Minimo salariale balla colossale - QdS

Minimo salariale balla colossale

Carlo Alberto Tregua

Minimo salariale balla colossale

martedì 14 Giugno 2022 - 08:38

CCNL superiori al minimo

Commissione, Parlamento e Consiglio Ue hannoin corso di approvazione una Direttiva con la quale si stabilisce che in Europa il minimo salariale orario è di euro nove.
Sei dei ventisette membri europei (Italia, Svezia, Danimarca, Finlandia, Austria e Cipro) non hanno nessuna legge al riguardo, per cui sono liberi di adottare la Direttiva oppure no, entro due anni dalla data di approvazione.

Molti partitocrati che mirano al consenso facile, anche se non veritiero, hanno fatto festa come se la Direttiva fosse una grande conquista. In realtà è acqua fresca, quindi tutte le argomentazioni che la sostengono sono balle colossali. Perché questa affermazione grave? Perché in effetti nel nostro Paese i Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro (CCNL) prevedono tabelle salariali che hanno una paga oraria uguale o superiore a quella indicata.

Qualcuno obietta che tali contratti non vengono rispettati. Ma se questo accade, non verrà rispettata neanche la prescrizione della Direttiva europea. Ancora una volta si è prospettata una soluzione falsa per un problema vero.

Qual è questo problema? Concerne la scarsa vigilanza da parte degli ispettori del lavoro, degli ispettori dell’Inps e dell’Inail nei confronti delle imprese, per verificare se tali CCNL vengano osservati regolarmente.
D’altro canto, i quattro sindacati nazionali (Cgil, Cisl, Uil, Ugl) hanno dichiarato concordemente che è una norma del tutto inutile, anzi che interviene nella contrattazione azienda-sindacato in maniera del tutto inopportuna.

Ad ogni buon conto, la Direttiva ha una funzione plastica e non effettiva, per dar modo a dei blablatori di accreditarsi di una cosa che esiste già e che quindi produce loro un credito vuoto e privo di sostanza.

Stipendi e salari italiani, pubblici e privati, sono all’incirca in media con quelli europei. Ma qualcuno osserva che l’effettivo livello di tali stipendi e salari è più basso, non per effetto dei contratti, bensì per l’evasione e la non osservanza dei contratti stessi. Quindi, ripetiamo, il problema è la scarsa vigilanza e non l’importo minimo di salari e stipendi, pubblici e privati.
Sembra il gioco dell’oca, quando la pedina ritorna alla casella iniziale.

Un giornalista lavora mediamente 218 giorni l’anno perché gli altri 136 sono festivi. Costa in media ad un editore fra i 300 ed i 500 euro per giorno lavorato, ma, in effetti, il percettore riceve un terzo in meno per effetto del cuneo fiscale, fatto da imposte ed oneri previdenziali.
La questione di un aumento di stipendi e salari percepiti si poggia su due gambe: il taglio di imposte e oneri previdenziali, cioè del cuneo fiscale; l’aumento della produttività e quindi la crescita dei fatturati e dei margini operativi lordi delle società editoriali.

Produttività e crescita generano ricchezza, al contrario di rilassatezza ed abulia nel lavoro, come accade spesso, soprattutto nel settore pubblico.
La conseguenza di quanto precede è che chi continua a chiedere, chiedere e chiedere, senza prima farsi un esame di coscienza su ciò che deve dare, commette un atto deprecabile sul piano etico. E non solo.

Mentre nel settore privato la produttività è un elemento presente – che tradotto significa fare più cose e di migliore qualità nello stesso tempo – nel settore pubblico questo elemento è totalmente assente, insieme agli altri due fondamentali, quali merito e responsabilità.

Conseguentemente, i quattro sindacati nazionali, rappresentanti dei dipendenti pubblici e privati, dovrebbero spingere per fare aumentare il prodotto del lavoro, cui dovrebbero aumentare in proporzione le remunerazioni.

Propalare falsità circa il salario minimo è deleterio perché induce in confusione i cittadini.
Purtroppo, in questi ultimi tempi è esplosa l’inflazione a livello mondiale, anche per effetto delle speculazioni nate come conseguenza della guerra russo-ucraina. Un’inflazione del 6/8 per cento non si vedeva da decenni. Essa taglierà stipendi e salari che, pur nominalmente, resteranno allo stesso livello.
Urge perciò fermare la dissennata guerra russo-ucraina per ricondurre l’inflazione al due per cento, che è sopportabile ed aiuta, fra l’altro, la crescita del Pil.

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