La vita oltre la morte - QdS

La vita oltre la morte

Giuseppe Sciacca

La vita oltre la morte

venerdì 08 Novembre 2019 - 00:00
La vita oltre la morte

L’ebraismo crede nell’Aldilà ma giacché la Torà (Bibbia ebraica) parla solo di questa vita coesistono idee e tesi tra loro contrastanti

L’ebraismo crede nell’Aldilà, ma giacché la Torà (Bibbia ebraica) parla solo di questa vita e poco dice riguardo una seconda e ulteriore vita, su quest’ultima coesistono idee e tesi tra loro contrastanti. In ogni caso, è bene considerare che la tradizione ebraica evidenzia l’importanza di non sottovalutare questo ineluttabile momento della conclusione dell’esistenza terrena e soprattutto di non sminuire quanto a essa si crede consegua.

È certo che in questa ulteriore esistenza, nota come “il mondo che viene” (Olam Habah), viene considerato di fondamentale importanza il giudizio che sarà espresso sui trapassati, con la conseguente punizione degli stolti e la ricompensa per i giusti. Diversamente non sarebbe stato possibile, in quanto il criterio retributivo, che nell’architettura teologica della fede ebraica rappresenta un caposaldo, è una diretta conseguenza del concetto del libero arbitrio, ovvero della libertà di scelta morale, che costituisce, anche in questa dottrina, una delle più importanti tra le prerogative umane, giacché senza l’autodeterminazione non vi sarebbero meriti e colpe.

Procedendo nel discorso in via di logica è agevole comprendere, conseguenzialmente, anche senza il soccorso della forza della tradizione, che non è di modesta entità se si considera che le preghiere-benedizioni più antiche e più sentite attribuiscono a Dio la fondamentale prerogativa di far tornare in vita i morti, che le anime pervengono a una ulteriore vita.

Invece, assolutamente incerta è la via che le stesse devono percorrere per giungervi, in quanto vi è chi ritiene che sia una via di contemplazione dell’Eterno, fino alla resurrezione, e chi, invece, ritiene che si debba percorrere un ciclo di reincarnazione. La questione resta controversa, ma come diceva il Rabino Elio Toaff: questo percorso ciascuno lo può immaginare come vuole, purché conduca alla resurrezione, in quanto quest’ultima rappresenta un altro caposaldo del giudaismo.

A una soluzione di grande pragmatismo era pure approdato Maimonide, filosofo, rabbino, medico e giurista, nato a Codova, in Spagna, nell’anno 1135, il quale affermava, in sintesi, che “il mondo a venire” è riservato alle anime dei giusti, è tutto spirituale e nulla possiamo dire di esso. In altri termini non abbiamo i mezzi per spingerci a capire tanto. Ma aggiungeva che è intuibile e naturale che l’anima essendo spirituale non possa morire.

Se queste poche righe non possono che rendere un quadro meno che approssimativo sull’idea ebraica dell’Aldilà, certamente giovano per far comprendere, su altro fronte, come si sviluppa il pensiero ebraico, che per sua natura si sforza di ricercare e raccogliere ogni, anche se minuto, brandello di verità, ovunque essa si trovi, e per questo suo impegno non dà pace, né presta acquiescenza alle idee più diffuse e comuni, in quanto non vuole perdere alcun aspetto significativo della sua complessa identità, con la quale ha attraversato i millenni.

Ben più semplici e comprensibili sono, invece, le tradizioni funebri, sottese oltre che alle onoranze del defunto, anche e in modo non del tutto manifesto al sostegno delle persone direttamente colpite dal lutto, prima con il confronto con la realtà della morte e poi con la sua accettazione.
Si dice che lo stesso discorso funebre, che viene pronunciato in ricordo del defunto e delle sue caratteristiche personali, abbia anche lo scopo di far piangere i congiunti, aiutandoli, così, a esprimere e dare sfogo al loro dolore.

Altra usanza abbastanza singolare, spesso vista nei film, è quella che i parenti stretti del defunto effettuino un taglio o un piccolo strappo sull’abito indossato, quale segno immediatamente visibile del dolore della perdita. Le origini di questa tradizione sono rintracciabili nella narrazione biblica (Genesi 37,34) dove si narra che Giacobbe, avendo avuto la notizia della morte del figlio Giuseppe, per il dolore si strappò le vesti.

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