Omicidio Vittorio Bachelet, perché fu ucciso dalle BR? L'intervista a Rosy Bindi - QdS

Omicidio Vittorio Bachelet, perché fu ucciso dalle BR? L’intervista a Rosy Bindi

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Omicidio Vittorio Bachelet, perché fu ucciso dalle BR? L’intervista a Rosy Bindi

Roberto Greco  |
sabato 12 Febbraio 2022 - 09:03

L'Onorevole Rosy Bindi, all'epoca dei fatti assistente universitaria di Bachelet, racconta: “Ucciso non solo dalle Br, ma per la sua forza riformatrice e di modernizzazione della Costituzione”

È il 12 febbraio 1980 e sono da poco passate le 11 e 30 di una splendida giornata primaverile. Vittorio Bachelet, 54 anni, professore di “Diritto amministrativo” e di “Scienza dell’amministrazione” e vice presidente del Consiglio Superiore della magistratura, ha appena concluso la sua lezione all’Università della Sapienza di Roma. Esce dall’aula numero 11, quella dedicata ad Aldo Moro, e si avvia chiacchierando con la sua assistente e due studenti verso le scale che portano all’ingresso della facoltà. Vittorio Bachelet imbocca le scale e si ferma nell’androne. Anna Laura Braghetti, organica alle Br, raggiunge il professore che le volge le spalle, lo afferra e lo gira poi spara. Quattro colpi all’addome da non più di trenta centimetri colpiscono Vittorio Bachelet che si piega su se stesso, barcolla e cerca istintivamente rifugio in un angolo a ridosso della vetrata. Interviene Bruno Seghetti, altro brigatista, che si precipita verso Bachelet che sta crollando a terra e preme il grilletto. Il professore si affloscia su un fianco, perde gli occhiali. L’assassino si china su di lui e gli spara il colpo di grazia alla nuca. Otto colpi calibro 32, di cui uno al cuore e uno alla nuca.

Sandro Pertini, in quel momento capo della Stato e presidente del CSM, ebbe a dire, a poche ore dall’assassinio, che con quell’omicidio la lotta armata in Italia aveva toccato il suo punto più alto di aggressione allo Stato: “Questo di oggi è il più grave delitto che sia stato consumato in Italia perché il delitto Moro aveva un carattere politico, mentre quello di oggi è diretto contro le istituzioni; perché si è voluto colpire il vertice della magistratura, il vertice del pilastro fondamentale della democrazia”.

L’assistente con cui stava parlando quel giorno il professor Vittorio Bachelet, era Rosy Bindi.

Vorrei cominciare dall’inizio, Onorevole Bindi. Quando incontrò per la prima volta il professor Bachelet e che impressione le fece?

“Il mio primo incontro con il professor Bachelet è avvenuto all’università. In quel momento lui era vice preside della facoltà di “Scienze Politiche” alla “Luiss”, che io stavo frequentando. Sapevo che era il presidente nazionale dell’associazione cui appartenevo e per la quale ero responsabile dei “giovani”, l’Azione Cattolica.

Come studenti avevamo costituito un comitato per la revisione dei piani di studio e lo incontrai proprio in occasione di un incontro organizzato per la presentazione delle nostre richieste e proposte. Ebbi, da subito, l’impressione di una persona con una grandissima capacità di ascolto e di rispetto dell’interlocutore. Per noi studenti fu un incontro assolutamente soddisfacente sia per il merito delle questioni trattate, sia perché l’interlocuzione fu molto fruttuosa anche dal punto di vista dei risultati ma soprattutto per l’accoglienza, per questa sua disponibilità e capacità di relazionarsi con noi. Ci sentimmo considerati, presi sul serio. Ebbi poi modo di incontrarlo in occasione di un incontro che lo portò in Toscana, a Firenze, e avemmo la possibilità di presentarci anche come militanti della stessa organizzazione. In seguito seguii il suo corso di “Scienze dell’amministrazione”, preparai con lui la mia tesi e poi iniziò la collaborazione universitaria”.

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Lei ha avuto la possibilità di conoscere il professor Bachelet prima come studente poi come collaboratrice. Qual era il rapporto tra il professore e i suoi studenti?

