ROMA – C’è una strana e preoccupante connessione nel nostro Paese, e in particolare nel Mezzogiorno. Un intreccio che non abbiamo esitato a definire diabolico, che rappresenta una zavorra non indifferente per lo sviluppo, ostacola la crescita e impedisce una corretta distribuzione della ricchezza. Stiamo parlando del connubio tra economia e lavoro sommerso e povertà. Due argomenti che a un’analisi superficiale possono sembrare autonomi, ma che se analizzati con maggiore attenzione e in un quadro più ampio fanno sorgere domande preoccupanti sul presente e sul futuro dell’Italia.
Economia sommersa in Italia: i dati del Mef
È bene muoversi per ordine, iniziando proprio da un’analisi sullo stato dell’economia sommersa in Italia, fotografato del ministero dell’Economia e delle Finanze all’interno di un report pubblicato alla fine dello scorso anno, seppur con dati riferiti al 2022 (“ultimo anno per il quale sono disponibili le informazioni rilevanti”, viene precisato nel documento).
Stando a quanto scritto dai tecnici del Mef, il valore aggiunto generato dal sommerso economico si è attestato, nel periodo preso in esame “su valori prossimi a quelli osservati nell’imminenza dell’emergenza pandemica (circa 182 miliardi di euro), di conseguenza confermando, in termini di incidenza sul Pil e nello stesso lasso di tempo, la tendenza discendente evidente fin dai primi anni dello scorso decennio. Nel 2022 il valore aggiunto generato dal sommerso economico rappresentava il 9,1% del Pil, ovvero circa due punti percentuali e oltre mezzo punto percentuale al di sotto dei valori osservati rispettivamente nel 2011 e nel 2019”.
Il testo spiega chiaramente che le stime del sommerso economico non consentono di quantificare direttamente le entrate sottratte alla Cosa pubblica dall’evasione fiscale e contributiva e che quindi in questo caso viene utilizzato il cosiddetto tax gap, pensato per misurare “l’impatto del mancato adempimento degli obblighi di dichiarazione e versamento delle principali imposte e dei contributi”. Fatti i dovuti calcoli, quindi, ci si trova davanti a un risultato compreso fra 98 e 102 miliardi di euro.
Economia non osservata e Mezzogiorno
È interessante, a questo punto, analizzare la distribuzione territoriale di tale l’economia non osservata, che comprende non soltanto la sottodichiarazione del valore aggiunto e l’impiego di lavoro irregolare, ma anche mance, fitti non dichiarati e altro ancora. “In generale – si legge nel documento del Mef – l’incidenza dell’economia non osservata è molto alta nel Mezzogiorno, dove nel 2022 rappresenta il 16,5% del valore aggiunto complessivo, seguita dal Centro dove il peso si attesta all’11,7%. Sensibilmente più contenute, e inferiori alla media nazionale, sono le quote raggiunte nel Nord-Est e nel Nord-Ovest, rispettivamente pari al 9,4% e 8,9%”.
“Prevale ovunque – è scritto ancora nel documento – l’incidenza del valore aggiunto generato dalla sotto-dichiarazione che raggiunge il livello più alto nel Mezzogiorno (7,7% del valore aggiunto), mentre il livello più contenuto si registra nel Nord-Ovest (4,6%). Nel Mezzogiorno è significativa anche la quota di valore aggiunto generato da impiego di lavoro irregolare che si attesta al 6,2%. Tale incidenza è uguale a quella media nazionale al Centro (3,9%); inferiore, invece, nel Nord-Est e Nord-Ovest dove si attesta, rispettivamente, al 3,0% e al 2,9%”.
