Una branca della Radiologia medica con un impatto significativo sul paziente e sul sistema sanitario. Una disciplina tra le più innovative della medicina moderna, che permette di trattare numerose patologie senza ricorrere alla chirurgia tradizionale, con minori rischi, tempi di recupero più brevi e degenze ospedaliere ridotte. Nonché risparmio economico e logistico per il sistema sanitario. Una specialità che, nel 2025, ha compiuto 130 anni e che, in questo lasso di tempo, ha permesso importanti passi avanti, sia per quel che riguarda la prevenzione che per quel che concerne i trattamenti di alcune patologie. Ne abbiamo parlato con il professor Antonello Basile, direttore di Radiologia al Policlinico G. Rodolico di Catania e direttore della scuola di specializzazione in radiologia diagnostica e interventistica dell’Università di Catania. La sua attività clinica si concentra principalmente su diagnostica ed interventistica sia oncologica che di emergenza oltre al trattamento mediante embolizzazione di fibromi uterini, varicocele ed altre patologie.
Professor Basile, la radiologia ha compiuto 130 anni, come ha rivoluzionato il mondo della medicina?
“Quando comincio le lezioni del corso di laurea di medicina, dico sempre che non vi è diagnosi oggi che non sia una diagnosi radiologica. In più, nel tempo, la radiologia ha creato la branca della radiologia interventistica, per cui ha modificato il proprio ruolo assistenziale. È iniziata come raggi, come fotografie, e oggi si arriva alla parte terapeutica, che è quella che io faccio prevalentemente. La radiologia ha un grande ruolo nello screening, oggi praticamente riusciamo a prevenire, grazie a essa, numerose patologie. Insomma, ha un ruolo fondamentale: la medicina, senza la radiologia, sia dal punto di vista diagnostico che interventistico, non esisterebbe”.
Quale il ruolo nell’oncologia?
“L’interventistica oncologica fa parte di algoritmi terapeutici internazionali ormai consolidati. In casi selezionati, quando un paziente non può andare incontro, per varie problematiche, a un intervento chirurgico, può ricorrere a una ablazione, un intervento percutaneo che riesce a rimuovere il tumore con effetto curativo. Per esempio, di fronte a un epatocarcinoma, le terapie ablative in casi selezionati sono curative tanto quanto la chirurgia. Abbiamo iniziato con i pazienti che non potevano andare incontro a chirurgia ma oggi ci sono determinati ambiti in cui l’interventistica è uguale o addirittura preferibile rispetto all’intervento chirurgico. Per non parlare poi dell’emergenza. L’urgenza appiana le differenze sociali ed economiche; è una sorta di livella, per cui da questo punto vi è la necessità di avere sul territorio un prodotto e procedure che sono standardizzate e sono fruibili da tutti. Oggi, la radiologia, nell’ambito dell’urgenza, ha un ruolo importantissimo, oltre a essere una delle colonne dell’oncologia”.
Oltre l’esperienza del radiologo, che importanza hanno gli strumenti di cui si avvale la radiologia? E come siamo messi noi catanesi da questo punto di vista?
“C’è un detto siciliano che dice che gli strumenti fanno il calzolaio, ma il calzolaio deve esserci e deve essere bravo. E non è facilissimo addestrare persone a fare questo. Poi, è chiaro che deve esserci la strumentazione, la tecnologia. Quando parliamo di gap assistenziale tra noi e il Nord o altre realtà europee si intende spesso un gap tecnologico. Noi, a Catania, in Sicilia, per quanto riguarda l’interventistica, siamo un po’ la Svizzera in Europa, abbiamo tre hub di interventistica, un h24 e altri due ospedali, il Cannizzaro e il Garibaldi, che hanno equipe di altissimo livello. Sicuramente, l’offerta da questo punto di vista rispetto al resto della regione, ma anche ad altre regioni, è molto importante. Anche nell’ambito oncologico abbiamo diversi centri di ottimo livello. Sicuramente, tutto è migliorabile ma non mi sento di dire che il gap è enorme”.
Quale l’impatto della radiologia mininvasiva sul paziente? E sul sistema sanitario?
“Faccio un esempio di oncologia e uno di urgenza. Nel primo caso, un paziente che ha un trauma, una milza che sanguina, e lo si sottopone a un intervento di embolizzazione in anestesia locale, con il paziente sveglio. Teoricamente, se tutto va bene, la ripresa è velocissima. Immaginiamo l’impatto di un intervento chirurgico. Per quanto riguarda la parte oncologica, se prima si usava la radiologia interventistica per chi non poteva sottoporsi a un intervento chirurgico, oggi ci sono importantissime alternative minimvasive come l’ablazione o l’embolizzazione. Una scelta che si prende anche per ridurre l’impatto dell’anestesia sui pazienti a rischio. Ci sono ambiti in cui abbiamo risultati curativi e tutto questo, ovviamente, impatta sul sistema sanitario. L’interventistica riduce i costi di ospedalizzazione. Un posto letto costa alla Regione siciliana 500 euro al giorno ed ovviamente un ritardo nella cura di altri pazienti. Per una ablazione di tumore epatico non ci sono più di 48/72 ore di ricovero. Non è solo un risparmio, ma si migliora l’offerta assistenziale”.
Riscontra crisi della vocazione anche nel suo settore?
“Si registra in generale nei campi di azione ed è causata in gran parte dalla medicina difensiva. Se si togliesse la possibilità di denunciare il medico, quando, come avviene nella maggioranza dei paesi europei, lo Stato potrebbe rispondere per eventuali errori, si permetterebbe ai medici di essere medici, di prendere anche una decisione rischiosa secondo deontologia senza la spada di Damocle della denuncia. Come in tutti campi, c’è chi è bravo e chi no, ma nessun medico entra in sala operatoria pensando di fare male”.

