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Le Università diano competenze

Le Università diano competenze
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Le conoscenze non bastano più

Le nostre Università si trovano, purtroppo, in fondo alla classifica mondiale per qualità dell’insegnamento rispetto alle questioni “reali”. In altri termini, si insegnano conoscenze e vengono spiegate teorie e formule di vario genere, ma non si trasferisce agli studenti il metodo, cioè come fare ad affrontare e a risolvere i problemi e le questioni concrete.

Conoscenze senza metodo: il problema della didattica universitaria italiana

Probabilmente – ci auguriamo di sbagliare – si tratta di una mentalità dei professori di tutti i livelli, che è quella di trasferire il contenuto delle loro materie, ma non l’utilizzo delle stesse nella vita quotidiana dell’economia e della Comunità.

La filosofia, la storia, l’arte, la geografia, la matematica e altre conoscenze essenziali dovrebbero essere utilizzate tutti i giorni da cittadine e cittadini, ma se tutto ciò resta a livello meramente teorico, i giovani poi non sono in condizione di trasferirlo nella vita lavorativa.

Il mancato ammodernamento dell’insegnamento in molte Università italiane, salvo alcune private (che, di conseguenza, non sono economicamente accessibili a tutti), come la Bocconi, non consentono ai giovani laureati di trovare immediatamente occupazione.

Colloqui di lavoro e curricula: l’esperienza diretta con i giovani laureati

La nostra società editrice, quando deve assumere personale di ogni tipo, dai giornalisti agli amministrativi, riceve montagne di curricula, ma quando si fanno i colloqui ci si accorge che i giovani (e anche i meno giovani) non conoscono l’attività che si deve svolgere in un’impresa di questo tipo.

Vogliamo precisare che il problema è maggiormente sentito nel Meridione, Roma compresa, perché nella popolazione, da Viterbo in su, l’attitudine a conoscere i mestieri è più diffusa, con la conseguenza che le persone richiedenti un lavoro lo trovano più facilmente perché, d’altra parte, i datori di lavoro trovano competenze.

Cosa dovrebbero davvero insegnare le Università

Infatti si tratta proprio di questo: le Università non devono più trasferire solo conoscenze, ma soprattutto competenze, cioè devono mettere i giovani laureandi nelle condizioni di affrontare il mercato. Intendiamoci, quando parliamo di mercato non parliamo solo di quello economico, ma del mercato in genere, perché anche la ricerca, la scienza o la filantropia, per esempio, sono “mercato” e hanno bisogno di persone competenti.

C’è un vecchio modo di dire latino che recita: aut inveniam viam, aut faciam (o troverò una via o ne costruirò una). Chi adotta questo proverbio? Solamente chi è in condizione di inserirsi in un via o ha le competenze per trovarla. Ecco il nodo della questione.

Conoscere un libro o cento libri a memoria, ma non sapere come si debba risolvere un problema è il difetto di una parte della popolazione giovanile (e anche meno giovanile) che si approssima al lavoro.

La posizione mentale di chi è sempre disponibile a trovare soluzioni rispetto ai problemi che vengono incontro è vincente. Solo gli ignoranti sanno tutto del nulla, ma dimostrano presunzione e arroganza, ritenendosi, appunto, possessori di conoscenze, che però non servono, ribadiamo, a risolvere i problemi.

Soprattutto nel giornalismo bisogna stare attenti alle questioni reali, evitando di usare le cinque S che fanno scalpore: Sogno, Sangue, Saldi, Scandali, Stupore.

Il ruolo del ministro Valditara: una riforma ancora assente

L’impulso al cambiamento della metodologia dell’insegnamento e del contenuto dello stesso dovrebbe essere dato dal ministro competente, perché si tratta di una scelta politico-istituzionale che va poi trasferita al corpo docente. Non sembra che l’attuale ministro, Giuseppe Valditara, abbia dato questo input, per cui le Università, soprattutto quelle pubbliche, continuano a formare ragazzi inidonei al mondo del lavoro.

Proprio tale frattura, invece, dovrebbe essere sanata, ma certamente questo auspicio non troverà buone orecchie per i prossimi anni e forse per i prossimi decenni, perché i responsabili istituzionali non hanno la sensibilità di capire come funzionano (o non funzionano) le cose nella società. Di questo si accorgono i cittadini, che pian piano si stanno disinteressando della Cosa pubblica, come dimostra l’astensionismo dilagante, il quale premia la maggioranza della minoranza, da noi denominata “Minocrazia”.

Vorremmo sbagliarci e siamo pronti a ricrederci in presenza di fatti che vadano nella direzione sopraindicata.