Il direttore dei lavori di un cantiere pubblico, allestito per evitare che un costone roccioso metta in pericolo la vita di chi ci vive vicino, propone a un imprenditore di risparmiare sulla lunghezza dei tiranti in ferro con la promessa di pagarli per intero come previsto dal progetto. Se lo fa, si divideranno il guadagno: centomila euro ciascuno.
L’imprenditore finge di accettare, ma poi va a denunciare tutto alla guardia di finanza. Ne nasce un’indagine che porterà a un processo, da cui verrà fuori – davanti all’evidenza dei fatti – una condanna in primo grado, poi ridotta in appello a due anni e otto mesi. Infine, si arriva alla Cassazione. E qui accade ciò che nessuno si sarebbe aspettato e che invece, a posteriori, poteva essere previsto già tempo prima: la Suprema Corte passa un colpo di spugna e afferma l’impossibilità di arrivare a una condanna definitiva.
Al centro di tutto c’è la riforma Cartabia e l’introduzione di tempistiche definite per lo svolgimento dei processi. Novità che il precedente Governo nazionale presentò come la giusta cura per migliorare l’efficienza della giustizia ma che, in questo caso, hanno trasformato una storia dai contorni chiari e accertati in una vicenda kafkiana.
Processo Basilio Ceraolo, occhi sul calendario
“Deve essere dichiarata l’improcedibilità dell’azione penale, essendo decorso interamente il termine previsto”. È con questa formula che la sesta sezione della Corte di Cassazione, presieduta dal giudice Giorgio Fidelbo, ha stabilito che Basilio Ceraolo – 75enne ingegnere di Capo d’Orlando, incaricato dal commissario per il rischio idrogeologico di fare il direttore dei lavori a San Marco d’Alunzio (Messina) – uscirà indenne, perlomeno dal punto di vista penale, da uno dei processi che negli ultimi anni hanno fatto più discutere in Sicilia.
Quantomeno per l’irritualità dei fatti: abituati a storie in cui imprenditori e pubblici ufficiali diventano protagonisti di patti corruttivi, in questa circostanza il primo – l’acese Fabio D’Agata, titolare all’epoca della Consolidamenti Speciali – si è sottratto alla possibilità di un guadagno illecito, mettendosi a disposizione degli organi giudiziari.
Per la Cassazione, Ceraolo si è reso protagonista di un reato, – non concussione, come stabilito dai giudici in primo e secondo grado, ma tentata induzione a promettere utilità – tuttavia non è condannabile.
Il motivo sta nello sforamento dei tempi che la legge Cartabia ha concesso per lo svolgimento del terzo grado: un anno, se il reato è stato commesso dopo il 2020, come nel caso di Ceraolo, a partire dal 90esimo giorno successivo alla data ultima per depositare le motivazioni della sentenza d’appello.
A conti fatti, nella vicenda di San Marco d’Alunzio il ricorso della difesa, rappresentata dall’avvocato Carmelo Occhiuto, è stato presentato in Cassazione il 7 ottobre 2025, cinque giorni prima del termine che avrebbe fatto calare il sipario sul processo. Per capire come tutto ciò sia stato possibile, bisogna tornare indietro al verdetto di secondo grado.
Oltre un anno di attesa
La Cassazione ha stabilito che il conto alla rovescia per la definizione dell’ultimo grado di giudizio è scattato il 12 ottobre 2024. Il motivo è presto spiegato: la sentenza di secondo grado fu emessa il 15 aprile 2024 dalla prima sezione penale della Corte d’appello di Messina presieduta da Antonino Giacobello e composta dalla consigliera relatrice Luana Lino e dal consigliere Carmine De Rose. Per il deposito delle motivazioni fu stabilito un termine di 90 giorni, dunque entro il 14 luglio successivo. Da questa data, con altri 90 giorni, come previsto dalla riforma Cartabia, si arriva al 12 ottobre.
Tuttavia, le cose non sono andate come previsto, in quanto i giudici d’appello hanno sforato di gran lunga il deposito della motivazione. “Quest’ultima – si legge nella sentenza della Cassazione arrivata nei giorni scorsi – è stata però depositata solo in data 7 agosto 2025, oltre un anno dopo la scadenza del termine che il collegio aveva indicato al fine”. Le motivazioni della condanna sono condensate in un documento di sette pagine.
Parla l’imprenditore
Per la vittima del tentativo di induzione a promettere utilità, il responso della Cassazione determina l’annullamento di ogni pretesa di vedere riconosciuta la giustizia nel merito dei fatti accaduti, lasciando la porta aperta a un procedimento in sede civile per la quantificazione dei danni stabiliti – e su cui l’improcedibilità dell’azione penale non ha incidenza – in primo grado dal tribunale.
“Questa sentenza applica le recenti norme sull’improcedibilità dei processi per l’eccessiva durata, considerando l’imputato l’unico danneggiato dalla lunghezza del procedimento penale. Nei processi però esistono anche le vittime. Nel mio caso non si tratta della perdita di un figlio, di un parente o di fatti gravi che ti segnano la vita. Si tratta solo di tanta amarezza, di tanto tempo ed energie spese per difendere l’interesse pubblico, senza ricevere nulla in cambio”, dichiara al Quotidiano di Sicilia D’Agata, costituitosi parte civile e difeso dall’avvocato Antonino Catania.
L’imprenditore, che dopo l’avvio dell’indagine denunciò a più riprese le lentezze burocratiche con cui si arrivò alla ripartenza del cantiere, attirando anche le attenzioni dei sindacati del settore edile, conclude con una citazione: “Mi tornano in mente le parole del giudice Scopelliti, che prima di essere ucciso dalla ‘Ndrangheta, disse che i diritti di coloro che rispettano le leggi non possono valere meno dei diritti di coloro che le violano”.

