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Patrimoniale, dalla Svizzera fino alla Spagna: modelli di utilizzo sociale delle grandi fortune

Patrimoniale, dalla Svizzera fino alla Spagna: modelli di utilizzo sociale delle grandi fortune

I differenti sistemi europei aprono la via per ripensare, anche in Italia, una fiscalità più equa e progressiva

ROMA – La patrimoniale, semplificando la tassa sui “super ricchi”, è un tema tutt’altro che pacifico. E, di certo, non esula dalla direzione politica che un Governo decide di intraprendere. Questo assunto permette di comprendere meglio come mai, in Europa, non si sia ancora raggiunto un modello di patrimoniale comunitaria – si potrebbe dire di tipo federale – che unificherebbe (quantomeno in principio) le scelte fiscali che regolano i Ventisette.

Abbiamo a oggi tre esempi da poter osservare – ma da lontano, perchè in Italia questo dibattito è ancora impantanato, principalmente su questioni ideologiche – e da cui poter prendere spunto per ripensare il sistema fiscale italiano. Magari adottando una lente di equità che nel Belpaese ancora manca. Svizzera, Spagna e Norvegia sono i tre Paesi che hanno sperimentato, seppur in modalità molto diverse fra loro, una tassa sui grandi patrimoni netti.

Il sistema svizzero

Esiste una cosiddetta “imposta sulla sostanza” che si applica sul valore netto dell’intero patrimonio della persona, ma non prevede una riscossione di tipo statale: infatti sono i Comuni e i singoli Cantoni a stabilire le imposte. La conseguenza è un carico fiscale sicuramente disomogeneo su scala nazionale, ma che può produrre un buon gettito nei luoghi più ricchi del Paese.

Il modello di tassazione scelto è quindi progressivo, ma geograficamente molto differenziato e tendenzialmente basso rispetto alle grandi ricchezze (ricordando che la Svizzera è considerato uno dei Paesi più ricchi al mondo per Pil pro capite): si parla dello 0,1% minimo e dell’1% massimo. Le aliquote più alte sono fissate a Berna (0,88%), Ginevra (0,80%) e Vaud (0,75%) e si riferiscono a dei patrimoni che superano, a seconda dei Cantoni, dai 200 ai 500 mila euro annui.

Ricordando sia che in Svizzera l’1% della popolazione (con patrimonio medio da 20 milioni di franchi) detiene quasi il 45% delle ricchezze ma che, allo stesso tempo, i grandi ricchi svizzeri sono proprio coloro che pagano le tasse più sostanziose, questo modello fiscale ha duplici conseguenze: rendere il Paese fortemente competitivo per i più facoltosi e valorizzare nei singoli territori le plusvalenze che “sfamano” circa l’86% delle entrate fiscali (pagate dal 10% dei “super ricchi” svizzeri). Di sicuro, una tale differenza geografica non genera, però, un Paese equilibrato: secondo la Caritas Svizzera, infatti, oltre 740.000 persone vivono in condizioni di povertà perché non hanno abbastanza soldi per provvedere a una casa o alla propria assistenza sanitaria. Secondo il milionario Jan Colruyt, erede del colosso belga della grande distribuzione Colruyt, che vive da 25 anni a Lichtensteig “il divario tra ricchi e poveri cresce” e “così non si può andare avanti”, tanto da essere l’unico paperone svizzero ad aver firmato l’appello di Davos sul tema “Tax the rich”.

Una cosa è certa: le persone molto facoltose in questa maniera contribuiscono significativamente al bilancio dello Stato. Basti pensare che il 10% che percepisce i redditi più alti paga il 53% dell’imposta sul reddito. Nel 2020 si trattava di 31,6 miliardi di franchi, che corrispondeva a un quarto di tutte le entrate fiscali per la Confederazione, i Cantoni e i Comuni. Di fatto la polarizzazione in quel Paese è evidente, tanto che allo scorso referendum del novembre 2025 – in cui i Giovani socialisti hanno proposto una tassa del 50% sui patrimoni ereditati di 50 milioni di franchi svizzeri – il 78% dei voti è stato contrario, con soddisfazione del Governo.

Imporre una tassa più “salata” sui grandi patrimoni per alcuni Governi è uno spauracchio, perché rappresenta il timore di diventare meno attrattivi nell’attrarre capitali internazionali. Ma per altre classi politiche è invece una questione di equità sociale e anche di sviluppo del welfare generale.

Come funziona in Spagna

In questa ottica è pensata la patrimoniale spagnola: il presidente socialista Pedro Sanchez nel 2020, momento dell’introduzione della prima sperimentazione, l’ha definita una manovra di “giustizia sociale” al motto di “chi ha di più, versi di più”. Era la fase pandemica del Covid e tutto fu pensato per provare a uscire dalle crisi che si erano aperte nel Paese, specie per i meno abbienti.

A dicembre 2022 è stata introdotta la nuova tassa, denominata “Impuesto de solidaridad a las grandes fortunas”, che si applica ai patrimoni netti superiori ai tre milioni di euro e va dall’1,7% per la base imponibile fino al 3,5% per chi supera i dieci milioni. Anche in questo caso, similmente a quello svizzero, la decisione se applicare o meno la tassa viene lasciata alla Regioni. Questo sistema già nel 2023 ha raccolto 623 milioni di euro, con oltre 12 mila contribuenti. Se si considera l’intero gettito includendo anche le comunità autonome, la cifra totale è salita nel 2024 a oltre due miliardi di euro.

