Quattro “soci” senza una linea comune, le fatiche di Sisifo di Conte abbandonato - QdS

Quattro “soci” senza una linea comune, le fatiche di Sisifo di Conte abbandonato

Carlo Alberto Tregua

Quattro “soci” senza una linea comune, le fatiche di Sisifo di Conte abbandonato

mercoledì 20 Novembre 2019 - 00:00

Sisifo, nella mitologia greca, era il più furbo dei mortali. Secondo la leggenda, fu protagonista di vicende che ne hanno posto in evidenza furberia ed astuzia, ma anche un’immensa fatica per fare qualunque cosa. Il riferimento al mito di Sisifo, ci racconta di una fatica fine a se stessa: ogni volta che Sisifo riusciva a spingere il suo masso fino in cima al monte, quello ricadeva di nuovo giù e lui doveva ricominciare daccapo a spingere.
Tale personaggio ci è venuto in mente quando vediamo l’intensa attività di Giuseppe Conte, diventato senza che neanche lui lo sapesse, presidente del Consiglio. Ecco, una vicenda determinata dal caso, perché nessuno poteva pensare – neanche lui medesimo – che un giorno, da professore universitario, sarebbe stato chiamato all’incarico di presidente del Consiglio. Di questo egli dovrà essere sempre grato al capo politico dell’M5s, Luigi Di Maio, che lo ha individuato.
Per la verità Conte sta cercando di onorare l’incarico ricevuto con una presenza intensa in tutto il territorio laddove soprattutto si sono verificati eventi buoni e cattivi.

Certo, il Premier non ha esperienza politica, non sa come funzionano gli ingranaggi della burocrazia ministeriale e meno che mai quelli della Presidenza del Consiglio, nella quale vi sono circa 4.500 tra dipendenti e dirigenti.
Non conoscere i meccanismi della burocrazia significa farsi ostruire dalla stessa per qualunque attività o iniziativa perché non è vero che i dirigenti pagati con le imposte versate dai cittadini hanno la voglia di sentirsi servitori degli stessi. Gli alti burocrati infatti sogliono dire: i ministri passano e noi siamo sempre qua.
Non si capisce perché non venga messa in atto dal governo, e in particolare dal ministro per la Pa, Fabiana Dadone, una norma che obblighi la rotazione nelle direzioni ogni tre anni, come si fa per prefetti, comandanti delle Forze dell’ordine e delle Forze armate.
La permanenza di dirigenti nello stesso posto per decenni crea incrostazioni, collegamenti e altre distorsioni che danneggiano la pubblica amministrazione e, per conseguenza, i cittadini.
Conte deve gestire gli esponenti di un quadripartito i cui componenti non hanno un progetto comune, con la conseguenza che ognuno di essi punta ad obiettivi che non collimano con quelli degli altri e quindi si verifica sotto gli occhi di tutti il tiro della fune da soggetti che dovrebbero essere partner, ma che agiscono per il proprio interesse e per le proprie finalità.
Da un punto di vista parlamentare il gruppo più nutrito è quello dei Cinquestelle, poi nell’ordine vi è il gruppo del Pd, del neo partito di Matteo Renzi, Italia Viva, e infine del gruppuscolo di Leu.
Fra questo quadripartito e quello degli anni 80/90 vi è una profonda differenza perché allora Dc-Pri-Pli e Psdi, pur con diverse visioni della linea politica, riuscivano comunque a coniugarle e metterle insieme in una linea comune. Oggi gli interessi dei quattro soci sono profondamente diversi e quindi non hanno una linea comune.
In questo bailamme, il povero presidente del Consiglio anziché essere il conduttore di un governo, anche con visioni un po’ diverse, è diventato il mediatore di tali visioni, con la conseguenza che è costretto a fare riunioni continue con i capi partito, prima ancora di convocare il Consiglio dei ministri.

Così non si conduce un Paese, che si trova in gravi difficoltà perché sull’orlo della recessione, con il 10% di disoccupazione ordinaria e oltre il 40% di disoccupazione giovanile, col Pil bloccato, con un bilancio che sfora continuamente i parametri, senza la giustificazione di indirizzare le risorse prese a debito per aprire i cantieri.
La continua mediazione – e non l’imbocco di una linea programmatica poliennale che interpreti il futuro – è la carenza più grossa di questo governo e del suo presidente del Consiglio.
Quando dei soci si mettono insieme per pura convenienza, che consiste solo nel mantenere il lauto stipendio, è evidente che la compagine non può costruire niente.
Tutto questo non può continuare senza fare all’Italia danni irreversibili.

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