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Makoto Fukuda tra Etna e impermanenza: il design come arte di abitare il mutamento

Makoto Fukuda tra Etna e impermanenza: il design come arte di abitare il mutamento
Il designer Makoto Fukuda

La disciplina silenziosa della cultura giapponese e la materia incandescente del paesaggio siciliano: Fukuda costruisce traiettorie progettuali in cui eleganza, sperimentazione estrema e relazione umana si fondono in un’unica raffinata visione

Mi risulta estremamente naturale e, potrei dire congeniale, in qualche misura, poter parlare e descrivere il mio amico, il portentoso designer Makoto Fukuda. E, non certo per questioni di natura anagrafica che, sì, coincidono, ma per un dichiarato sistema di relazioni che egli, con grande naturalezza riesce a srotolare con continuità ed immensa raffinata spregiudicatezza, attorno a sé. E lo fa mettendo in opera una preziosa miscela che riesce a contenere insieme, una eleganza silenziosa che, come per magia viene distillata, estratta dagli elementi costituenti il nostro scenario ambientale, sia esso naturale o artificiale e, un esercizio creativo di grande profilazione espressiva, in qualche modo estremo e straniante. Sono le due componenti cardine proprie di una cultura, quella giapponese, che il designer pone in ostensione e dona alla comunità umana con la sua opera di progetto, ogni volta. Ma, come dicevo, con Makoto Fukuda condivido quell’anelito comune che, con la mia opera intendo condividere con l’intera comunità planetaria e, come lui, amo poterlo fare con “ogni cosa del mondo”. Si, con l’intento di poter parlare di ogni cosa del mondo e, utilizzando ogni possibile elemento afferente al nostro scenario esistenziale, realizzando traiettorie di indagine, di analisi, di discussione che afferiscono, oggi più che in passato, alla caleidoscopica materia del design.

Design e struttura pluridisciplinare

Appare inevitabile oggi poter disporre ed operare, soltanto attraverso la messa in atto di una struttura pluridisciplinare, propria della natura del Design, che nella sua fisionomia cromosomica, vive e si alimenta, mediante l’esercizio della ricerca, della sperimentazione e delle sue applicazioni alla realtà concreta del vivere quotidiano, costituita da tutta una equipe di figure altamente specialistiche, che oggi si può rispondere alle complesse problematiche che emergono da un organismo vivente altamente complesso, quale è il nostro scenario esistenziale.

Creatività estrema e formazione di Makoto Fukuda

In questa dimensione multiforme propria dei nostri ecosistemi esistenziali diviene di estrema importanza l’opera condotta da alcuni designer che sembrano aver scritto già nella loro componente genetica un particolare modus operandi, capaci di poter mettere in esercizio attivo una serie di modalità solventi che fanno capo alle potenzialità connesse ad una sorta di Creatività Estrema che, settata su parametri gravosi provenienti dalle nostre condizioni estreme dello scenario ambientale, riescono a produrre quello che possiamo definire il giusto Climax. E, il nostro designer è proprio uno di questi. Vediamo di rintracciarne i suoi passi: formazione alla Tokyo University of the Arts, lo troviamo poi, giovanissimo, ad operare per diversi decenni nella città di Barcellona, ove la sua opera è ancora visibile e gode di ottima salute, presso il Mercato di Santa Caterina, risultato della riqualificazione del vecchio mercato rionale progettato nel 1848 sui resti del quattrocentesco convento, diventato oggi una delle icone della città capace di avere innestato la rivitalizzazione di un intero quartiere della città.

Mercato di Santa Caterina e Pixel tematici

L’opera di Fukuda gioca con gli elementi salienti dello scenario di provenienza propri del contesto dinamico del preesistente mercato, assumendone le connotazioni figurative d’origine e trasponendole con un’opera di attualizzazione modale mediante l’utilizzo di quelli che egli definisce ‘Pixel tematici’. Restituendoci così facendo, una rappresentazione scenica che muove i nostri sensi giocando con le nostre emozioni, mediante l’adozione di una tecnica d’ingaggio che si serve degli efficaci elementi cromatici propri degli alimenti posti in ostensione nella struttura mercatale, inserendoli con dovizia ed immensa meravigliosa spregiudicatezza, in una rappresentazione dagli alti profili espressionistici, attraverso la realizzazione di una copertura a volute che è un meraviglioso display urbano, una struttura emittente all’interno di un contesto storico già pregiato. L’ispirazione, in qualche misura, nasce dal “disegno della sovrapposizione delle fasi storiche succedutesi nel tempo“, come i progettisti stessi, Enric Miralles e Benedetta Tagliabue, hanno raccontato.

