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Povertà in crescita e crisi energetica, perché l’Isola rischia di pagare più di tutti le guerre (degli altri)

Povertà in crescita e crisi energetica, perché l’Isola rischia di pagare più di tutti le guerre (degli altri)

Ben 300 mila famiglie non riescono a pagare le bollette e l’ascensore sociale continua a rimanere bloccato

PALERMO – “Sicilia” fa rima con “povertà energetica”. Non certo per un gioco di assonanze, ma per la crudezza dei numeri che collocano l’Isola tra le regioni italiane dove le famiglie faticano maggiormente a sostenere le spese legate all’energia elettrica e al riscaldamento. E le cronache di questi giorni – segnate da una crisi energetica globale che richiama da vicino lo shock petrolifero del 1973 provocato dalla guerra dello Yom Kippur – aprono scenari ancora più impegnativi.

Povertà energetica in Sicilia: i numeri del rapporto Cgia di Mestre

Secondo l’ultimo rapporto dell’Ufficio Studi della Cgia di Mestre, realizzato su dati Istat e Oipe aggiornati al 2024, in Italia oltre 2,4 milioni di famiglie vivono in condizione di povertà energetica, pari a più di 5,3 milioni di persone. Nel Mezzogiorno l’incidenza è quasi doppia rispetto al resto del Paese e la Sicilia si conferma tra le aree più fragili.

Al di qua della Stretto di Messina, ben 302.452 famiglie, pari a 687.145 individui, non riescono a sostenere in modo adeguato i costi dell’energia, con un’incidenza del 14,4% sul totale regionale. In parole povere, secondo la Cgia, quasi un cittadino isolano su sette si trova in condizione di povertà energetica. Si tratta di una media preoccupante e superiore a quella del Paese, che conta un’incidenza del 9,1% di famiglie in povertà energetica.

Sicilia quinta in Italia per famiglie che non pagano le bollette

Nella classifica delle Regioni, la Sicilia si trova in quinta posizione per incidenza di nuclei familiari che non riescono a rispettare le scadenze delle bollette, alle spalle di Sardegna (15,3%), Molise (17%), Calabria (17,4%) e Puglia (18,1%). Gli effetti a cascata innescati dal conflitto in Iran e dalla prolungata chiusura dello Stretto di Hormuz, snodo da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, rischiano di gravare ulteriormente in un contesto di per sé instabile.

Prezzi di gas ed energia elettrica: i rincari dopo l’attacco a Teheran

Dal 28 febbraio scorso, giorno dell’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti al regime di Teheran, i prezzi internazionali delle materie prime sono schizzati alle stelle. Secondo le elaborazioni della Cgia di Mestre, nel mese di marzo il prezzo di borsa medio del gas naturale si è attestato a 53 euro/MWh, in aumento rispetto ai 38,7 del 2025 e ai 36,3 del 2024.

Sempre a marzo, anche il costo dell’energia elettrica ha registrato una media di 143 euro/MWh, contro i 116,1 del 2025 e i 108,3 del 2024. Costi che potrebbero crescere sensibilmente in caso di prolungamento del conflitto per molti mesi, “con gravi ripercussioni negative soprattutto sui bilanci delle famiglie economicamente più fragili”.

Bollette luce e gas: per la Sicilia un aggravio fino a 403 milioni di euro

In termini economici, gli aumenti delle bollette di luce e gas potrebbero provocare “un prelievo aggiuntivo ai bilanci delle famiglie italiane di 5,4 miliardi di euro che sale a 6,6 se il confronto viene eseguito rispetto al 2024”. Per la Sicilia viene calcolata una variazione di spesa di +332 milioni di euro nel periodo 2025-2026 e addirittura +403 milioni di euro nel triennio 2024-2026.

Rischio povertà in Sicilia al 44%: il dato peggiora nel 2025

Sovraccosti che si stagliano in uno scenario drammatico, marcato da disuguaglianze sociali che collocano la Sicilia in una situazione ‘anomala’ rispetto ad altre Regioni del Paese, dove i numeri sulla povertà sono, invece, in leggero miglioramento.

Sono sempre i dati Istat, contenuti nel rapporto “Condizioni di vita e reddito delle famiglie” pubblicato nelle scorse settimane – e del quale abbiamo fatto recentemente accenno sulle nostre pagine -, a individuare infatti una situazione crescente di privazione e marginalità per i siciliani. Se, infatti, l’istituto di statistica ha accertato su scala nazionale una riduzione del dato di popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale – 22,6% nel 2025 contro 23,1% nel 2024 -, per la Sicilia si parla invece di livelli peggiorati.

Prendendo in considerazione l’anno 2025 e il livello di rischio di povertà o esclusione sociale, composto da tre categorie di riferimento – nel giro di 12 mesi, su un campione di 100 individui “con le stesse caratteristiche”, l’Istat ha evidenziato un repentino aumento dal 40,9% del 2024 al 44% del 2025. Si tratta del secondo dato peggiore tra le regioni alle spalle della Calabria (45,3%) e doppio rispetto alla media nazionale 22,6%. Nello specifico, per i cittadini a rischio povertà, in Sicilia viene segnalata una quota del 38,4%, in aumento di quasi tre punti percentuali rispetto al 3,53% del 2024.

