“L’uomo dei Viceré”, giallo tra storia e invenzione - QdS

“L’uomo dei Viceré”, giallo tra storia e invenzione

redazione

“L’uomo dei Viceré”, giallo tra storia e invenzione

Giuseppe Lazzaro Danzuso  |
giovedì 24 Febbraio 2022 - 08:34

Un incalzante giallo calato nell’affascinante affresco d’una Palermo fredda e piovosa, inzaccherata

CATANIA – “L’uomo del Viceré” di Silvana La Spina (Neri Pozza, 297 pagine, 18 euro) per la sua ambientazione potrebbe esser considerato un prequel del “Gattopardo” – il più celebrato romanzo siciliano col suo “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi” – ma è soprattutto un incalzante giallo calato nell’affascinante affresco d’una Palermo fredda e piovosa, inzaccherata.

“Erano le sette di sera di un giovedì di gennaio del 1783 quando Maurizio di Belmonte, barone di Mezzograno, arrivò davanti alla Reggia di Palermo”. Il viceré Domenico Caracciolo – “mangia-nobili” l’avrebbe definito Pitrè, perché, ambasciatore del Borbone a Parigi, s’era invaghito di Voltaire – incarica Belmonte di trovare chi uccide bambine del popolo straziandone i corpi con terribili torture.

Così Silvana La Spina, con una stupefacente prosa che intreccia mille linguaggi, conduce il lettore tra giamberghe e parrucche d’una Nobiltà da operetta, tra banditori e donne bellissime – Sofia Schultz, la pittora e Viola Inzerillo -, tra feste di gala e negromanzia, terribili segreti di famiglia, tricorni e carrozze, mummie, catacombe e Salemme arabi, autodafé e viaggiatori tedeschi, funerali barocchi, sbirri d’ogni ordine e grado e monache, monache, monache. Sempre parenti di qualcuno.

Sullo sfondo della narrazione, la guerra aperta tra la casta nobiliare palermitana e un Caracciolo ben deciso a condurre la Sicilia dal Medioevo all’Illuminismo facendo saltare il sistema dei privilegi. Nel libro non se ne fa cenno, ma in una terra che contava un ecclesiastico ogni 32 abitanti, stabilì di accorciare il festino di Santa Rosalia da cinque a tre giorni. Il suo ordine cadde nel vuoto perché Caracciolo ignorava come, con i proventi della Festa, gli artigiani e il popolo palermitano campassero per un anno intero.

Quest’incapacità di comprendere i bisogni del popolo viene sottolineata dall’autrice: l’oste Cappiddazzu all’Uomo del Viceré dice “di noi non ci capisci niente… i libri che leggi sono inutili, inutile il tuo interesse per i poveri”. D’altronde in quei tempi gli “Orfani abbandonati alla pubblica carità” si trovavano “persino nelle città più evolute come Londra o Parigi… quasi sempre manovalanza per la delinquenza”. Come il giovanissimo Genco, sorta di Gavroche senz’occasione di eroismo.

L’autrice, anche lei abilissima pittora, ci restituisce vivo un mondo morto, mescolando personaggi autentici come l’abate Meli e Villabianca ad altri inventati. D’altronde un romanzo, per quanto storico, è opera di fantasia. Verosimile, non vero. Come il ritratto in copertina, che non è quello di Belmonte, ma John Mortlock, banchiere britannico e sindaco di Cambridge.

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