Architettura, flessibilità e spazio urbano

La nuova copertura si estende lungo il perimetro originario fino a piazza Cambò, luogo di maggiore concentrazione dei flussi pedonali. Essa si sviluppa lungo le tre navate sulle quali si impostano tre volte, ricordando l’antico impianto della chiesa e del monastero. L’edificio del nuovo mercato conserva soltanto i tre muri perimetrali di quello precedente, mentre il quarto, situato a sud, è stato ricostruito totalmente. Il motivo fondante dell’impianto della fabbrica architettonica è riposto nella irregolarità delle geometrie dei suoi elementi architettonici che, sono frutto di un’attenta progettazione di natura sartoriale, dai serramenti alle pavimentazioni, dalle travi reticolari alle capriate così come per i pilastri. Ogni elemento strutturale è stato concepito come un pezzo unico, come fosse una vera e propria opera d’arte. La nuova struttura è indipendente dal punto di vista statico e quindi lo spazio commerciale diviene flessibile, capace di poter assumere nuove, diverse configurazioni, in previsione di future variazioni del layout. La copertura è un sistema composto da travi di ordine superiore in acciaio, di sezione e asse variabile, e travi di ordine inferiore in cemento, ed è lì che muove la sua opera il nostro designer con enorme capacità d’intervento e di proposizione oculata ed avvincente, realizzando un tappeto visivo che diviene tappeto sonoro, capace di potervi far sentire la musica della bellezza mediante accordi che, vengono combinati dalla nostra acquisizione visiva dello scenario d’esercizio in cui ci troviamo e ritroviamo immersi, in una continuità che è propria di una melodia allegra.

Parco Botanico Paternò del Toscano e Padiglione della Serra

Recente è invece l’intervento del designer e dello Studio GiulianoFukuda con cui opera, nella realizzazione del Padiglione della Serra per il Parco Paternó del Toscano. Nell’ambito di un più ampio progetto di restauro e ampliamento, questa serra è uno dei servizi realizzati a supporto della nuova vocazione pubblica del giardino, il meraviglioso Parco Botanico Paternò del Toscano, opera originaria mossa dal grande Ettore Paternò Castello (con cui mi onora aver collaborato decenni addietro) un giardino storico immerso fra le rocce laviche che si estende per circa 4 ettari offrendo un paesaggio unico per armonia estetica e per interesse botanico, ove alcune piante sono state dichiarate monumentali e l’intero giardino è stato posto sotto tutela dalla Sovrintendenza dei Beni Ambientali della Regione Siciliana e, nell’ultimo decennio riqualificato ed attualizzato dalla entusiastica conduzione della nipote Stena Paternò Toscano insieme allo Studio Associato Cantone Ortoleva, con un Masterplan e progetto di recupero ed ampliamento che, nel mese di dicembre dello scorso anno ha ricevuto la Menzione Speciale al Premio Massimo Riili organizzato dall’Ance di Siracusa.

Makoto Fukuda a Catania e le installazioni per Sicilicima

Ma il nostro designer che vive ed opera in pianta stabile in Sicilia da un decennio ed opera nella città di Catania, docente di Exhibition Design all’Accademia Abadir di Catania, come dicevo, fondatore con la moglie Lucia Giuliano, architetto, dello Studio GiulianoFukuda, ci ha abituati e viziati ad attendere con trepidazione ogni fine d’anno, alla sorpresa della ennesima installazione presso i locali della rinomata azienda Sicilicima. Lo ha fatto negli anni scorsi con le installazioni dal titolo “Ashes to Ashes”, dove l’elemento scelto per l’opera è stato il fuoco, che tingendo di nero quale atto celebrativo nei confronti del vulcano Etna e della sua forza, che culmina nel fenomeno dell’esplosione, ha inteso rappresentare mediante l’allestimento il contrasto tra la distruzione che un evento cataclismico può generare e la continua trasformazione del mondo naturale. Con la ripetizione del termine ashes (ceneri), ha inteso poter evocare il riecheggiare del boato e la persistenza della polvere dopo un’eruzione; con l’installazione dal titolo “Cosmogonia”, utilizzando una serie di elementi di scarto, sospesi nello spazio e sorretti da sottili fili trasparenti, disposti su un invisibile spartito fino a generare due grandi circonferenze ha riprodotto un Sole, qui costituito da elementi forati e lamiere in alluminio, ed una Luna, costituita da scarti di profili usati nel montaggio dei serramenti.

