Il sistema di protezione delle donne vittime di violenza in Sicilia è veramente inadeguato rispetto ai bisogni. Una situazione assolutamente preoccupante: secondo i dati diffusi dall’Istat e dal dipartimento del ministero per le Pari opportunità, la Sicilia nel 2023 (ultimo dato censito) contava 59 case rifugio attive, ma solo 30 di queste hanno partecipato all’indagine statistica: un tasso di risposta del 50,8%, tra i più bassi d’Italia. Un dato che già da solo evidenzia la difficoltà a ottenere un quadro chiaro e trasparente dell’offerta nell’Isola. La densità delle strutture rispetto alla popolazione femminile è un altro indicatore allarmante: a livello nazionale, si contano 0,15 case rifugio ogni 10.000 donne, valore che scende a 0,12 se si considerano soltanto le case che hanno risposto.
Si fatica a decollare
Se si allarga lo sguardo ai dati macroterritoriali, nelle Isole, tra cui rientra la Sicilia, il dato si attesta a 0,20, in linea con il Nord-est, a 0,19. Al Sud e al Centro la situazione è ancora peggiore, con un tasso fermo a 0,09. Ma se si guarda alla percentuale di case rifugio rispetto alla distribuzione territoriale, le differenze si amplificano. Il Nord-ovest concentra da solo il 36,4% delle case rifugio nazionali, seguito dal Nord-est, al 23,7%. La Sicilia, insieme alla Sardegna, rientra nella macroarea delle Isole, che raccoglie il 13,8% delle strutture. In Sicilia, i numeri raccontano una realtà che fatica a decollare: alta la presenza di enti gestori privati, l’88,6% del totale, la più alta in Italia, ma bassa la capacità di accoglienza e di risposta strutturata. Le case dell’isola sono in media più piccole, con meno di 10 operatrici, e, pur avendo personale formato, mostrano limiti nella dotazione di servizi, sicurezza e continuità assistenziale post-percorso.
Le difficoltà di accesso
Il dato più grave è quello relativo alla difficoltà di accesso: numerose case siciliane dichiarano di non poter rispondere a tutte le richieste per carenza di posti. Alcune, addirittura, avrebbero bisogno di una capacità almeno tripla rispetto a quella attuale. Eppure, l’esperienza non manca: il 46,4% degli enti gestori ha oltre 5 anni di esperienza, mentre il 40% è in attività nel campo della violenza di genere da oltre 10 anni. Il 97,6% delle case rifugio in Italia riceve fondi pubblici, ma l’allocazione non è omogenea. Le case delle Isole, Sicilia inclusa, hanno ricevuto con maggiore frequenza rette dagli enti locali, pari al 74,3% del totale ricevuto, più del Nord-est, al 59,1%, e del Centro-Sud, al 63%. Tuttavia, ciò non si traduce in una rete più efficace.
Misure di sicurezza carenti
Le case siciliane, pur potendo contare su finanziamenti pubblici consistenti, spesso non dispongono di tutte le misure di sicurezza, come allarmi, vigilanza o linee dirette con le forze dell’ordine, che garantiscono reale protezione. Nonostante gli sforzi, quindi, la Sicilia resta in affanno. Anche la formazione del personale rimane lacunosa: se le case hanno dichiarato di svolgere attività di aggiornamento annualmente o ogni sei mesi nel 63,3% dei casi, la media nazionale arriva al 69,1%, cifra che supera l’80% nel Nord Ovest. Le strutture ci sono, le competenze anche, ma manca ancora una regia sistemica che consenta di valorizzare le esperienze e ampliare l’accesso. Serve un maggiore coordinamento con i servizi territoriali, più fondi stabili, una governance attiva e un rafforzamento della rete locale.
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