PALERMO – In Sicilia c’è una gigantesca economia invisibile che si muove nell’ombra, rubando i diritti ai lavoratori e togliendo ossigeno alle imprese oneste: il lavoro nero è una piaga sociale ed economica che nell’Isola manda in fumo miliardi di euro ogni anno e coinvolge ben 221 mila persone.
I numeri del lavoro irregolare in Sicilia
I dati in questione sono stati diffusi a seguito delle ultime elaborazioni dell’ufficio studi della Cgia di Mestre su report Istat e fotografano una realtà nazionale drammatica, da oltre 77 miliardi di euro all’anno, con la Sicilia che si colloca tra le peggiori d’Italia per tasso di irregolarità e ricchezza prodotta fuori dalla legge.
Per capire cosa accade sul territorio siciliano dobbiamo spiegare questi numeri in modo elementare. Dire che in Sicilia ci sono esattamente 221.200 lavoratori irregolari significa immaginare che una popolazione pari a un’intera grande città lavori senza un contratto scritto, senza tutele, senza assicurazione contro gli infortuni e senza versare contributi per la pensione. Su cento lavoratori siciliani, ben 14 lavorano completamente in nero. E questo 14% supera di molto la media nazionale italiana, che si attesta invece al 10%.
Il peso dell’economia sommersa sull’Isola
L’aspetto più impressionante riguarda il denaro che si nasconde dietro tutto ciò. Questo esercito di lavoratori, infatti, produce una ricchezza non registrata dallo Stato, chiamata valore aggiunto sommerso. In Sicilia essa ammonta a 6 miliardi e 134 milioni di euro all’anno, il 6,4% di tutta la ricchezza prodotta nell’intera regione. Questo meccanismo priva le casse pubbliche delle tasse necessarie a finanziare servizi essenziali, come sanità e trasporti, e distrugge la concorrenza, poiché un imprenditore onesto che paga le tasse fatica a competere con chi abbatte i costi sfruttando le persone.
Sicilia tra le regioni con più lavoro nero
Se allunghiamo lo sguardo oltre i confini dell’Isola per un confronto con le altre regioni, scopriamo che la Sicilia si inserisce in un contesto del Mezzogiorno fortemente sofferente, dove si concentra oltre un terzo di tutta la ricchezza prodotta in nero nel Paese. Nella classifica nazionale della propensione al nero, al primo posto troviamo la Calabria, con un tasso di irregolarità del 17,9% e un peso del nero sull’economia locale dell’8,3%. Segue la Campania, con 283.100 lavoratori irregolari e un tasso del 14,4%. La Sicilia occupa il terzo gradino di questo triste podio, superando la Puglia, dove i lavoratori irregolari sono 190.700, con un tasso del 13,1 per cento.
Il confronto si fa interessante se guardiamo alle grandi regioni del Centro e del Nord d’Italia. In Lombardia il numero assoluto di lavoratori in nero è altissimo, superando le 400 mila, quasi il doppio rispetto alla Sicilia. Tuttavia, quel numero elevato si traduce in un tasso di irregolarità di appena l’8% e incide sulla ricchezza regionale solo per il 2,8%. Lo stesso vale per Veneto, Emilia Romagna o Piemonte, con molti irregolari in termini assoluti ma tassi percentuali bassi, vicini al 7 o 8%. Questo dimostra che mentre al Nord il lavoro nero è diffuso numericamente per l’alta quantità di attività, al Sud e in Sicilia il fenomeno è purtroppo di natura strutturale, radicato a fondo nella società.
Agricoltura, edilizia e servizi: i settori più colpiti
Ma in quali settori si nasconde questo volume di lavoro nero? I dati indicano dinamiche chiare che si riflettono sul territorio siciliano. Il settore più colpito è quello dei servizi domestici (colf e badanti), dove il tasso di irregolarità vola al 48,8%. Segue l’agricoltura, comparto vitale per la Sicilia, che registra un tasso del 20,8%, seguita da attività artistiche, ristorazione ed edilizia. Nei campi il lavoro nero si trasforma spesso nella piaga del caporalato, un sistema criminale che recluta manodopera a basso costo sfruttando le persone più fragili. L’agricoltura è esposta a questo rischio perché richiede molta forza lavoro per brevi periodi e in luoghi isolati, portando alla nascita di insediamenti precari privi di servizi.
Il fenomeno del caporalato digitale e le possibili soluzioni
Oggi il fenomeno si evolve anche attraverso il caporalato digitale, dove algoritmi e piattaforme gestiscono i turni e decidono chi può lavorare. Molte irregolarità dei piccoli produttori sono però indotte dal mercato, dominato da pochi colossi della grande distribuzione che impongono prezzi di acquisto talmente bassi da costringere gli agricoltori a tagliare sui salari per non fallire. Per interrompere questo circolo vizioso che danneggia la Sicilia, occorre potenziare le ispezioni, ma anche sostenere le aziende pulite aumentando gli investimenti pubblici nei trasporti e in alloggi temporanei dignitosi, restituendo valore alla terra e ai suoi lavoratori.