“Da studente ho avuto la possibilità di seguire le sue lezioni che erano sempre molto interessanti perché il professor Bachelet era una persona che univa una grande sensibilità al rigore del metodo giuridico, che possedeva una grande cultura e, soprattutto, una grande visione d’insieme che da noi studenti in quegli anni, era la fine dei ’60, era vista come un valore aggiunto. Potevamo contare su una sua presenza continua e costante perché non è mai mancato a nessuna lezione. Durante la preparazione della mia tesi, il cui argomento era la “Partecipazione amministrativa”, un tema innovativo in quegli anni, fui seguita non solo con attenzione ma anche con grande pazienza. Tutto ciò, poi, l’ho potuto riscontrare anche quando, all’interno dell’università, il mio ruolo cambiò e divenni sua assistente. Fu lui ad avviarmi alla vita accademica, che molto presto lasciai per dedicarmi all’impegno politico. Il professor Bachelet non lasciava “per strada” nessuno dei suoi studenti perché aveva la capacità di valorizzare i migliori e, al tempo stesso, di assicurare a tutti di potersi laureare, anche alle persone meno dotate. Questo era il professor Bachelet”.

Il professor Bachelet è stato ucciso dopo aver tenuto una lezione nell’aula titolata ad Aldo Moro. Cosa c’era in comune tra Moro e Bachelet?

“Innanzitutto la formazione, sia quella giuridica sia quella ecclesiale e cristiana. Sono stati entrambi impegnati nella Fondazione Fuci (la “Federazione Universitaria Cattolica Italiana”, ndr) ed entrambi provenivano sì da due generazioni diverse, essendo Moro più anziano, ma che avevano però seguito il medesimo percorso. Anche se non abbiamo ancora appurato se fosse iscritto al partito, senza ombra di dubbio possiamo dire che Vittorio Bachelet era un democratico-cristiano. Dal punto di vista professionale, invece, entrambi conciliavano l’impegno universitario con quello politico e istituzionale. A quel tempo non c’era l’obbligo dell’aspettativa per chi aveva cariche politiche o istituzionali e, seppur Bachelet fosse il vicepresidente del Csm e Aldo Moro un politico di primo piano della Democrazia Cristiana, avevano entrambi continuato la loro attività di docente senza risparmiarsi. Come ho già detto gli studenti potevano contare sulla loro presenza alle lezioni, agli esami e all’accompagnamento per la redazione delle tesi di laurea.

Si trattava di due persone caratterizzate da pensieri molto larghi e profondi, molto articolati e mai inclini a dare giudizi sommari su niente e nessuno. Avevano la capacità di cogliere la complessità della realtà e andavano in profondità sia nella lettura dei problemi sia nella ricerca delle soluzioni possibili”.

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In diverse occasioni lei ha dichiarato che Vittorio Bachelet non è stato ucciso solo dalle Br, ma da poteri occulti, preoccupati perché la generazione allora al governo stava attuando davvero lo spirito della Carta Costituzionale

“Ho sempre pensato che Vittorio Bachelet sia stato ucciso all’università perché era quello il luogo della sua professione e della sua fede. Non ho mai ritenuto che le Brigate Rosse scegliessero a caso i loro bersagli, le loro vittime. Nel 1978 uccidono Aldo Moro, che la Costituzione l’aveva scritta e, nemmeno due anni dopo, uccidono Bachelet, che aveva messo a servizio delle istituzioni la sua sapienza giuridica e i suoi studi al fine di attuare quella stessa Costituzione. Vittorio Bachelet appartiene alla generazione di quelli che hanno inverato la Carta Costituzionale nel tessuto vivo del paese, nelle sue istituzioni. È chiaro che la Carta era stata scritta ma è altrettanto evidente che ha dovuto fare i conti con l’ordinamento pre-fascista e fascista che la Repubblica aveva ereditato. La Costituzione andava inscritta nella pubblica amministrazione, e non a caso lui insegnava “Scienza dell’amministrazione” e “Diritto amministrativo”, nel diritto pubblico dell’economia, nell’ordinamento militare che rischiava di essere separato rispetto a quello generale dello Stato. Il lavoro di Bachelet e dei suoi studi è sempre stato finalizzato, con grande rigore giuridico ma con il cuore e la mente sempre aperti, ai problemi reali del paese.

