Figlia d’arte, certo, ma ridurre il suo percorso a un’eredità familiare sarebbe un errore grossolano. Sul palco come davanti alla macchina da presa, sfoggia uno stile che si distingue per una rara combinazione di eleganza e inquietudine, di controllo e abbandono emotivo. Ogni ruolo sembra diventare un territorio da esplorare, più che una semplice parte da recitare. E mentre il suo nome continua a consolidarsi tra i volti più interessanti della nuova generazione di attori italiani, una cosa appare già chiara: Lucia Lavia non è una promessa, ma una realtà in piena evoluzione, destinata a lasciare un segno duraturo.
È la talentuosa protagonista de “La signorina Else” di Arthur Schnitzler. Il testo, tradotto da Renata Colorni con l’adattamento e la regia di Henning Brockhaus, verrà rappresentato dal 10 al 19 aprile 2026 al Teatro Stabile Catania che ha curato la produzione dello spettacolo.
Una diciannovenne intrappolata tra dovere familiare e integrità personale. Qual è stata la prima emozione leggendo la novella?
“Mi ha colpito soprattutto il contrasto che attraversa il racconto: Else è una figura tragica, immersa in una vicenda durissima, ma non è immediatamente simpatica. Ed è proprio questo a renderla interessante. A differenza di molte eroine, spesso rappresentate come vittime limpide e subito empatiche, Else è una ragazza viziata, attratta dal lusso, talvolta invidiosa. Mi interessava confrontarmi con un personaggio non totalmente positivo, sfaccettato, che però finisce per suscitare nello spettatore un profondo senso di dolore. È facile empatizzare con figure buone e dolci, molto meno con chi è ambiguo”.
Nel corso della pièce, fedele all’opera letteraria, la protagonista attraversa una trasformazione potente.
“Da giovane un po’ naïf e sognante si ritrova travolta da una richiesta terribile, quella dei genitori che le impongono di vendere il proprio corpo per salvare il padre dai debiti. E lì emerge la sua purezza, il rispetto assoluto per sé stessa, fino alla follia e al suicidio. Da ragazza leziosa e costruita, appena diciannovenne, si rivela nella sua incorruttibilità. È un arco narrativo forte, capace di ribaltare lo sguardo dello spettatore”.
Se fosse una storia contemporanea, parleremmo ancora di ricatto o di una normalità mascherata?
“Parleremmo senza dubbio di ricatto, forse ancora più sconvolgente oggi: l’idea di utilizzare il corpo di una figlia per fini economici è inaccettabile. Eppure, in alcune realtà difficili, può ancora accadere: ed è qualcosa di profondamente deprecabile”.
Agli inizi del Novecento, una società che mercifica il corpo femminile. A distanza di oltre un secolo, qualcosa è cambiato?
“Il desiderio maschile che pretende di comprare tutto esiste ancora. Oggi si manifesta in forme più sottili: penso alla forte sessualizzazione del corpo femminile, spesso presentata come emancipazione. Io non la condivido: dietro c’è ancora uno sguardo maschile radicato, che molte donne faticano a riconoscere. È un equivoco diffuso, e per me molto evidente”.
Else non trova una via d’uscita. Oggi una giovane donna avrebbe più strumenti?
“Dipende dal contesto familiare. Nel testo non c’è solo una pressione sociale, ma un rapporto psicologico profondissimo con i genitori, soprattutto con il padre: Else non riesce a dire no, è totalmente assoggettata. E questo può accadere ancora oggi. Per questo continuo a vedere dinamiche ambigue, come l’ipersessualizzazione presentata come scelta libera, quando invece spesso è ancora condizionata. Certo, grazie al femminismo abbiamo più consapevolezza e strumenti. Ma ogni avanzamento porta anche resistenze. Il cambiamento non è mai lineare”.
Lo spettatore guarda la ragazza mentre crolla. Chi è davvero sotto accusa, il personaggio o chi paga un biglietto per assistere?
“Il teatro ha il compito di svelare l’umano. Guardando Else, lo spettatore riconosce la vulnerabilità, il dolore. È una storia di morte per vergogna, ma anche di sopraffazione familiare. Vedere tutto questo fuori di sé permette di riconoscerlo dentro. È qui la forza del teatro: non solo racconta, ma insegna”.
I sentimenti si formano anche attraverso l’arte, la letteratura, il teatro per l’appunto.
“Per questo la cultura è fondamentale, soprattutto per i giovani: offre strumenti per leggere il proprio disagio. Senza questi strumenti, si rischia di restare intrappolati nei propri conflitti, fino a reagire con rabbia o violenza”.
Dopo il sipario, cosa le lascia questo ruolo?
“Una grande tenerezza. Else appare inizialmente distante, quasi sgradevole, ma poi rivela una profondità e un dolore che commuovono. È un personaggio che ricorda quanto le apparenze possano ingannare”.
Figlia di Gabriele Lavia e Monica Guerritore, quanto ha dovuto “disobbedire” per trovare la sua voce?
“Disobbedire è necessario. Per un figlio d’arte è quasi un dovere: bisogna trovare la propria identità. Ho studiato e lavorato con mio padre, che è stato il mio maestro, ma da oltre dieci anni ho scelto di seguire una strada autonoma. L’insegnamento va trasformato, reso personale. È questo il percorso che sto cercando di costruire”.
Tra i prestigiosi riconoscimenti ricevuti, nel 2015 il premio “Siracusa stampa teatro”, aggiudicato nuovamente nel 2021. Ma il filo rosso che la lega alla Sicilia parte da molto prima, dagli affetti.
“Il mio legame con questa terra è prima di tutto familiare. Sono catanese da parte paterna: mio padre e i suoi genitori lo erano. Persino il mio nome, Lucia Carmela, racconta questa appartenenza. Non ho conosciuto i miei nonni, ma in Sicilia è come sentirli vicini. Tornare qui significa ritrovare le mie radici”.
Gino Morabito

