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Lockdown energetico 2026, dalle targhe alterne ai tagli: le ipotesi

Lockdown energetico 2026, dalle targhe alterne ai tagli: le ipotesi
impianto petrolifero. Foto Imagoeconomica

Lo scenario più critico è ancora un’idea ma se la crisi in Medio Oriente non dovesse risolversi in modo duraturo ci potrebbero essere serie conseguenze. In Italia c’è stato il precedente del 1973: si vietò l’utilizzo dell’auto, si ridusse l’illuminazione pubblica e vennero introdotti altri limiti

L’accordo tra Usa, Israele e Iran per il cessate il fuoco di due settimane e l’apertura immediata dello Stretto di Hormuz dove transitano le petroliere non scaccia ancora quella che nelle scorse ore è stata più di un’ipotesi. Il termine Lockdown energetico in questo 2026 potrebbe comunque concretizzarsi.

Nei giorni scorsi, il commissario europeo all’Energia Dan Jongensen aveva già esortato gli Stati componenti a prepararsi tempestivamente a uno scenario difficile, critico. Si comincia a parlare di targhe alterne e di razionamento energetico.

Lo spettro del razionamento, che costituirebbe l’esito di una situazione estrema – al momento ancora ipotetica – in cui governi o autorità impongono limitazioni obbligatorie ai consumi di energia (elettricità, gas, carburanti) per evitare una crisi grave o un collasso del sistema. Nel 2020 abbiamo imparato a conoscere molto bene l’espressione Lockdown, che richiama direttamente l’epidemia di Covid che ha chiuso dentro casa l’Italia per diverse settimane. Solo che in quest’ipotesi – lockdown energetico – invece di limitare le persone, si limiterebbero le attività, consumi e servizi energetici. 

Anche se, nel governo, si respinge la tesi che si possa replicare la crisi energetica dello “shock petrolifero” degli anni ’70. Realismo e monitoraggio sono le parole d’ordine. E c’è di più: se non si dovesse trovare una soluzione permanente e solida si potrebbe arrivare al lockwon energetico a maggio.

Crosetto non esclude il lockdown energetico

Anche il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha affrontato il tema del lockdown energetico. Intervistato dal Corriere della Sera ha spiegato che lo scenario “è quello che si teme. Non tutto, ma molto”. E ha ricordato che “I margini di manovra sono inevitabilmente limitati, soprattutto se non si agisce tutti insieme. Questa è l’occasione per dimostrare di essere in linea con i tempi senza limitarsi ad applicare la burocrazia. Maggioranza e opposizione devono deporre le armi, dobbiamo trovare momenti di coesione, collaborare per affrontare una crisi che non ha precedenti”.

Il piano e i tre livelli di crisi

La cornice su cui si sta ragionando è anche quella del “Piano di emergenza del sistema italiano del gas naturale” del 2023 che prevede tre livelli di crisi:

  • preallarme (informazioni concrete su rischi per gli approvvigionamenti),
  • allarme (riduzione degli approvvigionamenti affrontabile con gli strumenti di mercato), 
  • emergenza (riduzione degli approvvigionamenti non affrontabile con gli strumenti di mercato).   

Lo studio delle misure da adottare

Ma quali sarebbero le misure da mettere in campo se ci dovesse essere un lockdown energetico?

  • Uno degli strumenti principali allo studio riguarda lo smart working, che potrebbe essere esteso sul modello adottato durante la pandemia da Covid-19. Attualmente circa il 17% dei dipendenti pubblici utilizza forme di lavoro a distanza, una quota in crescita rispetto all’anno precedente. Le regole già esistenti consentirebbero un ampliamento rapido di questa modalità, anche perché in alcune amministrazioni è già prevista una quota mensile di ore in cui si può lavorare da casa.
  • In fase di valutazione c’è poi il contenimento dei consumi energetici. Si ipotizza, ad esempio, secondo quanto emerso in questi giorni, di intervenire sulla temperatura dei condizionatori durante l’estate e quella dei riscaldamenti in inverno, oppure di limitarne le ore di utilizzo. Interventi di questo tipo, secondo le stime, potrebbero portare a un risparmio significativo di gas. 
  • Anche lo strumento delle targhe alterne per la circolazione dei veicoli non è da escludersi, 
  • così come una riduzione dell’illuminazione pubblica.

