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I dati sulla “fuga” dei siciliani che preferiscono curarsi al Nord

redazione

I dati sulla “fuga” dei siciliani che preferiscono curarsi al Nord

martedì 08 Settembre 2020 - 00:00
I dati sulla “fuga” dei siciliani che preferiscono curarsi al Nord

I dati dell’Osservatorio Gimbe sulla mobilità sanitaria nel 2018, segnalano nell'Isola un saldo negativo rilevante: - 228,7 milioni. Indici di fuga elevati in quasi tutto il Mezzogiorno, ma sono rilevanti anche nelle Regioni settentrionali con elevata mobilità attiva

I cittadini italiani hanno il diritto di essere assistiti in strutture sanitarie di Regioni differenti da quella di residenza, determinando il cosiddetto fenomeno della mobilità sanitaria interregionale, distinta in mobilità attiva (voce di credito che identifica l’indice di attrazione di una Regione) e mobilità passiva (voce di debito che rappresenta l’indice di fuga da una Regione).

Annualmente vengono effettuate le compensazioni finanziarie tra Regioni su 7 flussi finanziari: ricoveri ospedalieri e day hospital (differenziati per pubblico e privato accreditato), medicina generale, specialistica ambulatoriale, farmaceutica, cure termali, somministrazione diretta di farmaci, trasporti con ambulanza ed elisoccorso. Nel 2018 il valore della mobilità sanitaria ammonta a 4,618 miliardi di euro, importo approvato dalla Conferenza delle Regioni e delle Province autonome il 31 marzo 2020, previa compensazione dei saldi. Un fiume di denaro che scorre prevalentemente da Sud a Nord: 97,4% del saldo attivo confluisce nelle casse di Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto, Toscana, l`84,4% di quello passivo grava su Campania, Calabria, Lazio, Sicilia, Puglia e Abruzzo.
L’assenza di dati sui costi sostenuti da pazienti e familiari e su altri costi indiretti rendono impossibile stimare l’impatto economico complessivo della mobilità sanitaria. È quanto emerge dal report dell’Osservatorio Gimbe sulla mobilità sanitaria.

Mobilità attiva – Le 6 Regioni con maggiori capacità di attrazione vantano crediti superiori a 200 milioni di euro: in testa Lombardia (26,1%) ed Emilia-Romagna (13,9%) che insieme drenano il 40% della mobilità attiva. Un ulteriore 31,9% viene attratto da Veneto (9,6%), Lazio (8,5%), Toscana (8,1%) e Piemonte (5,8%). Il rimanente 28,1% si distribuisce nelle altre 15 Regioni e Province Autonome, oltre che all`Ospedale Pediatrico Bambino Gesù (244,7 milioni) e all`Associazione dei Cavalieri Italiani del Sovrano Militare Ordine di Malta (43 milioni). In generale, emerge la forte attrazione delle grandi Regioni del Nord, a cui fa da contraltare quella estremamente limitata delle Regioni del Centro-Sud, con la sola eccezione del Lazio.

Mobilità passiva – Ciascuna delle 6 Regioni con maggiore indice di fuga genera debiti per oltre 300 milioni di euro: Lazio (13%) e Campania (10,5%) costituiscono circa un quarto della mobilità passiva; un ulteriore 28,7% riguarda Lombardia (8,2%), Puglia (7,3%), Calabria (6,7%), Sicilia (6,5%); il rimanente 47,8% si distribuisce nelle altre 15 Regioni e Province Autonome. La mobilità passiva presenta differenze Nord-Sud più sfumate: gli indici di fuga sono elevati in quasi tutte le Regioni del Sud, ma sono rilevanti anche in tutte le Regioni del Nord con elevata mobilità attiva, documentando specifiche preferenze dei cittadini agevolate dalla facilità di spostamento: Lombardia (-379,9 milioni), Emilia-Romagna (-275,9 milioni), Veneto (-274,7 milioni), Piemonte (-263,8 milioni), Toscana (-207,6 milioni) e Liguria (-206,4 milioni).

Saldi – Le Regioni con saldo positivo superiore a 100 milioni di euro sono tutte del Nord, mentre quelle con saldo negativo maggiore di 100 milioni di euro tutte del Centro-Sud.
In particolare: – Saldo positivo rilevante: Lombardia (€ 739,6 milioni), Emilia-Romagna (€ 324 milioni), Veneto (€ 140,9 milioni) e Toscana (€ 139,3 milioni).
– Saldo positivo moderato: Molise (€ 33,7 milioni).
– Saldo positivo minimo: Provincia Autonoma di Bolzano (€ 2,1 milioni) e Provincia Autonoma di Trento (€ 0,5 milioni).
– Saldo negativo minimo: Valle d’Aosta (-€ 4,7 milioni), Friuli-Venezia Giulia (-€ 6,8 milioni), Umbria (-€ 10,4 milioni) e Piemonte (-€ 13,5 milioni).
– Saldo negativo moderato: Marche (-€ 34,4 milioni), Basilicata (-€ 48,4 milioni), Liguria (-€ 51,1 milioni), Sardegna (-€ 90,4 milioni).
– Saldo negativo rilevante: Abruzzo (-€ 100,8 milioni), Puglia (-€ 206,4 milioni), Sicilia (-€ 228,7 milioni), Lazio (-€ 230,7 milioni), Calabria (-€ 287,4 milioni), Campania (-€ 350,7 milioni).

Saldo Pro-capite di mobilità sanitaria – “Con questo indicatore elaborato dalla Fondazione Gimbe – spiega il presidente – la classifica dei saldi si ricompone dimostrando che, al di là del valore economico, gli importi relativi alla mobilità sanitaria devono sempre essere interpretati in relazione alla popolazione residente”. In particolare: il Molise conquista il podio nella classifica per saldo pro-capite; le differenze tra Lombardia (74) ed Emilia-Romagna (73) di fatto si annullano; la Calabria precipita in ultima posizione con un saldo pro-capite negativo di 148, superiore alla somma del saldo pro-capite positivo di Lombardia ed Emilia-Romagna (147).

“Tutte le nostre analisi – precisa Cartabellotta – sono state effettuate esclusivamente sui dati economici della mobilità sanitaria aggregati in crediti, debiti e relativi saldi, ma per studiare al meglio il fenomeno abbiamo inoltrato formale richiesta di accesso ai flussi integrali dei dati al Ministero della Salute e alla Conferenza delle Regioni e Province autonome”. Questi dati permetterebbero di analizzare, per ciascuna Regione, la distribuzione delle tipologie di prestazioni erogate in mobilità, la differente capacità di attrazione tra strutture pubbliche e private accreditate, la residenza di chi sceglie di curarsi fuori Regione per distinguere le dinamiche della mobilità ‘fisiologiche’ da quelle francamente ‘patologiche’.

“I dati pubblicamente disponibili – conclude Cartabellotta – se da un lato dimostrano che il denaro scorre prevalentemente da Sud a Nord, dall’altro confermano che l’impatto economico della mobilità sanitaria è molto più elevato di 4,6 miliardi di euro.

Infatti, se un lato è difficile quantificare i costi sostenuti da pazienti e familiari per gli spostamenti, dall’altro è impossibile effettuare stimare sia i costi indiretti (assenze dal lavoro di familiari, permessi retribuiti), sia quelli conseguenti alla mancata esigibilità delle prestazioni territoriali e socio-sanitarie, diritti che appartengono alla vita quotidiana delle persone e non alla occasionalità di una prestazione ospedaliera”.

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