ROMA – Il Prodotto interno lordo del Mezzogiorno italiano continua ad aumentare. E lo fa (almeno “in volume”) più di quello del Nord Italia, e da più anni consecutivi. Il trend, infatti, va avanti dal 2022, quando secondo Istat il Pil delle otto regioni del Sud (Puglia, Calabria, Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Sardegna e Sicilia) è cresciuto del 6%, contro il 4,13% delle otto regioni del Nord (Piemonte, Lombardia, Valle d’Aosta, Liguria, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna e Veneto). Primato meridionale che si è poi ripetuto anche nel 2023, con il +1,59% a fronte dello 0,79% del settentrione e, infine, nel 2024, benché con incrementi assai più modesti: +0,74% al Sud, +0,63% al Nord.
L’illusione delle percentuali: il divario reale tra Nord e Sud si allarga comunque
Ciononostante, nello stesso arco temporale in cui l’economia del Mezzogiorno ha scavalcato per crescita percentuale quella del resto del Paese, in valori concreti (cioè in miliardi di euro) il divario tra Meridione e Settentrione si è invece allargato. I due fenomeni sembrano contraddirsi, ma è questo che emerge dall’analisi delle pubblicazioni Istat relative al periodo 2022-2023. Una discrepanza provocata dall’effetto ingannevole delle percentuali: visto il valore più contenuto delle condizioni economiche da cui proviene il Sud rispetto al resto d’Italia, anche piccole variazioni del Pil possono tradursi in grossi aumenti percentuali, generando soltanto l’illusione di una crescita senza pari a livello nazionale.
Il quadro completo, appunto, sembra rivelare come l’aumento in volume del Pil meridionale (pur positivo in sé), non sia tanto legato a un’incipiente rimodulazione dei pesi economici dei territori italiani, quanto a una crescita “limitata” al solo contesto produttivo del Sud stesso: un contesto segnato da anni di sottosviluppo, come riconosciuto dalla stessa Ue, che infatti classifica il Mezzogiorno come area “meno sviluppata” (ossia con un Pil pro capite inferiore al 75% della media europea).
Pnrr e crescita del Sud: scenario non tragico, ma la coesione Nord-Sud è ancora ferma al palo
Lo scenario, certo, non può dirsi tragico. Una serie di annate positive indica pur sempre che il Mezzogiorno non ha perso colpi, anche grazie all’ingente mole di finanziamenti europei degli ultimi tempi, in primis con il Piano nazionale di ripresa e resilienza. Tuttavia, se la crescita a livello macroterritoriale ha avuto i suoi aspetti vantaggiosi, sul fronte della coesione (cioè dell’appianamento dei divari economici tra Nord e Sud) si è ancora fermi al palo. Come si diceva, infatti, il Pil meridionale sarà anche cresciuto in percentuale più che altrove, ma il gap con il settentrione, nel frattempo, è comunque aumentato.
Dal 2022 al 2024: il divario PIL Sud-Nord cresce di 69 miliardi di euro
Le cifre diffuse da Istat per il triennio 2022-2024 vanno proprio in questa direzione. Consultando i dati dell’Istituto di statistica, si nota come nel 2022 il divario tra il Pil del Mezzogiorno e quello del Nord fosse in realtà molto ampio, pari a circa 680 miliardi di euro, e per giunta già incrementato di 43 miliardi rispetto alla situazione dell’anno prima. Dopo dodici mesi, nel 2023, malgrado il boom percentuale del Sud, il divario col settentrione si è portato su un valore superiore ai 734 miliardi di euro (altri 55 miliardi in più rispetto al 2022). Infine, nel 2024, il gap tra le due aree è cresciuto di un valore pari a 14,5 miliardi di euro, portandosi a quota 749 miliardi. Insomma, come continenti alla deriva, i due pesi economici hanno continuato ad allontanarsi l’uno dall’altro e, alla fine, il divario Sud-Nord è aumentato di 69,35 miliardi.
Si tratta, va precisato, di cifre che non riflettono matematicamente gli aumenti in percentuale di cui si parlava, poiché riguardano valori nominali (e dunque integrati dagli effetti dell’inflazione), mentre l’incremento in volume (cioè quello percentuale) tiene conto di volta in volta dei prezzi dell’anno precedente. Ma sono comunque numeri che mettono in evidenza come, nel range temporale considerato, le disparità economiche tra le due aree del Paese, in quanto a situazione “corrente”, siano rimaste e siano cresciute di anno in anno.
La forbice rallenta ma non si chiude
Dal quadro complessivo emergono alcuni segnali positivi. La maggiore crescita in volume del Pil del Sud per più anni di seguito ha comunque lasciato il segno. L’incremento del gap tra il 2023 e il 2024 (+14,5 miliardi) è sensibilmente inferiore sia rispetto a quello del 2022-2023 (+54,8 miliardi), che rispetto a quello del biennio ancora precedente (+43 miliardi). La forbice, dunque, aumenta periodicamente ma in virtù di incrementi che pare stiano rallentando.
D’altra parte, la stessa dinamica fin qui osservata (maggiore crescita del Pil meridionale ma contestuale aumento del divario economico in favore del Nord) sembra destinata a ripetersi anche nel report del 2025. È questo, almeno, che sembrano suggerire le stime preliminari diffuse di recente da Istat, secondo cui l’anno scorso il Pil del Mezzogiorno è cresciuto in volume dello 0,6%, contro lo 0,5% del Nord Italia.
Si tratta di dati parziali, ma che già adesso descrivono ancora una volta un equilibrio economico favorevole al Nord: nonostante la crescita percentuale sia di nuovo migliore nel Mezzogiorno, infatti, l’aumento del divario con il resto del Paese non verrebbe evitato neppure nel 2025. Un aumento che, in via preliminare, può essere stimato in circa 3,25 miliardi di euro (cifra più contenuta rispetto alle variazioni precedenti, trattandosi, in questo caso, di un’analisi iniziale a prezzi costanti; per i valori nominali bisognerà attendere i conti territoriali, la cui pubblicazione, fanno sapere da Istat, avverrà alla fine di quest’anno).
Il Sud poggia su basi solide o su stimoli provvisori?
Insomma, la strada per scardinare le disuguaglianze croniche fra Nord e Sud e realizzare una vera coesione territoriale sembra ancora lunga. Ma in mezzo a tante ombre, si intravedono anche spiragli di luce per il futuro del Mezzogiorno. La grande incognita è lo scenario post-Pnrr, strumento di finanziamento europeo che, per la crescita meridionale degli ultimi anni, ha senz’altro giocato un ruolo cruciale. Adesso che, viste le scadenze imposte da Bruxelles, inizia una nuova stagione, resta da comprendere se la strada intrapresa dal Sud poggi ormai su basi solide oppure se sia fondata soltanto su stimoli provvisori.