Nella composizione finale dell’opera, le unità di partenza vengono a perdere la loro identità iniziale e divenendo parte di un tutto che rimanda ad altre dimensioni materiche, oltre che di significazione. La luce naturale del giorno e quella artificiale della notte illuminano i due corpi accentuandone così la nuova natura cosmica, proiettandoli in un avvincente luogo dell’altrove; “White Allegory” è invece un’installazione, realizzata nel dicembre 2020, all’interno del workshop Forme Organiche, laboratorio di Modellistica guidato dal designer, dove a partire da questo concept, gli studenti e le studentesse del corso hanno realizzato un paesaggio etereo che, con le sue variazioni di luci e di forma, ci ricorda le innumerevoli facce che può assumere il paesaggio esistenziale.

White Allegory è un lavoro collettivo

White Allegory è un lavoro collettivo risultato dallo studio e dalla manipolazione delle linee curve presenti in natura (fiori, piante, sassi, onde) e coniuga l’unicità di queste forme organiche con l’eccezionalità del lavoro manuale, anch’esso capace di generare forme uniche e irripetibili. Nell’ambito d’esercizio proprio del Public Design ho apprezzato parecchio la sua opera condotta con la realizzazione di “Fiori Primordiali”, un’installazione dove l’architetto e designer Makodo Fukuda apre a nuovi episodi creativi e pervasivi, per poter avviare saldi, efficaci processi di rigenerazione urbana. Con questa installazione generata all’interno dell’unità formativa del Laboratorio di Modellistica del corso di laurea triennale 2023–2024 di Abadir Accademia di Design e Comunicazione Visiva, il designer ha intrapreso un percorso di ricerca sullo spazio pubblico che ha condotto alla realizzazione dei primi elementi in ceramica, consentendo a studenti e docenti di poter prendere coscienza della natura primordiale del materiale prescelto, per l’appunto la ceramica, il primo materiale ‘plastico’ probabilmente in uso sin dall’alba delle nostre civiltà, quale elemento d’elezione per poter ingaggiare le prime esperienze creative, generatrici di quelle preziose tracce che costituiscono il nostro magnifico patrimonio materiale e simbolico.

Considerevole in tale percorso di costruzione dell’episodio generativo, è stato l’impegno condotto in sinergia con il designer Andrea Branciforti, appartenente ad una delle famiglie storiche del territorio caltagironese, da sempre impegnata nella creazione e produzione di artefatti in ceramica con il nome di “Ceramiche Branciforti”, ed erede della moltitudine di pratiche e processi preziosi della tradizione ceramista siciliana. Branciforti è riuscito in un progetto dalla forte valenza culturale e dal linguaggio contemporaneo, con il brand parallelo a quello storico, denominato “Improntabarre”, a poter conseguire numerosi consensi di critica e di vendita, ed una moltitudine di riconoscimenti in ambito internazionale nel settore del Design di Prodotto, tra cui la candidatura per ben due volte al prestigioso Premio del Compasso d’Oro ADI, considerato universalmente come il ‘Nobel del Design’. Fukuda fa parte inoltre della rosa dei designer afferenti al Manifesto del Design Anfibio, che ha condotto alla generazione della prima Collezione del brand Orografie, vincitore della Menzione d’Onore al Premio del Compasso d’Oro, con cui ha disegnato con la moglie Lucia Giuliano la serie di tavolini “Tavo”.

Utsuroi: impermanenza e cultura giapponese nel design

Per il mese di dicembre dell’anno appena trascorso, com’è consuetudine oramai, ha realizzato sempre per l’azienda Sicilicima l’opera dla titolo “Utsuroi”. Utsuroi (うつろい) è un termine giapponese legato al mutamento, alla trasformazione. Indica un cambiamento graduale e inevitabile, il passaggio da uno stato all’altro; può riferirsi anche al riflesso o alla proiezione di un elemento su un altro. Entrambi i significati rimandano a un’idea di impermanenza, ricordandoci che nulla è realmente stabile e tutto è effimero. Utsuroi viene utilizzato per descrivere i paesaggi e il susseguirsi delle stagioni, o quei momenti di soglia in cui un evento sta per concludersi, come il cadere delle foglie in autunno o il dissiparsi della luce alla fine del giorno. Ma è anche un principio profondamente radicato nell’architettura e nella cultura giapponese, un concetto spazio-temporale che rende labile il confine tra il sé e l’ambiente circostante. Utsuroi celebra così tale approccio, facendo confluire all’interno dello showroom una serie di elementi organici sospesi al soffitto, leggeri e mobili, il cui movimento viene ad evocarci quella ineluttabile delicatezza nascosta dentro le trasformazioni che scandiscono i cicli naturali dei nostri ecosistemi vitali. Buon inizio d’anno nuovo e… buon design!