Ma è notizia di questa estate che il Paese iberico, proprio per la buona riuscita di questo sistema fiscale, sta valutando una nuova forma di patrimoniale – imposta a livello nazionale – che si ispira alla “tassa Zucman” di cui vi abbiamo parlato nella scorsa inchiesta del 30 luglio. Si tratterebbe di tassare al 2% tutti i patrimoni superiori ai 100 milioni che, secondo gli esperti, potrebbe garantire fino a 5,2 miliardi di euro di entrate annue da utilizzare anche per il rafforzamento dello Stato sociale. In primis, per sostenere le misure contro la povertà infantile.

Uno sguardo sul Baltico

E, infine, c’è l’esempio della Norvegia dove la tassa patrimoniale – la cui prima sperimentazione risale persino al 1892 – è rivolta alle persone che superano 1,7 milioni di corone norvegesi l’anno. Anche in questo caso l’imposta segue il criterio della progressività con aliquota base dell’1% che aumenta all’1,1% per le ricchezze che eccedono i 20 milioni. Questa imposta è suddivisa tra il Governo centrale che trattiene lo 0,3% e i singoli Comuni che ricevono lo 0,7% del gettito.

Di rimando, però, in questo Paese è stata inserita una tassa contro “l’emigrazione” dei grandi milionari norvegesi che prende il nome di exit tax: i grandi capitali in uscita (da quelli superiori ai tre milioni di euro in poi) vengono infatti tassati del ben 37,8%. Un deterrente per impedire la fuga di grandi fortune, altro possibile lato della medaglia scaturito dalla patrimoniale. La dinamica che si è creata, infatti, è quella di un flusso di imprenditori trasferiti in Svizzera, per ragioni di convenienza.

Piccole tasse sui “ricchissimi”, grandi benefici per tutti. L’imposta che frutterebbe miliardi di euro in Europa

ROMA – Per quanto possa essere controverso – come abbiamo visto – parlare di patrimoniale in alcuni Paesi, il dato certo è che a guadagnarci è il bilancio dello Stato. E, quindi, anche il sistema welfaristico generale.

Secondo l’approfondimento del 2024 pubblicato da Tax network justice “tassare la ricchezza estrema non solo affronta il problema della regressività del sistema di imposta sul reddito per gli ultra-ricchi, ma riduce anche le disuguaglianze”. Basandosi sul modello spagnolo di patrimoniale, il documento ha elaborato una stima calcolata su 172 Paesi. “La nostra analisi – si legge – indica che tale imposta potrebbe portare a un aumento medio dei bilanci nazionali del 7% ogni anno. Ciò equivale a un potenziale gettito fiscale globale di oltre 2 trilioni di dollari”. L’esempio riportato è che si tratterebbe del doppio dell’importo necessario per i finanziamenti esterni per combattere il climate change dei Paesi in via di sviluppo.

Anche riducendo lo sguardo all’Europa vale lo stesso ragionamento. Nel 2023 era stata lanciata l’Iniziativa dei cittadini europei (Ice) “Tax the Rich” che si è però conclusa nell’ottobre del 2024 senza raggiungere la soglia minima di un milione di firme necessaria per obbligare la Commissione europea a esaminare la proposta (pur raggiungendone oltre 350 mila, dall’Italia poco più di 33 mila).

Oxfam Italia, aderendo a quell’iniziativa, aveva calcolato che applicare la patrimoniale come una tassa progessiva – da 1% a 3% – su una base imponibile di patrimonio netto dai 5,4 milioni ai 20,9 milioni di euro) genererebbe un grande guadagno per il gettito fiscale.

Applicando, infatti, l’aliquota allo 0,1% di popolazione italiana (i 50 mila più ricchi) con un patrimonio netto individuale sopra i 5,4 milioni di euro, si produrrebbe un gettito addizionale fino a 15,7 miliardi di euro all’anno. Cifra che salirebbe, sempre secondo Oxfam, a 23 miliardi se si considerasse la fetta dello 0,5% dei più facoltosi in Italia.

Vale la pena ricordare che secondo Bankitalia, il 10% più benestante della popolazione italiana ha in mano il 60,6% dell’ammontare totale della ricchezza, mentre la metà meno abbiente ne detiene appena il 7,2%: se combattere le disuguaglianze sociali ed economiche è un obiettivo, allora vale la pena di riflettere meglio sull’attuale sistema fiscale.

Anche perchè, se fosse davvero un obiettivo europeo, i vantaggi sarebbero per tutti. Con lo stesso meccanismo ipotizzato da Oxfam e dai cittadini europei, si potrebbero infatti generare risorse considerevoli per l’Unione. Gli introiti potrebbero attestarsi tra 150 miliardi e 213 miliardi di euro all’anno.

Basti pensare che nel 2025 il Consiglio e il Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo sugli impegni del bilancio annuale dell’Ue per il 2026 (per impegni si intendono gli obblighi giuridici di spesa riconducibili ad azioni di durata pluriennale) che conta su un ammontare di 192,8 miliardi di euro: una cifra perfino inferiore al gettito che potrebbe produrre una patrimoniale europea. Non solo ideologia, quindi: prima di tutto una questione di buon senso.