediazione – tuona Pira – è diventata disinformazione, un’arma letale che, attraverso le fake news, peggiora tutto. Abbiamo dei nemici ben identificati”.

Per questo, bisognerebbe ritrovare il concetto di rispetto. “In un mondo globale – conclude – la ricetta è il rispetto dell’altro. Se non ricominciamo da questo, non ce la possiamo fare. La vera svolta è ripartire da qui. Occorre grande impegno culturale e ripartire dal rispetto delle istituzioni, della famiglia, dall’idea che l’altro che abbiamo accanto è una persona che merita rispetto e alla quale dobbiamo rispetto”.

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