Cosa potrebbe accadere

In pratica la situazione potrebbe tradursi in una riduzione obbligatoria dei consumi domestici, per iniziare, poi un probabile stop o rallentamento di alcune industrie – tentando di “selezionare” quelle strategiche per la tenuta economica del Paese – di certo, limitazioni su riscaldamento, illuminazione o mobilità. Questo a grandi linee. Ma su quali settori, potrebbe sostanziarsi un razionamento, ancora non è stato comunicato in via ufficiale dalle istituzioni.

Il precedente negli anni ’70

Ma c’è un precedente che risale a oltre 50 anni fa. Per capire cosa potrebbe significare davvero un lockdown energetico, è utile ricordare cosa accadde negli anni ’70, durante la prima grande crisi petrolifera. Era il 1973 e in seguito alla guerra del Kippur, i Paesi arabi produttori di petrolio decisero di ridurre le esportazioni verso l’Occidente, causando un’impennata dei prezzi e una forte scarsità di energia.
Anche in Italia furono introdotte misure drastiche: divieto di circolazione delle auto, riduzione dell’illuminazione pubblica e limiti al riscaldamento.

Di fatto, si trattò di una forma di razionamento energetico per gestire l’emergenza. Rispetto a oggi, il contesto è diverso: le economie sono più diversificate e le fonti energetiche più varie, soprattutto grazie alle rinnovabili. Tuttavia, quella crisi dimostra che, in situazioni estreme, i governi possono intervenire drasticamente sui consumi. 

Bisogna ricordare, però che, rispetto al 1973, i consumi sono aumentati in modo esponenziale rispetto a 50 anni fa (non c’era internet, l’Ai, la domotica, i cellulari e la diffusione massiccia dei condizionatori d’aria, tanto per fare qualche esempio).

Ecco le misure suggerite dall’Europa

Tra le misure suggerite dal Commissario Ue all’energia (non ancora obbligatorie) si punta soprattutto sui trasporti e sull’uso dei carburanti:

  • Ridurre l’uso di diesel e carburanti per l’aviazione
  • Incentivare smart working e lavoro da remoto
  • Limitare gli spostamenti non necessari
  • Favorire trasporto pubblico e car sharing
  • Valutare limiti di velocità più bassi
  • Scoraggiare i voli quando esistono alternative

Ma sono iniziative, inviti, ancora non obbligatori e che non lambiscono forse, il vero centro del consumo energetico da grandi numeri che coinvolge tutta l’Europa (e l’Italia), che riguarda altri settori definiti strategici.

Le aziende energivore a rischio per l’Italia

Come si legge sul sito di RaiNews, secondo uno studio Istat dello scorso anno, ma relativo ai dati del 2023, in ordine di potenza energetica impiegata, ecco le imprese maggiormente energivore – ossia che consumano maggiormente energia – dell’Italia.

Al primo posto, le attività metallurgiche – acciaierie – in cima alla lista. Poi, fabbricazione di “articoli in gomma e materie plastiche”, a seguire lavorazione minerali non metalliferi ed al quarto le industrie alimentari, di bevande e tabacco.

Si tratta dei settori senza i quali, l’economica del paese smette di girare, e quindi devono essere necessariamente alimentate nonostante la crisi energetica, assieme ai settori pubblici come ospedali, difesa militare, illuminazione pubblica, e trasporti.

Le misure già adottate da altri Paesi

Alcuni Paesi hanno già adottato misure drastiche: in Bangladesh università chiuse e blackout programmati, in Myanmar, uno degli stati più poveri del mondo, auto a giorni alterni e carburante razionato, in Slovenia limiti diretti all’acquisto di carburante.

Altrove si cerca di cambiare le abitudini quotidiane: in Thailandia meno aria condizionata e niente giacche negli uffici, in Vietnam inviti a usare meno l’auto e più mezzi pubblici o biciclette, in Egitto chiusure anticipate e smart working per ridurre i consumi.

In altri casi si punta sugli incentivi: in Australia trasporti pubblici gratuiti, nelle Filippine settimana lavorativa ridotta e sussidi ai trasporti.

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