Com’è noto, il Piano nazionale di ripresa e resilienza ha costituito una forte iniezione finanziaria per il nostro Paese per sei aree tematiche, chiamate Missioni: 1. Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura; 2. Rivoluzione verde e transizione ecologica; 3. Infrastrutture per una mobilità sostenibile; 4. Istruzione e ricerca; 5. Inclusione e coesione; 6. Salute.
I numeri del Pnrr: 194,4 miliardi tra fondo perduto e prestito da restituire
Il finanziamento da 194,4 miliardi è suddiviso in una parte a fondo perduto, cioé non restituibile, equivalente a 71,8 miliardi, e una parte, 122,6 miliardi, da restituire in trent’anni, dal 2028 al 2058.
Sull’importo da restituire gravano interessi variabili, che mediamente incideranno fra il due e il tre per cento, cioè per circa 2 o 3 miliardi l’anno, che il Governo italiano sta già pagando e continuerà a sborsare fino al 2058.
Oltre agli interessi, la rata annuale sarà di quattro miliardi. Dunque, complessivamente, i governi che si succederanno nei prossimi tre decenni dovranno pagare all’Unione europea fra i sei e i sette miliardi l’anno.
Spese, rendicontazione e ultima rata: le scadenze cruciali del Pnrr nel 2025
Questo è il quadro. Ora si tratta di tentare una valutazione sul raggiungimento degli obiettivi delle sei Missioni che vi abbiamo prima elencato.
Intanto dobbiamo dire che le spese potranno essere effettuate fino e non oltre il trenta settembre di quest’anno, in modo che gli altri tre mesi possano servire per la rendicontazione e quindi per l’incasso dell’ultima rata di 28,6 miliardi. Poi bisognerà valutare se le somme sono state spese bene e ciò sarà possibile verificando i risultati, il che non è facile. Infine, bisogna tenere conto che un finanziamento di questa dimensione da parte dell’Ue non si ripeterà prossimamente.
Quindi, dalla Legge di Bilancio 2028 in avanti, il Governo che scaturirà dalle elezioni politiche 2027, avrà il difficile compito di far quadrare i conti, in modo che dalle entrate possano essere ricavate le risorse per restituire all’Ue quanto dovuto e trovare i finanziamenti necessari per continuare nell’opera di infrastrutturazione materiale e immateriale del nostro Paese, indispensabile al suo ammodernamento e alla sua competitività a livello internazionale, cioé alla sua crescita socio-economica.
Concorrenza e lobby: i nodi irrisolti che frenano la competitività italiana
La competitività è conseguente alla concorrenza, che è spietata sul mercato internazionale, ma asfittica su quello italiano. Per quale motivo? Perché da noi vi è la pressione di gruppi di potere e di lobby, che cercano di attrarre finanziamenti per i loro scopi, che non sono di interesse generale. Dunque, gli egoismi prevalgono e cittadine e cittadini li subiscono.
Occorre rapidamente una riforma della concorrenza per sbloccare quei settori preda delle lobby stesse, in modo che entrino nuovi soggetti, i quali farebbero abbassare i prezzi per i consumatori e aumenterebbero la qualità dei servizi.
Per esempio, occorre intervenire sulle concessioni portuali, i servizi pubblici locali cosiddetti in house, soprattutto per la gestione dei trasporti e dei rifiuti; bisogna intervenire sbloccando i lidi balneari, mettendo all’asta le concessioni, anche quelle delle acque minerali; bisogna migliorare la concorrenza negli appalti, aumentandone la trasparenza e dare la comunicazione ai cittadini della loro esecuzione, sui quotidiani.
Pil, occupazione e PA digitale: il bilancio finale del Pnrr tra luci e ombre
L’utilizzo del Pnrr aveva come obiettivo quello di arrivare a un aumento del Pil nell’ultimo anno intorno al tre per cento, mentre le previsioni concordi fra Governo e Banca d’Italia sono di un più 0,5. Commisurando i due dati dovremmo dire che, complessivamente, il Piano non è stato utilizzato adeguatamente. Mentre si è verificato il dato favorevole della crescita dell’occupazione, che ha raggiunto il record degli ultimi decenni.
Non possono essere considerati buoni i risultati della cosiddetta “rivoluzione silenziosa” della Pubblica amministrazione perché la sua digitalizzazione procede a rilento, l’ammodernamento dell’organizzazione è ancora allo status quo e soprattutto la mentalità di dirigenti e pubblici dipendenti non si è ribaltata da soggetti che stanno in alto alla scala a servitori di cittadini e cittadine. La semplificazione latita, l’efficienza anche, per cui la spesa per la Pa aumenta senza ottenere i risultati previsti. Tuttavia, dobbiamo dire: meno male che il Pnrr c’è stato!

