Le coste isolane sono fragili e niente come l’ondata di maltempo che ha travolto la Sicilia orientale negli ultimi giorni, con le violente mareggiate e le raffiche di vento che hanno distrutto i litorali siciliani – soprattutto delle province di Messina e Catania – lo dimostra. I danni provocati dal ciclone Harry ammontano, secondo una prima stima, a oltre 700 milioni di euro. Ora si pensa alla ricostruzione, ma di certo anche a quanto lavoro c’è da fare affinché l’Isola sia effettivamente pronta a fronteggiare le prossime condizioni meteo avverse.
Le immagini di una Sicilia – ma anche di una Sardegna e di una Calabria – in ginocchio per il maltempo hanno riacceso il dibattito sulla sicurezza delle coste e a prendere parola sono direttamente i geologi, che non possono fare a meno di notare l’elevato rischio per le aree siciliane più vicine al mare.
Il maltempo riaccende il dibattito sulla sicurezza delle coste in Sicilia
Decenni di consumo di suolo, erosione costiera e pianificazione spesso segnata da ritardi e progetti frammentari sono la causa per cui il Sud ha difficoltà a fronteggiare gli eventi estremi dovuti alla crisi climatica. Basta un dato per spiegare tutto: circa il 76% del litorale siciliano è classificato “a rischio elevato o molto elevato”. Un quadro allarmante, quello siciliano, recentemente confermato dal dossier “Erosione costiera in Sicilia 2024” di Legambiente. Secondo il documento, la Sicilia detiene il primato nazionale per percentuale di coste esposte a rischi geomorfologici.
Le statistiche derivanti dal Piano per l’Assetto Idrogeologico Siciliano (2021) confermano la gravità della situazione: il 43,6% del territorio costiero è classificato a rischio elevato, il 32,9% è a rischio molto elevato. Numeri purtroppo in crescita con l’aumentare degli eventi estremi, come il recente ciclone Harry.
Il nodo della prevenzione
Per risolvere definitamente il problema del dissesto idrogeologico occorre “un cambio di paradigma tecnologico e progettuale“. Secondo Filippo Cappotto, vice presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi, con Harry la Sicilia ha – ancora una volta – pagato “il prezzo di un consumo di suolo eccessivo in aree costiere e di una visione complessiva troppo limitata”.
Una via d’uscita c’è, anche se non semplice. Per Cappotto, è fondamentale “pianificare lo sviluppo futuro delle nostre coste, prevedere azioni di protezione e consolidamento su larga scala, limitando gli interventi puntuali che se pur mitigando una criticità specifica spesso trasferiscono il problema al tratto costiero limitrofo, e tenere conto di mutati scenari di pericolosità”.
“Eventi estremi sempre più frequenti si abbattono su territori impreparati a reggerne l’impatto, la forzante metereologica connessa alle variazioni climatiche è una questione che interessa il territorio nella misura in cui si parla soprattutto di fragilità”, aggiunge. Si avvicina a questa concezione anche il parere espresso, in fase di sopralluogo in Sicilia, dal ministro della Protezione civile Nello Musumeci: “Spero che l’accaduto serva a far capire che con il mare bisogna fare i conti in futuro (…). Se si ricostruisce si deve pensare che possa esserci una replica, fra dieci, venti o 50 anni, ma occorre ricostruire con una nuova pianificazione“, le sue parole.
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