Lo Statista non deve essere popolare - QdS

Lo Statista non deve essere popolare

Carlo Alberto Tregua

Lo Statista non deve essere popolare

martedì 22 Febbraio 2022 - 10:10

Disastroso inseguire il consenso

La vicenda della rielezione di Sergio Mattarella, conclusasi fortunatamente bene, ha dimostrato la pochezza degli attuali partiti, che non sono più il punto di riferimento dei cittadini, bensì aggregazioni di persone che cercano di lucrare sulle rendite di posizione, per interesse personale.
Se gli attenti lettori ci fanno caso, è difficile individuare fra tutti i leader partitici persone di spessore culturale, di alto senso dello Stato, che pospongono il proprio interesse a quello generale. Ovviamente, salvo eccezioni.

Cosicché, abbiamo una classe dirigente politica che fa tutto tranne quello che dovrebbe fare per “servire” i cittadini “con disciplina e onore”.

Le considerazioni che precedono non sono frutto di fantasia, ma di constatazioni sul fatto che negli ultimi decenni, e non solo, il nostro Paese non è avanzato, anzi, in rapporto agli altri partner europei, è andato indietro, sia sotto il profilo della ricchezza prodotta che sotto quello dell’occupazione e, soprattutto, sotto quello della perequazione fra Nord e Sud, auspicata, ma mai realizzata.

Il nostro Paese ha avuto grandi statisti nel dopoguerra, da Luigi Einaudi ad Alcide De Gasperi, ma anche successivamente, come Ugo La Malfa o Giovanni Spadolini, ed ancora qualcun altro come Aldo Moro, il quale, con un mitico discorso durato ben sei ore, aprì la Democrazia Cristiana alla sinistra dell’epoca, inventando il principio delle “convergenze parallele”.

Nei nostri tempi possiamo citare un altro grande statista, Carlo Azeglio Ciampi, ma non ce ne vengono in mente altri, forse per nostra pochezza di memoria. Oggi la media generale è fatta da mezze figure capaci di blaterare senza alcuna connessione alla storia, alla filosofia, all’etica, insomma, alle fonti del sapere che dovrebbero indirizzare le azioni di coloro che guidano il Paese.

La pochezza di questi cosiddetti leader di partito e istituzionali è conseguenza del fatto che la loro paura e la loro debolezza li portano ad inseguire il consenso giorno per giorno. Infatti commissionano sondaggi su sondaggi, che costantemente mettono in rilievo la fiducia del Popolo, o quelli che vengono chiamati sentimenti popolari, in base ai quali poi loro agiscono.

Non è così che si governa un Paese, tanto che poi un uomo fuori dal comune, come l’attuale Presidente della Repubblica, ha dovuto cercare al di fuori della rete partitica un Presidente del Consiglio come Mario Draghi, altrettanto fuori dal comune.

Un Paese si governa con Piani pluriennali, vale a dire che durino almeno un’intera legislatura, ma anche che vadano oltre. Gli statisti non inseguono il consenso giorno per giorno e se debbono attuare piani impopolari, che quindi li danneggiano personalmente, non avranno paura che ciò accada perché ritengono superiore l’interesse di tutti i cittadini rispetto al proprio.
Il nostro Paese ha bisogno di Piani quinquennali e decennali, ha bisogno di contare su compagini governative, anche di aree diverse, che quando si succedono l’una all’altra, non stravolgono ciò che è stato fatto prima, ma eventualmente correggono qualche cosa lasciando l’impianto di fondo inalterato.

Non vi stiamo descrivendo meccanismi fuori dalla realtà, bensì quale dove essere il modo di operare dei nostri governanti.
In quest’ultima legislatura, partita con le elezioni del 4 marzo 2018, abbiamo “subito” due governi del tutto inutili presieduti dall’avvocato Giuseppe Conte ed infine quello presieduto da Mario Draghi, nominato dal Presidente della Repubblica un anno fa.
Quest’ultimo ha messo in moto il PNRR, ha fatto approvare le leggi di riforma della giustizia, ha approvato la riforma della concorrenza, seppure diluita; gli resta ancora da approvare la riforma della Pubblica amministrazione e del fisco. La prima delle due, però, in mano a Renato Brunetta, non crediamo sarà efficace perché dovrebbe ribaltare l’attuale malfunzionamento, secondo il quale si va in ufficio per far trascorrere il tempo, mentre dovrebbe diventare un lavoro, serio fatto per obiettivi controllabili e controllati.
Ma per far ciò, bisogna essere Statisti e non ansiosi che inseguono il consenso.

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