Quando guardo un film come questo mi sorprendo sempre e mi chiedo quale messaggio il regista ambisse a trasferire al pubblico. Anche stavolta, Christopher Nolan mi ha sorpreso. Non tanto per come ha sviluppato la storia di Ulisse – fantastica, ricca di azione ed immaginazione, differente da una versione tradizionale che gran parte del pubblico si aspettava -, quanto per avermi procurato interessanti riflessioni sul viaggio di Ulisse, inteso metaforicamente come il viaggio della vita.
Ogni uomo e ogni donna attraversa impervie difficoltà, incontra mostri (Polifemo) che lo/a spaventa, cade in tentazione (il canto delle sirene) in cui può perdersi per un tempo o per sempre, prova paure e ansie che lo allontanano o gli fanno perdere la rotta, è gravato dal peso delle responsabilità o agitato dai sensi di colpa e dall’inquietudine. Come accade a Ulisse quando conosce da Tiresia il destino fatale dei suoi compagni e crede di poter sfidare gli Dei riconoscendosi capacità tali da poter vincere quella sfida. E quando, infine, si perde qualcuno di caro, una persona amata infinitamente e ci si trova impotenti di fronte alla morte (Ulisse vuole a ogni costo salvare i suoi compagni, ma li vede perire uno ad uno, tutti inesorabilmente). Ecco, quello è il momento in cui si comprende quanto siamo piccoli noi esseri umani, piccoli come formiche, tanto che possiamo solo fare del nostro meglio per realizzare il nostro destino, con tutta la volontà, la forza, la determinazione e la passione che abitano il cuore e la mente. Ma non possiamo forzare quel destino, mai, in nessun modo e con nessuno strumento di nostra conoscenza.
A quel punto, non si può far altro che accettarlo affidandosi alla vita con un atto di fede grande. O provare a dimenticare come fa Ulisse nei sette anni in cui vive con Calipso, mangiando così tanti fiori di loto da dimenticare il passato, ogni cosa, ogni dolore, ma anche ogni amore, come la fedele e intelligente moglie Penelope o il coraggioso e timido figlio Telemaco. Solo quando sarà pronto ad affrontare il suo dolore, solo allora potrà affrontare il suo destino salpando su una piccola zattera che lo porterà nella sua amata Itaca.
È bastata una donna sola, Elena – sposata a Menelao, fratello del re Agamennone e fuggita per amore a Troia con il principe Paride -, a far scatenare una guerra lunga e violenta per salvare la faccia al marito, con il conseguente annientamento di una civiltà e di un popolo. Elena, donna di grande bellezza, che Nolan immagina di pelle nera, a significare che la bellezza non ha colore. Ed è bastato un solo uomo, Ulisse, che con l’inganno del cavallo di Troia quale dono di pace per Athena, è riuscito a distruggere ogni valore e ogni regola di quel mondo, pentendosene amaramente in seguito. Ogni passaggio del film non è forse quello che oggi viviamo, quel presente in cui le guerre nascono sempre per motivi futili, potere, denaro o altri alibi creati ad hoc, in cui gli uomini si battono ancora per le donne e le donne che dicono di No rischiano spesso persino la vita?
L’Odissea è davvero un gran un viaggio, proprio come la vita, dentro di sé e nelle relazioni con l’altro. Lì l’Amore è un grande amore che lega Ulisse e Penelope per oltre vent’anni. Fa bene all’anima crederci, fa bene al cuore desiderarlo. Come fa bene voler credere che basti un solo uomo o una sola donna a poter cambiare le cose, a renderle migliori, se è vero – come è vero – che in ogni individuo convive anche il suo eroe, colui che vede al di là del visto, che sente al di là del comune sentire, che vive alla ricerca di quella libertà interiore in cui ogni cosa è armonia.
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