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Regione Siciliana, il “tesoretto” delle chiese: milioni a diocesi e parrocchie, ecco come sono stati distribuiti

Regione Siciliana, il “tesoretto” delle chiese: milioni a diocesi e parrocchie, ecco come sono stati distribuiti
Chiesa. Foto di Michael Pointner da Pixabay

Nella manovrina varata dal Governo Schifani, oltre 33 milioni di euro di fondi pubblici destinati agli enti ecclesiastici

Pregare è importante e i politici siciliani lo sanno bene. E sanno altrettanto bene che è importante pregare in luoghi accoglienti, che meritano interventi di ristrutturazione e restauro (anche attraverso fondi pubblici) per rendere l’esperienza di fede unica nel suo genere.

Anche di questo si è occupata la cosiddetta “manovrina” varata dal Governo Schifani, ovvero il disegno di legge sulle variazioni di bilancio per l’esercizio finanziario 2026 e per il triennio 2026-28, dal valore complessivo di oltre un miliardo. Un provvedimento che ha suscitato le vibranti proteste delle opposizioni, che hanno tra l’altro “imposto” una vera e propria seduta fiume all’Ars, conclusasi con l’approvazione del contestato Ddl dopo una notte di fuoco in aula.

Un Ddl che, secondo la lettura delle forze avverse al Governo regionale, è imperniato sulla logica delle “mancette”, ovvero una serie di interventi voluti da singoli esponenti della maggioranza parlamentare per rafforzare la propria influenza sul territorio di riferimento, portati avanti oltre che per l’effettiva utilità per mere logiche elettorali. Emblematici, da questo punto di vista, gli ingentissimi fondi stanziati per la costruzione di campi di padel in varie aree dell’Isola.

Il Fondo per gli investimenti territoriali

All’interno della “manovrina”, un ruolo importante lo svolge il “Fondo per gli investimenti territoriali”, istituto presso il Dipartimento regionale delle Infrastrutture, della Mobilità e dei Trasporti, allo scopo di “promuovere la coesione economica, sociale e territoriale, ridurre i divari infrastrutturali e nell’accesso ai servizi tra le diverse aree della Regione, sostenere lo sviluppo delle comunità locali e assicurare la tutela, la messa in sicurezza, la riqualificazione e la valorizzazione del patrimonio pubblico e religioso”.

L’ammontare totale è di 190 milioni, volti all’erogazione di contributi a fondo perduto in favore degli enti pubblici (identificati nel decreto legislativo 165/2001, che individua le pubbliche amministrazioni nazionali) con sede legale nel territorio della Regione, per la realizzazione di investimenti di interesse territoriale nei settori economico, sociale, socio-sanitario e socio-assistenziale, infrastrutturale, sportivo, culturale, scolastico, della mobilità e della riqualificazione ambientale nonché per il recupero, la conservazione e la valorizzazione del patrimonio storico, artistico e architettonico.

Queste disposizioni, secondo quanto stabilito con l’istituzione del Fit, “trovano applicazione anche per gli enti ecclesiastici, cui è destinata una quota non inferiore al 10% della dotazione del fondo”. Proprio l’assegnazione dei finanziamenti in ambito religioso e di culto, è stato uno dei casus belli nel processo di approvazione della manovrina. Riteniamo, perciò, utile stabilire il discrimine che permette di destinare una parte non indifferente del Fondo per gli investimenti territoriali anche a realtà quali Arcidiocesi, Diocesi, parrocchie e via discorrendo. Punto fondamentale è il ruolo dell’ente ecclesiastico in questione come soggetto attuatore di un intervento di interesse generale. Insomma, riducendo la questione ai minimi termini, i finanziamenti sono destinati a quella realtà religiosa che, attraverso la sua attività, può favorire, anche indirettamente: rigenerazione urbana, valorizzazione culturale, attrazione turistica, coesione territoriale, sviluppo economico.

Dunque, per un’analisi obiettiva e fondata su dati oggettivi circa il tanto discusso Fit, può essere utile spulciare i singoli finanziamenti, attenzionando la destinazione e l’entità.

L’analisi dei dati

Per un’analisi completa è necessario chiarire, anzitutto, come è organizzata, dal punto di vista territoriale, la Sicilia in quanto regione ecclesiastica. Un’organizzazione leggermente diversa da quella meramente geografica e amministrativa, che contempla cinque province ecclesiastiche e una eparchia: Palermo (Arcidiocesi Palermo, Arcidiocesi Monreale, Diocesi di Cefalù, Diocesi di Mazara del Vallo, Diocesi di Trapani); Agrigento (Arcidiocesi di Agrigento, Diocesi di Caltanissetta, Diocesi di Piazza Armerina); Catania (Arcidiocesi di Catania, Arcidiocesi di Acireale, Arcidiocesi di Caltagirone); Messina (Arcidiocesi di Messina-Lipari-Santa Lucia del Mela, Diocesi di Nicosia, Diocesi di Patti); Siracusa (Arcidiocesi di Siracusa, Diocesi di Noto, Diocesi di Ragusa); Eparchia Pina degli Albanesi.

Il 17,5% di tutti gli investimenti previsti dal fondo sono destinati alla sistemazione di chiese, parrocchie, immobili e beni ecclesiastici. Tra ristrutturazioni, efficientamenti, restauri e messe in sicurezza, in totale, il Dipartimento regionale interessato ha deciso di destinare a queste realtà circa 33,3 milioni di euro di fondi pubblici.

