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Nicola Porro: “La Sicilia è stata sommersa d’oro e burocrazia. I giovani fanno bene ad andare via”

Nicola Porro: “La Sicilia è stata sommersa d’oro e burocrazia. I giovani fanno bene ad andare via”
Nicola Porro, Imagoeconomica

Il giornalista di Quarta Repubblica e vicedirettore de Il Giornale analizza al QdS i mali storici del Mezzogiorno e non solo

“Un giovane siciliano in gamba che oggi decide di andarsene fa benissimo. Se hai ambizione, perché dovresti restare in un posto che non ti offre opportunità?”. Nicola Porro, giornalista e conduttore televisivo, non usa filtri né diplomazia per fotografare la realtà del Mezzogiorno e della Sicilia. Per la voce storica della “Zuppa di Porro”, le colpe del declino siciliano non vanno cercate nell’assenza dello Stato, ma nel suo esatto opposto: un’overdose di assistenzialismo che ha finito per addormentare l’economia dell’Isola. “Ottant’anni di pioggia di denaro pubblico hanno solo drogato il territorio e arricchito la burocrazia”, spiega in questa intervista al Quotidiano di Sicilia, dove spazia dal cantiere del Ponte sullo Stretto fino al conflitto tra Russia e Ucraina.

Lei sostiene spesso che il problema dell’Italia sia la scarsa libertà economica. In Sicilia, però, il mercato da solo sembra non bastare. Qual è il primo ostacolo da rimuovere per far crescere davvero l’isola?

“Io continuo a pensare che in questi decenni siano stati trasferiti miliardi e miliardi di risorse, prima con la Cassa del Mezzogiorno e poi in altre forme. Ma queste risorse hanno davvero diminuito i divari con il Nord? La verità è che hanno alimentato una classe dirigente, politica e imprenditoriale, che vive solo di sussidi pubblici. Hanno drogato un territorio che, al contrario, dimostra di avere una vitalità imprenditoriale fenomenale. Se sai che ti arriva l’aiuto pubblico, la strada che prendi non è mai quella giusta. Ogni volta che arrivano quattrini ti spiegano che ‘questa volta sarà diverso’, ma intanto non siamo riusciti a risolvere il dissesto idrogeologico e abbiamo dighe non collaudate che rimangono vuote. Lo Stato pensi a fare bene quello che deve fare: la sicurezza e le infrastrutture”.

Se dovesse indicare l’errore più grande commesso dalla politica nei confronti della Sicilia, quale sceglierebbe?

“L’errore è stato riempire d’oro la Sicilia. Questa continua idropisia di denaro pubblico ha solo alimentato burocrazia, politica e malaffare, senza risolvere i nodi strutturali. Con tutti i miliardi arrivati negli ultimi ottant’anni, le infrastrutture siciliane oggi dovrebbero funzionare alla perfezione. Invece siamo ancora qui a parlarne”.

Sulle pagine del nostro quotidiano denunciamo spesso il freno rappresentato dalla pubblica amministrazione. È un problema di regole o di mentalità?

“La burocrazia si alimenta per non fare quello per cui è pagata. Io sono fissato su questo: i burocrati devono essere al servizio dei cittadini, non il contrario. Ma quando la burocrazia sa che i soldi arrivano dal centro, tutti gli altri diventano una specie di clienti. È un sistema che non funziona”.

A proposito di infrastrutture: il Ponte sullo Stretto sembra vicinissimo, ma non mancano le polemiche su costi, impatto e sul rischio che diventi una “cattedrale nel deserto” senza autostrade e ferrovie interne adeguate. Lei cosa ne pensa?

“La critica della ‘cattedrale nel deserto’ è totalmente sbagliata. Il Ponte unirà un’isola straordinaria alla grande rete metropolitana d’Italia che arriva a Reggio Calabria. Se non si fa l’ultimo pezzo, significa fermarsi a un passo dal traguardo: siamo matti? Qualsiasi imprenditore sa che è l’offerta a creare la domanda. È ridicolo che si stia ancora a discutere di quest’opera: si doveva fare trent’anni fa”.

Molti giovani siciliani qualificati continuano ad andarsene. Di chi è la colpa?

“Fanno benissimo ad andarsene! Un ragazzo in gamba, che ha studiato e ha ambizione, perché dovrebbe rimanere in un posto che non gli offre le giuste opportunità? Chi ha voglia di fare cerca un ambiente che gli permetta di esprimersi. È inutile fare retorica dicendo ai giovani di restare, se poi non c’è un tessuto sociale e lavorativo gratificante. La Silicon Valley o i distretti industriali del Centro-Nord funzionano perché attraggono e valorizzano le persone”.

Al di là degli equilibri politici, che giudizio dà dell’operato del governo regionale guidato da Renato Schifani?

“Non sono veramente in grado di darlo. E glielo dico con franchezza, non è una risposta paracula: non ne so proprio nulla”.

Spostiamoci sul piano nazionale. L’Italia cresce meno del previsto. Quanto pesa il contesto internazionale e quanto le nostre colpe?

“Il contesto internazionale pesa, basti pensare alla crisi dell’automotive che colpisce un Paese manifatturiero come il nostro. Ma la cosa fondamentale è che questo governo dovrebbe agire con più coraggio sulla sburocratizzazione, sulla deregulation. Meno leggi, meno regole. Serve una rivoluzione liberale. Non basta tagliare il cuneo fiscale, che è una misura complessa: si può fare una riduzione radicale delle regole a costo zero”.

C’è un settore in cui questo peso della burocrazia è diventato insostenibile?

“In tutti. Io ho una piccola azienda editoriale con un fatturato ridotto e devo far fronte a una quantità tale di adempimenti che mi viene voglia di sbattere la testa al muro. Sembra che io debba gestire la Chevron anziché una piccola attività: tra DURC, corsi di sicurezza, pronto soccorso, licenze e balzelli vari è una follia. Serve una riforma ‘mileiana’: lasciateci lavorare, poi se qualcuno commette un illecito lo si sbatte in galera. Ma oggi viviamo sommersi dalle regole”.

È possibile tagliare in modo significativo le tasse senza toccare la spesa pubblica?

“Assolutamente no, ed è bene dirlo con chiarezza. Con un debito mostruoso come il nostro, se aumentiamo il deficit finiamo solo per pagare più interessi. Siamo come una famiglia indebitata. L’unica strada percorribile è tagliare contemporaneamente la spesa pubblica e le tasse. Le due cose devono andare di pari passo”.

Molte imprese lamentano la difficoltà di trovare personale qualificato, eppure la disoccupazione in Sicilia e al Sud resta alta. Come si spiega questo paradosso?

“C’è un cuneo fiscale elevatissimo. Le imprese pagano troppo e i lavoratori si portano a casa troppo poco: due cose che solo in Italia riescono a stare nella stessa frase. Se per dare 2.000 euro a un dipendente devo spenderne 5.000, è ovvio che si crea un disallineamento mostruoso. Inoltre, credo che la vera difficoltà oggi sia trovare personale non qualificato. Il lavoratore qualificato, se ben retribuito in aree ad alta produttività, lo si trova. Certo, se lo si vuole qualificato ma sottopagato, allora è un altro discorso”.

Un’ultima battuta sullo scenario internazionale. Sul conflitto in Ucraina, l’Europa deve continuare sulla linea del sostegno militare o spingere di più sul negoziato?

“Il negoziato si deve cercare sempre, fa parte della diplomazia. Ma non esiste alcun negoziato che si possa fare senza avere ‘la pistola sotto il tavolo’. Tutto il resto sono solo chiacchiere da salotto”.