Ponte sullo Stretto, i costi del non fare. Chi pagherà per la rinuncia? - QdS

Ponte sullo Stretto, i costi del non fare. Chi pagherà per la rinuncia?

Lina Bruno

Ponte sullo Stretto, i costi del non fare. Chi pagherà per la rinuncia?

giovedì 21 Novembre 2019 - 00:00
Ponte sullo Stretto, i costi del non fare. Chi pagherà per la rinuncia?

Si è in attesa della sentenza della Corte Costituzionale sulla legge che stabilisce i criteri per la mancata realizzazione. Alla società Parsons, project management dell’opera, potrebbe andare un risarcimento di 200 milioni di euro. Ma c'è altro...

MESSINA – Non avere realizzato il Ponte sullo Stretto non solo ha penalizzato lo sviluppo di un’intera area ma continua a produrre danni economici a danno dello Stato che rischiano di gonfiarsi ulteriormente.

Sono in molti ad aspettare con interesse la sentenza della Corte Costituzionale sulla legge che stabilisce criteri diversi da quelli normalmente previsti dalla pubblica amministrazione, per i rimborsi per la mancata realizzazione dell’opera.

La pronuncia sulla costituzionalità della norma, attesa in questi giorni, dopo la riunione delle scorse settimana in Camera di Consiglio, a palazzo della Consulta, potrebbe, se desse ragione alla Parsons, fare scattare tutta una serie di richieste di indennizzo che finora sono state frenate dal Decreto 187/2012.

Secondo la legge dopo la caducazione del contratto per la rinuncia dello Stato a costruire il Ponte, (le opere da eseguire, da contratto del 2006, ammontavano a 3.879.599.733 euro) alla società statunitense Parsons, Project Management Consultant del Ponte, andrebbe riconosciuto come indennizzo, “a definitiva e completa tacitazione di ogni diritto e pretesa”, oltre al valore delle prestazioni progettuali contrattualmente previste e direttamente eseguite, una percentuale del 10% di questo importo e non del 10% comprensivo delle opere non eseguite.

La XVI sezione civile del Tribunale di Roma, a cui si erano rivolti sia il Consorzio Eurolink, capeggiato da Impregilo, General contractor del Ponte, che la Parsons, dopo la richiesta di quest’ultima di un risarcimento di 200 milioni di euro, ha posto la questione di legittimità costituzionale.

Lo stesso Tribunale invece con la sentenza del novembre 2018 aveva stabilito che il risarcimento di 800 milioni di euro non era dovuto ad Eurolink che ha comunque fatto ricorso. Il procedimento è incardinato alla Corte d’appello di Roma, con la prima udienza fissata per gennaio. I legali della Parsons ritengono che vada applicato quanto previsto dalla normativa generale in materia di appalti pubblici, in quanto l’intervento successivo del legislatore sarebbe discriminatorio, imponendo un criterio di calcolo diverso e più oneroso per la società Usa. In tal modo, si violerebbe anche il principio di imparzialità della pubblica amministrazione, a causa della disparità di trattamento tra chi ha sottoscritto un contratto di appalto con la società Stretto di Messina spa e tutti gli altri contraenti che hanno firmato contratti con la Pa.

La posizione del Governo è ribadita dall’Avvocatura dello Stato con l’intervento in Consulta dell’avvocato Andrea Fedeli, per il quale il contesto di crisi economica e finanziaria del 2012, di assoluta emergenza, che ha colpito non solo l’Italia ma anche gli altri Paesi della Ue e gli stessi Usa, ha portato non al recesso unilaterale ma alla caducazione del contratto, con l’emanazione di una legge-provvedimento pienamente legittima.

Ma chi deve pagare gli eventuali risarcimenti? Il Contraente generale Eurolink e Parsons hanno chiamato in causa il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, la Presidenza del Consiglio dei Ministri e la Stretto di Messina spa. Ma la società concessionaria dell’opera (Anas 82%, Rfi 13%, Regioni Sicilia e Calabria 5%) ha chiesto da tempo, a sua volta, oltre 325 milioni di euro per gli oneri sostenuti per lo sviluppo del progetto, più gli importi che dovranno essere riconosciuti a titolo di indennizzo o risarcimento. La società dal 1981 al 2013, anno della messa in liquidazione, era già costata oltre 312 milioni di euro. Sei anni dopo, nonostante le sollecitazioni della Corte dei conti, la Spa non è stata ancora liquidata: i costi prodotti oltre il periodo indicato per il completamento della liquidazione, sarebbero di oltre 7milioni di euro. Una cifra compresa nel danno erariale di circa 100milioni di euro, ipotizzato nell’esposto alle procure della Corte dei Conti di Lazio, Calabria e Sicilia, presentato a maggio dai parlamentari Matilde Siracusano e Nino Germanà, i sindaci di Messina Cateno De Luca e di Villa San Giovanni Giovanni Siclari e il senatore Marco Siclari. I firmatari intendono “sollecitare e coadiuvare le Procure contabili rispetto all’attività di accertamento dei danni erariali provocati dal dispendio (passato, presente e futuro) di ingenti risorse pubbliche per far fronte alla realizzazione di un’opera mai nata: il Ponte sullo Stretto di Messina”.

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