La Corte di giustizia dell’Unione Europea dà ragione all’Italia sul caso Meta ed equo compenso: il colosso statunitense fondato da Mark Zuckerberg deve pagare gli editori per l’uso dei contenuti giornalistici da parte delle sue piattaforme online.
La sentenza è arrivata negli scorsi giorni, segnando un punto a vantaggio degli editori nella battaglia che vede protagonisti tanto Meta e tutte le piattaforme collegate (Facebook, Instagram, WhatsApp, Messenger e Threads) quanto Google, principale motore di ricerca a livello globale.
Meta ed equo compenso, la sentenza e il commento di Agcom
La Corte di giustizia europea ha stabilito che “la normativa italiana e il regolamento Agcom sono compatibili con il diritto dell’Unione” in materia di determinazione dell’equo compenso per l’utilizzo online delle pubblicazioni di carattere giornalistico, “a condizione che tale remunerazione costituisca il corrispettivo economico dell’autorizzazione all’utilizzo online delle loro pubblicazioni”. Lo conferma in una nota l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, ricordando che ”Meta aveva proposto un ricorso contro la normativa italiana” di recepimento della direttiva copyright e regolamento Agcom. In particolare, secondo la Corte, “la normativa italiana è compatibile con il diritto dell’Unione nella misura in cui non solo prevede che gli editori abbiano il diritto di ottenere un’equa remunerazione per l’utilizzo online delle loro pubblicazioni di carattere giornalistico, ma impone anche alle piattaforme, che utilizzano o intendono utilizzare tali pubblicazioni, l’obbligo di trattative con gli editori, di non limitare la visibilità dei contenuti di questi ultimi nei risultati di ricerca nel corso delle trattative e di mettere a disposizione degli editori e di un’autorità pubblica le informazioni necessarie per determinare l’importo di una equa remunerazione”.
Questi obblighi, che – sottolinea Agcom – “rafforzano la tutela degli editori, e dell’intero mondo della comunicazione, compresi i giornalisti, appaiono giustificati per i giudici europei perché consentono di realizzare un giusto equilibrio tra la libertà d’impresa e il diritto di proprietà intellettuale, nonché di preservare il pluralismo dei media”. La Corte ha confermato anche “il ruolo dell’Agcom nel definire i criteri di riferimento da utilizzare per determinare l’equo compenso e quantificarne l’importo in caso di mancato accordo tra le parti, nonché a vigilare sul rispetto dell’obbligo di informazione gravante sui prestatori e imporre sanzioni in caso di inosservanza di tale obbligo”.
“La sentenza, che interviene in un momento particolarmente significativo per il futuro dell’editoria segna un passaggio importantissimo a tutela del pluralismo dell’industria editoriale e dei valori costituzionali”, ha dichiarato Giacomo Lasorella, presidente di Agcom.
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