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La storia siamo Noi, forse

La storia siamo Noi, forse
La seduta a Sala d’Ercole. Archivio

Servono idee, autonomia e una classe dirigente capace di incidere in Italia e in Europa

Non si è determinanti, a meno che non si ha il coraggio, e a volte il buon senso, di esserlo. In caso contrario sono gli altri, quel che c’è fuori di Noi, inteso come comunità, a determinare la nostra storia.

La domanda da porsi è: oggi la Sicilia cosa determina in Italia ed in Europa?

Praticamente nulla. Si è vero, il Capo dello Stato è siciliano, ma lui non determina, garantisce, e poi si occupa di tutti gli italiani. Chi si occupa dei siciliani, della loro identità e del loro ruolo nei tavoli politici, e quindi istituzionali, italiani ed europei?

Onestamente nessuno. A meno che non si voglia parlare di un dodicenne emigrato a Milano alla fine degli anni ’50 da Paternò con studio in Corso di Porta Vittoria.

Il ruolo della Sicilia in Italia e in Europa

E non vogliamo parlare di autonomismo o rivendicazionismo questuante. Vogliamo parlare di protagonismo politico. Parliamo di un ruolo simile alla CSU bavarese, più che gli autonomisti catalani. La CSU dal 1945 determina gli assetti del sistema politico tedesco. I suoi principi cardine sono il regionalismo e l’identità locale, economia sociale di mercato ispirata alla dottrina sociale della Chiesa, sussidiarietà. Voi direte: facile a dirsi, loro sono un Land ricco. Ma la Sicilia di oggi non è povera, sono poveri una rilevante parte dei suoi abitanti, ma il Pil regionale negli ultimi anni è cresciuto più di quello di altre parti del paese e, udite udite, financo i conti regionali sono in attivo.

Sviluppo della Sicilia e autonomia politica: le idee per il futuro

Il vero vuoto di pensiero è come oggi determinare lo sviluppo di questa terra coniugato con la sicurezza sociale ed un welfare dignitoso per i suoi abitanti. Per fare questo ci vogliono delle idee autoctone portate avanti a livello politico da persone libere ed autonome, svincolate da obblighi di vassallaggio, ancor più che autonomiste. Non forze che devono la loro sopravvivenza a classi dirigenti esterne, ma esattamente il contrario. Ci vuole l’ambizione di determinare la storia nostra e delle istituzioni in cui siamo coinvolti.

Perché questo serve a questa terra, perché i siciliani non sono interessati a carriere personali di questo o quell’altro, tant’è che fuggono dal voto. Per fare questo bisogna che in questa isola qualcuno, alcuni, abbiano il coraggio e l’ambizione di cambiare la Sicilia per cambiare l’Italia. Un esempio: la soluzione di Roma per le autostrade siciliane è quella di darle alla Società del ministero dei trasporti che si occupa dei trafori italiani. È esattamente queste logiche che dobbiamo ribaltare. Se vediamo lo stato funzionale della Palermo-Catania, posseduta e gestita dall’Anas, Stato, è quella da portare sul banco degli accusati, non la Palermo-Messina gestita dal Cas. Voi pensate che in Baviera, o solo in Piemonte, ci si sposserebbe di un patrimonio?

Una nuova classe dirigente per cambiare la Sicilia

Per questo servirebbe una fase di aggregazione di soggetti politici che pongano alla loro base concetti simili a quelli di una delle parti più sviluppate d’Europa. Ci vuole una visione della solidarietà e non dell’individualismo egoista, personale e politico, ci vuole l’ambizione di determinare un processo di crescita per nuove generazioni, e non limitarsi a spartire l’esistente, ci vogliono nuove energie radicate nell’associazionismo di comunità supportate da personalità sperimentate che creino le condizioni di una nuova classe dirigente, in un patto inter generazionale. Ci vuole umanesimo e pragmatismo. E soprattutto ci vuole pensiero applicato, idee forti per dare un indirizzo alla politica di questa isola. Non è un problema di centro, di moderatismo, di baricentri di potere. Ma un problema di centralità. Bisogna avere la lucidità, e l’ambizione, di porsi temi fondamentali. Bene togliere dal mercato del precariato clientelare il bacino dei Pip, ma il problema è costruire i contratti d’area, anche per gestire i flussi migratori in agricoltura, per sganciarsi dai contratti nazionali, avendo però un salario regionale minimo parametrato al costo della vita regionale. Per fare questo ci vuole una visione politica e sociale che traguardi le piccole sigle locali, in cui si è frantumato l’enorme bacino della ex democrazia cristiana e delle forze moderate, superando inutili, e sterili per la comunità siciliana, personalismi e piccoli feudi. In brutali parole le energie più capaci e meritevoli dei Moderati, degli autonomisti, dei resti della Nuova DC, e soprattutto forze nuove che traguardino un’asticella alta, che non è la sopravvivenza di un ceto politico, che cosi facendo può solo scomparire.

Protagonismo politico siciliano: una forza da 900mila voti

Bisogna puntare a rappresentare almeno 900.000 siciliani, cifra che determina il 40% del voto regionale, ed il 3% di quello nazionale, solo così si cambia la storia di questa isola, il resto è potere personale, che ai siciliani non interessa e non serve. Ovviamente una forza del genere deve puntare su un proprio uomo per governare l’isola, da soli o in coalizione, ed esprimere un gruppo parlamentare nazionale, e se vincenti in coalizione una classe di governo nazionale. Cosa che già fa la Lombardia per esempio. Non ci vuole una nuova Lega in Sicilia, fomentando egoismi locali, ma un pensiero alto siciliano, italiano ed europeo, un pensiero che potremmo definire mediterraneo, che abbia valori, identità culturali e percorsi da proporre. Avere invece un progetto da 150/200.000 voti, per fare dei numeri grezzi, serve solo per gestire spazi di potere, esclusivamente personali. Bisogna invece avere l’ambizione di fare politica. Serve alla Sicilia e serve a tutti. La CSU tedesca si radicò fortemente nel PPE dalle sue fondamenta. Oggi il PPE da nessuna parte, tranne in Italia e Finlandia, guarda caso il governo che è andato di recente a trattare separatamente con Putin, governa con la destra. Bisognerebbe chiedersi perché, al di fuori della sudditanza da resistenza.