Regioni e lavoro nero: il dettaglio territoriale
Scendendo invece maggiormente nel dettaglio, e quindi disaggregando i dati regionali, il report del Mef evidenzia come “a livello regionale l’incidenza dell’economia non osservata sul valore aggiunto oscilla tra il 19,1% della Calabria e il 7,7% della Provincia autonoma di Bolzano, con uno scostamento dall’incidenza media nazionale pari, rispettivamente, a +7,8 e -3,6 punti per-centuali. Le quote di sommerso dovuto alla sottodichiarazione del valore aggiunto più elevate si osservano in Puglia (8,5%), Sardegna (7,8%), Calabria, Molise, Umbria e Marche (7,7%), Campania (7,5%); incidenze più contenute si registrano, invece, nella Provincia Autonoma di Bolzano (3,1%) e nella Provincia Autonoma di Trento (3,7%)”. Per quanto riguarda invece il sommerso da impiego di lavoro irregolare, esso trova maggiore spazio in Calabria (7,9%), Campania (6,8%), Puglia e Sicilia (6,1%). Al contrario, livelli decisamente più contenuti si osservano in Lombardia (2,7%), Provincia autonoma di Bolzano (2,8%), Veneto (2,9%), Friuli-Venezia Giulia (3,0%), Provincia autonoma di Trento ed Emilia Romagna (3,1%).
Povertà in Italia: i dati Istat
A questo punto la domanda sorge spontanea: a fronte di questi dati connessi all’economia irregolare, è possibile ipotizzare che alcuni dei soggetti – non tutti ovviamente – inseriti nella categoria dei poveri non siano effettivamente tali?
Per comprendere meglio di cosa stiamo parlando analizziamo gli ultimi dati dell’Istat disponibili sull’argomento, pubblicati nell’ottobre dello scorso anno e riferiti a due anni fa. Come si legge nel documento “nel 2024 si stima che siano oltre 2,2 milioni le famiglie in condizione di povertà assoluta (l’8,4% delle famiglie residenti) per un totale di 5,7 milioni di individui, il 9,8% dei residenti (entrambe le quote risultano stabili rispetto al 2023, quando erano pari rispettivamente a 8,4% e 9,7%). L’incidenza della povertà assoluta fra le famiglie con almeno uno straniero è pari al 30,4%, sale al 35,2% nelle famiglie composte esclusivamente da stranieri, mentre scende al 6,2% per le famiglie composte solamente da italiani. L’incidenza di povertà relativa tra le famiglie, pari al 10,9%, risulta anch’essa sostanzialmente stabile rispetto al 2023 (era 10,6%), coinvolgendo oltre 2,8 milioni di famiglie. In lieve crescita è l’incidenza di povertà relativa tra gli individui, che sale al 14,9% (dal 14,5% del 2023), coinvolgendo oltre 8,7 milioni di individui”.
L’Istat rileva inoltre come l’incidenza della povertà relativa cresca in relazione all’aumentare del numero dei componenti della famiglia. Per quelle monocomponente si attesta infatti al 4,3% e cresce fino ad arrivare al 33,7% per le famiglie più numerose (di cinque componenti e oltre). Mostrano i valori più elevati le famiglie con tre o più figli minori, per cui l’incidenza di povertà relativa è oltre tre volte superiore alla media nazionale (39,2% contro 10,9%). Anche le coppie con tre o più figli presentano valori dell’incidenza elevati (31,8%), con il valore massimo nel Mezzogiorno (39,6%).
Economia sommersa e povertà: una connessione da spezzare
Ecco appunto, il Mezzogiorno, quella stessa area del Paese che presenta la maggiori percentuali di economia non osservata presenta allo stesso tempo i più alti valori di povertà. Un dato quantomeno sospetto. L’Istat scrive che nel 2024, le famiglie “sicuramente” povere sono pari al 4,9% (dato stabile rispetto al 2023), con valori più elevati nel Mezzogiorno (9,7%). Quelle “appena povere” sono il 6% e raggiungono il 10,3% nel Mezzogiorno.
Torniamo quindi alla domanda che ci siamo posti all’inizio: come può non esserci una connessione tra questi due fenomeni? È vero che il Mezzogiorno rappresenta l’area economicamente e socialmente più delicata del Paese, ma i numeri appena snocciolati indicano pure che qualcosa non torna e che qualcuno fa il furbetto ai danni della collettività: non soltanto perché non paga al Fisco quanto dovuto, ma anche perché spesso percepisce sussidi che in realtà non dovrebbe.
Insomma, questa diabolica connessione, così sottovalutata, va snidata ed eliminata, tramite una seria e rigorosissima campagna di contrasto all’economia sommersa, che ha già iniziato a prendere forma ma forse non abbastanza in fretta. Perché a rimetterci non sono soltanto i cittadini onesti e che pagano regolarmente le tasse, ma soprattutto chi povero lo è davvero e viene supportato meno di quanto avrebbe bisogno.