Con l’omicidio di Moro prima e di Bachelet poi, si favorisce l’interruzione di un processo di completamento della nostra vita democratica che forse, ancora oggi, dobbiamo recuperare. In quegli anni il terrorismo nero metteva le bombe, mentre il terrorismo rosso individuava singoli obiettivi. Non c’è una sola vittima delle BR che non sia collocabile tra i grandi riformatori, tra coloro che operavano per modernizzare la nostra democrazia e per attuare la Carta Costituzionale, tra quelli che volevano la collaborazione tra i diversi poteri dello Stato e che riuscivano a mettere d’accordo Parlamento e Magistratura in un momento storico particolarmente delicato. Il giovedì della settimana precedente al suo assassinio, Vittorio Bachelet, come vice presidente del Csm, alla presenza dell’allora presidente Sandro Pertini, riesce a trovare l’unità del Consiglio Superiore della Magistratura rispetto a un comunicato che ristabilisce i buoni rapporti con il Parlamento a seguito di una vera e propria rottura istituzionale che era avvenuta nelle settimane precedenti con l’approvazione di un ordine del giorno parlamentare nel quale si adombrava una sorta di collaborazionismo tra certe frange della Magistratura e il terrorismo stesso contro, quindi, quella stessa Magistratura che risultava essere proprio la più colpita dal terrorismo perché in quegli anni, nel centro di mirino, ci sono sempre stati innanzitutto i magistrati. Ricordo perfettamente la sua soddisfazione quel giorno, quando riuscì a raggiungere questo risultato. Il martedì successivo viene ammazzato. Più volte mi sono chiesta “se non fosse successo, sarebbe stato ucciso?”.

Si dice che Bachelet sia stato ucciso perché era il vice presidente del Csm ma io ritengo che sia stato ammazzato perché ha “fatto” il vice presidente del Csm in un certo modo perché se l’avesse fatto diversamente, se non fosse riuscito a creare unità e a riconciliare la Magistratura con la politica, non so se sarebbe stato ucciso. Considerazione analoga vale anche per Aldo Moro, la cui morte si deve principalmente al fatto che era riuscito ad avere l’unità della Democrazia Cristiana al fine della creazione di un governo di solidarietà nazionale con il Partito Comunista, operazione politica che non era amata né dagli Stati Uniti tantomeno dall’Unione Sovietica. Questa scelta era invisa anche ai brigatisti che non volevano uno Stato vicino ai cittadini, in cui i cittadini potessero riconoscersi e lo dimostra il fatto che non abbiano colpito nemmeno una delle persone che poi saranno coinvolte di lì a qualche anno, a torto o a ragione, chi con sospetti chi con sentenze, in Tangentopoli. Sono stati colpiti, in quegli anni, solo gli uomini migliori che avevamo e che agivano nell’interesse dello Stato. Io non riesco a riconoscere alle Brigate Rosse tutta questa intelligenza, questa capacità di individuare in maniera chirurgica gli obiettivi. Ritengo invece che, consapevoli o inconsapevoli, i brigatisti siano stati funzionali ad altri poteri, quello che Bobbio definiva lo “stato invisibile”, ossia la P2 e i poteri occulti che all’ombra delle Istituzioni legittime tramavano contro la Repubblica della Costituzione, poteri che, nel tempo, sono stati solo in parte disvelati. Pur non avendo prove, ritengo che l’analisi storica sia questa”.

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Lei ha avuto l’opportunità di conoscere non solo il docente, ma anche il giurista e il fine intellettuale onesto e sincero. Quanto ci manca e ci deve mancare oggi un uomo delle istituzioni come Vittorio Bachelet?

“Era un uomo di Chiesa, un laico impegnato. Non dobbiamo sottovalutare anche il suo straordinario lavoro di rinnovamento dell’Azione Cattolica del “Concilio” perché in un paese che s’ispira alla Costituzione avere una Chiesa nella quale si scrive il rinnovamento conciliare, non è solo un fatto ecclesiale ma è anche un fatto sociale, politico, civile e culturale. Ne abbiamo una prova con l’attuale pontefice, papa Francesco, che sicuramente è riconosciuto come il capo spirituale della Chiesa Cattolica ma tutti, nelle sue parole e nel suo magistero, percepiscono un messaggio culturale, civile e addirittura politico.

Ci manca… (fa una lunga pausa, ndr). Ci manca tutta la classe dirigente di quegli anni e in particolare quelli, uomini e donne, che se ne sono andati. Bachelet, quando fu ucciso, aveva appena 54 anni. Era nel pieno della vita e della maturità e sarebbe stata una risorsa preziosa in molti altri ruoli di responsabilità alla guida del paese, per affrontare le difficoltà successive, le varie fasi difficili che il Paese ha attraversato. Ci manca la cultura, la visione, l’onesta, la gratuità, il mettersi al servizio del bene comune con competenza. Siamo però consapevoli che ci hanno lasciato un’eredità che sta a noi non far morire anche per non ucciderli una seconda volta, e questo sarebbe molto grave”.

Roberto Greco

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