Un centro “sostanzialmente stabile” ma al tempo stesso “una stabilizzazione definitiva” praticamente impossibile da conseguire: lo rivela una recente relazione di oltre 150 pagine del Centro per la Protezione Civile dell’Università degli Studi di Firenze, guidato da Nicola Casagli, sulla disastrosa frana di Niscemi (CL) dello scorso gennaio.
“Il quadro delineato dai sopralluoghi e dai dati satellitari indica che il rischio rimane elevato per la frana nel suo complesso e che il fenomeno è destinato a evolvere ulteriormente”, si legge nel report.
Frana di Niscemi, la relazione e la “stabilizzazione impossibile”
Nel report relativo agli eventi franosi dello scorso gennaio a Niscemi, si legge che “l’evento del 2026 si configura come una nuova fase di
riattivazione, con contestuale ampliamento areale, di un sistema franoso complesso e a carattere persistente“. E gli esperti precisano che sostanzialmente gli eventi di inizio anno “confermano, anche alla luce delle più recenti evidenze di campo e delle indagini in corso, l’impossibilità di conseguire una stabilizzazione definitiva dell’intero sistema di versante mediante interventi strutturali estensivi”.
Quanto accaduto a gennaio si inserisce in continuità con altri due grandi eventi, quello del 1790 – “caratterizzato da movimenti di eccezionale entità e da manifestazioni di vulcanismo sedimentario” – e quello, più discusso recentemente – del 1997, configuratosi – si legge nella relazione – “come riattivazione di un corpo di frana profondo con cinematica lenta e retrogressiva”. Entrambi gli eventi costituirebbero, secondo gli esperti, “precedenti diretti dell’evento del 2026”. Quest’ultimo, inoltre, si inserirebbe “in un’evoluzione pluridecennale e plurisecolare del versante, con progressive fasi di alleggerimento al piede, riorganizzazione delle superfici di scivolamento e arretrato dei coronamenti”.
L’evoluzione del fenomeno
Anche se il quadro attuale – per quanto riguarda il centro – appare sostanzialmente stabile, ci sono comunque degli elementi a cui prestare particolare attenzione. Nel rapporto del Centro per la Protezione Civile dell’Università degli Studi di Firenze sulla frana di Niscemi si legge infatti: “Alla data del presente rapporto (26 febbraio 2026, ndr) le frane di Niscemi si presentano ancora in evoluzione attiva” e nonostante l’analisi dei dati interferometrici satellitari post-evento mostri “come il centro abitato presenti condizioni di sostanziale stabilità”, la frana – in particolar la sua scarpata principale – “è suscettibile di evoluzione retrogressiva”.
Gli esperti non escludono quindi “un ulteriore arretramento del ciglio di scarpata dell’ordine di alcune decine di metri, soprattutto in caso di nuovi eventi pluviometrici significativi” e che tale evoluzione possa “coinvolgere ulteriori edifici posti in prossimità del margine instabile e compromettere in modo permanente tratti di viabilità strategica”.
Nel report si legge anche che: “Il rischio residuo per il centro abitato deve essere considerato elevato per la frana nel suo complesso, con particolare riferimento alle aree immediatamente retrostanti il ciglio della scarpata e ai settori già interessati dal movimento franoso”.
L’importanza del monitoraggio
Il rapporto sulla frana di Niscemi evidenzia l’importanza dell’analisi dei dati “geotecnici, geofisici e di monitoraggio” per “analizzare la stabilità della scarpata principale, valutando l’entità della futura regressione in modo da ricalibrare l’estensione della ‘fascia rossa’ di interdizione”.
Gli esperti confermano che “non è possibile formulare previsioni puntuali né sui tempi né sull’entità delle future evoluzioni”, ma che è ragionevole sostenere che il fenomeno continuerà a manifestarsi nel tempo. Per questo, l’approccio più indicato – secondo quanto emerge nel report – non consisterebbe nella “stabilizzazione integrale del fenomeno” ma nella “gestione del rischio entro livelli accettabili, secondo il principio della convivenza controllata con la frana“. Questo approccio prevede:
- l’aggiornamento costante della zonazione della pericolosità;
- il divieto di edificare nelle aree a pericolosità “elevata e molto elevata”;
- il controllo rigoroso dell’uso del suolo;
- la delocalizzazione progressiva di edifici e infrastrutture “a rischio significativo”;
- una pianificazione “coerente con l’evoluzione del fenomeno” e una “gestione strutturata del rischio”, con un apposito piano di Protezione civile e “comunicazione trasparente” con la popolazione.
QUI IL REPORT COMPLETO SULLA FRANA
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