Napolitano (GdF Palermo): “A Palermo il triplo della media nazionale”
PALERMO – Nel capoluogo siciliano il lavoro nero continua a rappresentare un’emergenza e il generale Domenico Napolitano, comandante provinciale della Guardia di Finanza, fotografa per noi una situazione preoccupante: migliaia di lavoratori irregolari scoperti, controlli sempre più incisivi e un fenomeno che coinvolge anche attività apparentemente solide. Dall’evasione fiscale al caporalato, il generale spiega cause, conseguenze e strumenti necessari per contrastare un sistema che danneggia lavoratori, imprese oneste ed economia.
Generale, i dati indicano Palermo come una delle province con il più alto numero di lavoratori in nero. Qual è la situazione?
“Le posso fornire alcuni numeri che rendono bene l’idea del fenomeno. Nell’ultimo anno, in provincia di Palermo, abbiamo individuato 116 evasori totali, cioè soggetti che esercitavano un’attività economica completamente sconosciuta al Fisco e che non avevano mai presentato dichiarazioni. Oltre a questi, abbiamo scoperto 1.227 lavoratori in nero o irregolari, cioè persone completamente non assunte oppure impiegate con contratti che non rispecchiavano le reali mansioni svolte, ad esempio contratti part-time per lavoratori che in realtà erano impiegati a tempo pieno”.
Quali sono i settori maggiormente interessati dal fenomeno?
“Sicuramente l’agricoltura resta un comparto molto esposto. Tuttavia oggi, considerata la forte crescita del turismo a Palermo, anche il settore della ristorazione presenta numeri significativi. E non mi riferisco soltanto a piccole attività o esercizi improvvisati: abbiamo riscontrato lavoratori in nero anche in locali di livello, dove un cliente difficilmente immaginerebbe di trovare situazioni di irregolarità. Questo dimostra che il fenomeno è trasversale e interessa realtà molto diverse tra loro”.
Quanto pesa Palermo rispetto al resto d’Italia?
“Se prendiamo come riferimento i dati nazionali della Guardia di Finanza, nell’ultimo anno sono stati individuati 47.419 lavoratori in nero. Rapportando questo numero alle 102 province italiane, emerge una media di circa 464 lavoratori irregolari per provincia. A Palermo ne abbiamo trovati 1.227: circa tre volte la media nazionale. È un dato che evidenzia chiaramente come il fenomeno sia particolarmente diffuso nel Mezzogiorno”.
Perché il lavoro nero continua a essere così diffuso?
“Da una parte c’è il risparmio economico per il datore di lavoro, che evita il pagamento di imposte e contributi. Dall’altra c’è una forte disoccupazione, che porta molte persone ad accettare qualsiasi proposta pur di lavorare. Si incontrano quindi due esigenze: chi vuole abbattere i costi e chi ha bisogno di uno stipendio, anche rinunciando alle tutele”.
Quali sono le conseguenze per le aziende che vengono scoperte?
“Quando viene superata una determinata percentuale di lavoratori irregolari, oltre alle sanzioni può essere disposta anche la sospensione dell’attività. Abbiamo già chiuso diversi esercizi commerciali. In alcuni casi abbiamo trovato aziende con quasi il 40% della forza lavoro impiegata in nero. Il danno economico e d’immagine derivante dalla chiusura è molto rilevante”.
Dietro il lavoro nero non c’è solo evasione fiscale, ma anche sfruttamento e concorrenza sleale. Cosa emerge più frequentemente dai controlli?
“Il nostro obiettivo è anzitutto tutelare i lavoratori. Chi viene trovato in nero non viene sanzionato. Auspichiamo sempre che il controllo porti alla successiva regolarizzazione del rapporto di lavoro e in diversi casi questo è effettivamente accaduto. Naturalmente esistono anche situazioni più complesse, ma la normativa è costruita proprio per proteggere il lavoratore”.
Esiste il rischio che la concorrenza sleale spinga anche gli imprenditori onesti a violare le regole?
“Non credo. Oggi i controlli sono molto capillari e le conseguenze sono pesanti. La chiusura anche solo per pochi giorni di un’attività comporta danni economici e d’immagine importanti. Chi opera correttamente sa che rispettare le regole rappresenta, nel lungo periodo, la scelta più sicura”.
La repressione da sola può bastare?
“No. È fondamentale continuare a fare informazione. Bisogna spiegare agli imprenditori che il lavoro nero non conviene. Molti conoscono le sanzioni economiche, ma ignorano che, superata una certa soglia di lavoratori irregolari, si rischia addirittura la chiusura dell’attività. Serve una vera campagna di sensibilizzazione che coinvolga istituzioni, associazioni di categoria e cittadini”.
A Palermo è presente anche il fenomeno del caporalato…
“Sì, purtroppo abbiamo contestato anche casi di caporalato. Qui non si parla più soltanto di violazioni amministrative, ma di reati penali. Il caporalato significa sfruttare lo stato di bisogno dei lavoratori, negar loro ferie, permessi e tutele, riconoscendo compensi irrisori. È un fenomeno presente anche nel nostro territorio e rappresenta una delle forme più gravi di concorrenza sleale e di sfruttamento del lavoro”.
Qual è il messaggio finale che sente di rivolgere a imprese e cittadini?
“Il lavoro nero non conviene a nessuno. Danneggia i lavoratori, altera la concorrenza e mette a rischio le stesse imprese che lo praticano. Oggi la normativa prevede sanzioni molto severe e controlli sempre più efficaci. Per questo è necessario continuare a diffondere la cultura della legalità e della regolarità nel mondo del lavoro”.