Va detto, per onor di cronaca, che non tutti questi soldi finiranno nelle casse di enti ecclesiastici. Singolari, infatti, sono i 5,9 milioni destinati ai comuni per interventi sui luoghi di culto. A questi, vanno aggiunti gli oltre 27,3 milioni che, invece, entreranno direttamente nei bilanci di diocesi, singole parrocchie, comunità evangeliche e cattoliche e anche della Cesi (la conferenza episcopale siciliana), a cui sono destinati 400mila euro. Analizzando nel dettaglio la distribuzione territoriale di questi 33,3 milioni di euro dei contribuenti siciliani, si evince come solo 580mila euro sono destinati a quattro comunità evangeliche (due di Gela, una iblea e una catanese), mentre la restante parte viene ripartita tra chiese e diocesi delle diverse province ecclesiastiche.

Quella che riceve più contributi pubblici è Catania, che potrà contare su 11,5 milioni distribuiti principalmente sull’Arcidiocesi etnea. Segue la provincia di Palermo, dove il dipartimento regionale delle Infrastrutture erogherà ben 6,2 milioni di euro. Qui, la diocesi in cui sono previsti gli interventi più costosi è quella di Monreale: 2,6 milioni di euro saranno utilizzati per risollevare lo stato dei beni ecclesiastici. Al terzo posto della classifica delle province ecclesiastiche con più finanziamenti pubblici si colloca Siracusa (con le diocesi di Siracusa, Ragusa e Noto), con oltre 4,2 milioni di euro. Infine, ci sono le province di Agrigento (2,6 milioni di euro) e di Messina (1,7 milioni di euro). All’ultimo posto, con appena 50mila euro, si trova l’Eparchia di Piana degli Albanesi, che potrà beneficiare di un solo finanziamento per restaurare l’obelisco di Garibaldi.

Da ribadire che tutti questi milioni non andranno direttamente nelle casse delle diocesi, o per lo meno non tutti. I finanziamenti, infatti, sono destinati nella maggior parte dei casi alle singole realtà presenti nelle varie diocesi siciliane.

Gli interventi più costosi

A fronte dell’elevato numero di finanziamenti pubblici di cui beneficeranno i beni degli enti ecclesiastici nel 2026, la domanda sorge spontanea: che cosa ne verrà fatto di questi soldi? L’intervento più consistente, per cui sarà erogato un milione di euro, riguarda la cittadella sociale “Gesù adolescente” di Catania, bene appartenente all’Opera San Giovanni Bosco in Sicilia – Catania. Il milione pubblico verrà utilizzato per “interventi di ammodernamento, realizzazione di interventi strutturali, adeguamento degli spazi educativi e residenziali, creazione del centro educativo per adolescenti e opere connesse”.

Un altro esempio di spesa pubblica destinata ad enti ecclesiastici presente nelle tabelle del Fit è l’intervento da 800mila euro sul “complesso scolastico/ecclesiastico sito in Catania, via Cifali 5-7”, sempre appartenente all’Opera San Giovanni Bosco in Sicilia – Catania, che dunque riceverà in totale 1,8 milioni. Svariati i finanziamenti da 800mila euro, come quello che verrà destinato alla Curia vescovile di Acireale per la ristrutturazione della Chiesa di San Michele Arcangelo di Acireale, quello rivolto al Monastero di S. Martino delle Scale di Monreale per “il recupero delle coperture del Complesso abbaziale, della basilica e dei partiti decorativi della cappella della Madonna” o ancora quello destinato alla parrocchia Santa Maria del Carmelo di Ragalna che potrà effettuare gli “interventi di consolidamento strutturale e restauro della Chiesa Madre”.

Gli enti più finanziati

La Regione, attraverso quelle che da parti della politica isolana vengono definite “mancette”, ha riservato particolare attenzione (almeno dal punto di vista economico) a quattro enti ecclesiastici. Le risorse pubbliche più consistenti, infatti, finiranno direttamente nelle casse dell’Arcidiocesi di Catania, guidata da Monsignor Luigi Renna, a cui andranno oltre 2,2 milioni di euro che verranno usati per finanziare interventi di manutenzione, restauro ed efficientamento delle proprietà dell’ente religioso.

Anche i salesiani siciliani potranno godere di un sostanzioso finanziamento pari a oltre 1,9 milioni che verrà ripartito, come già detto, tra l’Opera di Catania e quella di Modica (a cui andranno solamente 150 mila euro). Altre due sono le diocesi a cui la Regione riserva particolare attenzione nella cosiddetta “manovrina”: la diocesi di Acireale, guidata da Monsignor Antonino Raspanti (che è anche presidente della Conferenza episcopale siciliana), riceverà poco più di un milione di euro insieme alla diocesi di Piazza Armerina, guidata da Monsignor Rosario Gisana, attualmente accusato, insieme al suo vicario generale, di falsa testimonianza nel processo a Don Rugolo (condannato in via definitiva per violenza sessuale su minori), di fronte il tribunale di Enna.

Traendo le somme di questa analisi e dei ragionamenti basati su numeri e dati “istituzionali”, viene da chiedersi quanto effettivamente, gli interventi finanziati, rientrino nelle linee guida del Fondo. Non è nostra intenzione sminuire il ruolo che, sul territorio, hanno gli enti ecclesiastici anche in ambiti quali, per fare un esempio, turismo e sociale. Però, conoscendo bene certe dinamiche della politica siciliana, crediamo sia legittimo chiederci se la ratio che ha guidato tali finanziamenti sia solo quella dello sviluppo e della crescita del territorio e non ci sia anche, magari in secondo piano, la volontà di sviluppare e far crescere anche il proprio bacino elettorale… Parafrasando il titolo di una storica commedia popolare siciliana e ribaltandone il messaggio intrinseco: “Fit vuluntas Dei”...

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