Maternità e lavoro, come salvare l'allattamento e il modello svedese - QdS

Maternità e lavoro, come salvare l’allattamento e il modello svedese

Ivana Zimbone

Maternità e lavoro, come salvare l’allattamento e il modello svedese

venerdì 28 Gennaio 2022 - 02:00

La maternità e l'allattamento penalizzano le donne nel mondo del lavoro in Italia, ma non in Svezia. Ecco come superare il problema.

Le discriminazioni delle donne sul luogo di lavoro dipendono anche, e soprattutto, dalla maternità. Come se i figli fossero solo loro e non una risorsa per il mondo. Grazia De Fiore, consulente professionale IBCLC in allattamento e svezzamento, racconta – in esclusiva al QdS – il dramma del gentil sesso in quello che dovrebbe essere uno dei momenti più belli della vita.

Gravidanza e allattamento, motivi di discriminazione sul luogo di lavoro

“La gravidanza e l’allattamento sono dei momenti di fondamentale importanza per la crescita psicofisica dei più piccoli e per la salute delle famiglie. Ma se le donne continuano ad avere difficoltà a trovare un’occupazione a seguito della maternità, se le aziende continuano a essere restie ad assumere donne, soprattutto con contratti regolari a tempo indeterminato, per paura che possano diventare madri, significa che qualcosa nel sistema italiano non funziona a dovere – spiega De Fiore -. Soprattutto se questo non avviene anche, per le stesse ragioni, per gli uomini”.

In Sicilia lavora una donna su tre, secondo il report della Banca d’Italia. Ma quali sono le maggiori difficoltà delle neomamme? “Tante donne si rivolgono a me perché non sanno come gestire il rientro a lavoro dopo il parto. Un problema dettato tanto dai ritmi inflessibili richiesti dalla maggior parte delle aziende, quanto dalle esigenze del neonato che richiedono il costante contatto della mamma, l’allattamento naturale al seno, l’assistenza continua – continua la consulente IBCLC -. E anche quando le lavoratrici sono tutelate da un contratto, rientrano a lavoro tre mesi dopo il parto. Un tempo del tutto prematuro in cui si pretende dal nuovo nato una maturità che non può avere e dalla donna un’indipendenza del tutto innaturale. Per le libere professioniste la sfida è ancora più dura”.

Come rientrare a lavoro dopo il parto

Ma quali soluzioni efficaci possono consentire alle donne un rientro più sereno? “A fare la differenza sono, ancora una volta, le reti familiari. Tuttavia la maggior parte dei nonni ormai lavora o è molto anziano. E gli uomini, per cultura, non sempre svolgono quotidianamente le attività che dovrebbero appartenere a tutti i membri adulti della famiglia – aggiunge De Fiore -. Sicuramente darsi delle priorità, tralasciare ciò che è futile, ritagliarsi del tempo per riposare ogni tanto e trovare una figura di riferimento che possa essere d’aiuto è fondamentale”.

L’allattamento delle mamme lavoratrici

L’allattamento naturale è possibile anche per i figli di mamme lavoratrici, oppure è meglio preferire in alcuni casi il latte artificiale? “Bisognerebbe uscire dal concetto che una donna debba separarsi dal proprio bambino solo ed esclusivamente per motivi di lavoro.

Quest’assurda convinzione che le mamme non siano come tutte le altre persone, e che non abbiano le stesse esigenze e lo stesso diritto di riposo, svago, socializzazione, indipendenza, autonomia, contribuisce alla discriminazione di genere – spiega -. Inoltre è doveroso sottolineare come il latte artificiale non sia mai preferibile e, in alcun modo, sostitutivo del latte materno. Perché rappresenta, di fatto, uno svezzamento precoce con tantissime controindicazioni e priva il neonato del nutrimento e delle difese immunitarie a cui ha diritto”.

L’allattamento naturale, è sempre possibile

Si può continuare ad allattare pur dovendosi assentare per diverse ore? “L’allattamento naturale è sempre possibile. Non esistono donne che non hanno latte, non esiste un momento in cui il latte finisce, non esistono capezzoli inadatti e nemmeno allattamenti dolorosi.

È importante essere correttamente informati e non ascoltare troppi consigli, perché non sempre adatti- sottolinea De Fiore -. Se, sin dai primi momenti dopo il parto, si avvia correttamente l’allattamento con personale specializzato, curando l’attacco al seno, bandendo biberon, tettarelle, paracapezzoli e qualsiasi aggiunta di latte artificiale, assicurando il libero accesso alla mammella per stimolare la produzione in funzione del fabbisogno del neonato, l’allattamento non ha bisogno di ulteriori supporti.

Può proseguire almeno fino a quando l’Oms lo consiglia, ovvero fino al raggiungimento del secondo anno d’età o quando mamma e figlio lo desiderano. Anche se la donna deve assentarsi per diverse ore, tirando, conservando e facendo somministrare da terzi, nel giusto modo, il latte estratto. Se la mamma prova dolore, presenta ragadi o non riesce a fare tutte le azioni elencate, c’è un difetto nell’avvio dell’allattamento che può essere corretto se si interviene in tempo”.

Le tutele per le madri in Italia e nel resto d’Europa

Tra gli obiettivi principali dettati dall’Ue, l’emancipazione femminile e un maggior coinvolgimento delle donne nel mondo del lavoro. Ma quali sono le tutele delle mamme garantite dalla legge italiana?

“In Italia le uniche tutele, peraltro insufficienti, riguardano i lavoratori e le lavoratrici dipendenti. Essi possono assentarsi dal lavoro per le cure e l’assistenza del figlio con un’indennità a carico dell’INPS pari al 100% della retribuzione – fa sapere la consulente -. Ma solo entro certi limiti d’età del piccolo, entro determinati limiti giornalieri. Per l’allattamento sono garantite soltanto due ore al giorno, sempre a carico dell’INPS, per un orario giornaliero di lavoro di almeno sei ore, altrimenti ne viene consentita soltanto una ed esclusivamente per il primo anno di vita del bambino. Ci si rende conto di come tali misure siano del tutto insufficienti per rispondere alle esigenze dei più piccoli”.

Ma come uscire dall’impasse? “Smettendo di pensare che il ‘problema’ sia delle donne e che debbano essere loro a sopperire alle carenze culturali e persino alle mancanze dello Stato che viene sostenuto dai contribuenti ai quali deve offrire tutti i servizi per la salute – dice Grazia De Fiore -. Sono i bambini e i loro bisogni a dover essere messi al centro, soprattutto in uno Stato che dice di voler sostenere l’emancipazione femminile e incentivare le nuove nascite, che hanno raggiunto il loro minimo storico”.

Il modello svedese

Esiste in tal senso un modello vincente in Europa? “Certamente sì. In Svezia, per esempio, la parità di genere esiste già e oltre il 75% delle donne lavora indipendentemente dalla maternità. A loro è garantito il rientro a lavoro al compimento del 18esimo mese di vita del bambino e il lavoro esclusivamente su turni diurni fino al compimento del 15esimo anno dello stesso. I papà, inoltre, hanno pari diritti perché vengono coinvolti alla stessa stregua del gentil sesso nella cura della famiglia, visto che anche loro ne fanno parte – conclude -. I servizi di assistenza all’infanzia pubblici cominciano già dopo il primo anno di vita dei figli, con nidi che offrono una copertura di 40 ore settimanali. Cambiare si può, ma le donne non possono da sole cambiare l’intera società”.

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