Grave deprivazione materiale e bassa intensità lavorativa: la Sicilia non migliora

La Sicilia soffre anche nelle statistiche relative alla “grave deprivazione materiale e sociale”, con un dato che nel 2025 è cresciuto al 9,4% rispetto al 7% di 12 mesi prima. Nell’Isola, poi, viene contata anche una larga fetta di cittadini “a bassa intensità lavorativa”: si tratta del 17,1%, percentuale inferiore soltanto a quella della Campania dove il dato è al 20,3%.

Insomma, da qualsiasi lato la si guardi, la Sicilia appare come una barca nel mezzo della burrasca in un Mediterraneo sempre più limaccioso, dove si riflette il sangue delle vittime di Gaza e del Libano e dove risuona la eco di bombardamenti in Iran. E la diplomazia, nonostante gli sforzi, non compie passi utili per placare le ostilità e mitigarne gli effetti.


Autotrasporti in protesta, ma nessun allarme rifornimenti: “Garantita libera circolazione”

CATANIA – La protesta degli autotrasportatori siciliani va avanti, ma non si tradurrà in un blocco della circolazione delle merci né, almeno allo stato attuale, in un rischio immediato per l’approvvigionamento dell’isola. È questo il messaggio mandato dalla nuova darsena del porto di Catania, all’interno degli spazi della Grimaldi Lines, dal Comitato trasportatori siciliani, che ha spiegato le ragioni della propria mobilitazione e ha provato a rassicurare cittadini e operatori economici.

Autotrasportatori siciliani in protesta: “Libera circolazione garantita”

A intervenire è stato il portavoce Salvatore Bella. “È una protesta pacifica, non facciamo blocchi stradali, non facciamo presìdi, quindi c’è la libera circolazione. Possono passare i carburanti, possono passare tutte le merci. Noi siamo fermi nei nostri piazzali, non andiamo a scaricare le navi”.

La precisazione arriva in un clima che, soprattutto nell’area etnea, si è fatto progressivamente più teso. Nel giro di due giorni, infatti, molti cittadini hanno riempito i serbatoi e fatto scorte per paura di possibili interruzioni nei rifornimenti. Un comportamento dettato dalla preoccupazione, ma che, alla luce di quanto dichiarato dal Comitato, non sembrerebbe trovare conferma nei fatti almeno in questa fase della protesta.

Porto di Catania: i mezzi restano fermi, nessuno scarica le navi

Se i carburanti e le merci possono continuare a passare, i mezzi delle società di autotrasporto che aderiscono al Comitato resteranno fermi nel porto etneo, senza scaricare merce. “Ci fermiamo perché non possiamo più andare avanti con il costo della polizza d’imbarco, che ormai ha raggiunto seicento euro in più rispetto a quanto era prima. Non siamo più nelle condizioni di viaggiare”.

Protesta fino al 18 aprile: “Senza risposte dal Governo, ci fermiamo ad oltranza”

Quanto ai tempi, il Comitato ha fissato per ora un primo orizzonte. “La protesta durerà fino al giorno 18, ma se non ci saranno risposte dal Governo, ci fermeremo ad oltranza“. Nel corso della conferenza stampa, Bella ha anche riconosciuto l’intervento della Regione siciliana, pur giudicandolo non sufficiente.

“Apprezziamo quello che ha fatto la Regione siciliana, il presidente dell’Ars Galvagno, che martedì ci ha convocato offrendoci un pacchetto che, tra l’altro, si sarebbe dovuto dividere insieme ad agricoltori e pescatori, un pacchetto di 25 milioni di euro da poter utilizzare per contribuire ad abbassare il costo del biglietto della nave. Però non ci bastano, a noi servono 100 milioni l’anno per quello che rappresentiamo”.

Quote Ets e costi d’imbarco: “Sono soldi nostri, chiediamo a Salvini di usarli”

Da qui anche il richiamo alle quote Ets e al loro impatto contraddittorio sull’attività di trasporto, che ha creato però un ‘tesoretto’. “Tra l’altro, sono somme che già ci sono, perché paghiamo le quote Ets, cioè le quote che pagano gli armatori per non inquinare il Mediterraneo e che poi loro puntualmente ribaltano su di noi autotrasportatori sotto forma di costo della polizza d’imbarco. Abbiamo chiesto a Salvini di utilizzarlo per gli autotrasportatori siciliani e sardi, perché sono soldi nostri, soldi che abbiamo pagato noi”.

Nessuna convocazione da Roma: il nodo del confronto col ministero delle Infrastrutture

Resta infine aperto il nodo del confronto con Roma e il ministero delle Infrastrutture. “Noi, a oggi, non abbiamo ricevuto nessuna convocazione. Ci hanno chiamato solo lunedì dicendo che c’era una possibilità, ma la convocazione l’hanno fatta per le associazioni nazionali. Noi non c’entriamo niente, perché non diamo associati a loro”.

Chiara Borzi