Pil 2020: -10%, 2021: +5,2%. Quell’imbroglio sui conti pubblici - QdS

Pil 2020: -10%, 2021: +5,2%. Quell’imbroglio sui conti pubblici

Carlo Alberto Tregua

Pil 2020: -10%, 2021: +5,2%. Quell’imbroglio sui conti pubblici

martedì 15 Settembre 2020 - 00:00

Sull’andamento del Pil del 2020 vi è una ridda di ipotesi, da quella più ottimistica del ministro dell’Economia e delle Finanze, Roberto Gualtieri, che prevede una perdita intorno all’8/8,5 per cento, all’ultima dell’agenzia Fitch Ratings, che prevede invece una perdita del dieci per cento. Si tratta in ogni caso di un arretramento rilevante che fa tornare indietro l’Italia al Pil del 1993.
Il Governo poteva tentare di frenare la perdita se soltanto avesse avuto la capacità di immettere nell’economia una parte delle risorse provenienti dall’Europa. Ma il cronico ritardo della burocrazia e dello stesso Governo nel prendere decisioni e preparare i piani di riavvio, porteranno, verosimilmente, a spese modeste entro questo scorcio dell’anno che, tolte le feste, si riduce a meno di settanta giorni lavorativi.
È la mancanza di tempestività e di rapidità dell’azione di Governo la causa principale della stagnazione economica post-epidemia, cui si aggiunge l’inflazione-zero, che causa anch’essa danni all’economia.

Vi è un inganno da chiarire relativamente al cosiddetto rimbalzo 2021 e cioé che i punti percentuali indicati della crescita non hanno la stessa valenza dei punti percentuali della decrescita.
Facciamo un elementare esempio: fatto cento il Pil 2020, una sua decrescita del dieci per cento è uguale a dieci; cosicché il Pil dell’anno in corso sarà novanta. Il rimbalzo 2021 del cinque per cento non sarà calcolato su cento, bensì su novanta e pertanto il recupero sarà di 4,5 e non di cinque.
Per cui non basteranno due anni per recuperare quella ipotetica perdita del dieci per cento, ma ci vorrà qualche mese in più. Ma questo non lo dice nessuno.
Un’altra questione che va chiarita riguarda i finanziamenti europei di Recovery Fund, Mes e Sure per complessivi 276 miliardi circa. Orbene, non è che queste somme, in parte a fondo perduto e in parte come finanziamenti, verranno erogate semplicemente. Serviranno progetti e piani di investimento che il Governo italiano e le sue articolazioni devono inviare alla Commissione europea, redatti in modo ineccepibile secondo i regolamenti e le procedure dell’Unione.
Questo aspetto fondamentale, cioé seguire rigorosamente le procedure europee, non viene chiarito da nessun giornale, televisione o media sociale, perché non tutti coloro che scrivono o parlano hanno la necessaria competenza che si dovrebbe possedere quando si parla di questi argomenti.
Illudere il Popolo italiano che vi sarà una pioggia di denaro che arriverà nel Paese, per virtù dello Spirito Santo, è una scorrettezza istituzionale che va stigmatizzata.
Dire, invece, la verità sui meccanismi dei finanziamenti europei è un dovere cui nessun giornalista si deve sottrarre e a cui questo giornale non si è mai sottratto.
Il quadro degli interventi è stato già definito dal Governo, seppure come ipotesi: infrastrutture green, riforma e digitalizzazione della Pubblica amministrazione, riparazione dei territori a rischio idrogeologico, riforma della giustizia con la totale digitalizzazione dei processi, riforma della scuola, riforma della sanità, anch’essa con il completamento del sistema digitale e dell’analisi dei referti a distanza per via telematica, fondi per la ricerca.

In questo quadro di riferimento, piuttosto ampio, ma altrettanto impreciso, non si vede una Pubblica amministrazione adeguata all’osservanza meticolosa delle regole europee nel redigere i progetti, perché le competenze e le capacità lavorative, nonché la disponibilità al sacrificio, sono modeste, con la conseguenza che vi saranno ritardi anche rilevanti nel mettere in moto questo meccanismo.
Insomma, è come dire che vi è un fiume d’acqua copioso e pronto per essere utilizzato, ma il cavallo Italia non ha la voglia e la capacità di bere perché rattrappito sulla sua endemica arretratezza.
Ci vorrebbe un Presidente del Consiglio grande organizzatore, essenziale, che apparisse di meno per coltivare la sua immagine e che invece dirigesse l’orchestra del Governo, composto da 63 membri, fra ministri, viceministri e sottosegretari, oltre che da più di cinquemila dipendenti della presidenza del Consiglio.
Purtroppo Giuseppe Conte non è Riccardo Muti: ergo, l’orchestra Italia stona continuamente.

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