In Sicilia, tra il 2023 e il 2024, si è registrato un aumento di oltre mezzo milione di tonnellate nella produzione di rifiuti speciali. Si tratta della categoria di rifiuti che provengono da attività produttive o industriali, la cui gestione segue un ciclo diverso rispetto a quella degli Rsu, i rifiuti solidi urbani che i cittadini conoscono da più vicino. Il dato emerge dall’ultimo rapporto di Ispra, presentato quest’anno ma aggiornato a due anni fa. Nel 2024, i rifiuti speciali – a loro volta identificati come pericolosi e non pericolosi – prodotti nell’isola hanno superato la quota di 10,1 milioni di tonnellate. L’anno precedente erano state circa 9,4 milioni. Il 96,7 per cento è classificato come rifiuto non pericoloso, mentre la parte restante – poco più di 334mila tonnellate – è pericolosa.
La distribuzione regionale dei rifiuti speciali in Italia nel 2024
Ancor più che per gli Rsu, quando si parla di rifiuti speciali il rapporto con il contesto produttivo ed economico è forte. Di conseguenza diversa è anche la fotografia a livello nazionale. “Dall’analisi dei dati a livello regionale si può rilevare come, nel 2024, la Lombardia, con 36,4 milioni di tonnellate, produca il 37,8% del totale dei rifiuti speciali generati dal Nord Italia (96,4 milioni di tonnellate), seguita dal Veneto con quasi 18 milioni di tonnellate (18,6% della produzione totale delle regioni settentrionali), dall’Emilia-Romagna con circa 15 milioni di tonnellate (15,5%) e dal Piemonte la cui produzione complessiva di rifiuti si attesta, nello stesso anno, a 13,9 milioni di tonnellate – si legge nel rapporto dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale – Tra le regioni del Centro, a fronte di un quantitativo complessivo di rifiuti speciali prodotti pari a quasi 31,3 milioni di tonnellate, i maggiori valori di produzione si riscontrano per la Toscana con 11,5 milioni di tonnellate (36,8% della produzione del centro Italia) e per il Lazio, il cui quantitativo, pari a circa 11,2 milioni di tonnellate, rappresenta il 35,8% della produzione dell’intera macroarea. Al Sud – prosegue il rapporto – la Campania, con una produzione di 11,7 milioni di tonnellate, copre il 26,4% del totale della macroarea geografica (44,3 milioni di tonnellate), seguita dalla Sicilia con 10,1 milioni di tonnellate (22,9%) e dalla Puglia con quasi 9,3 milioni di tonnellate, pari al 21% dell’intera macroarea”.
Rifiuti speciali in Sicilia: esportazioni in crescita e dipendenza dagli impianti extra-regionali
Riflessione diversa, invece, va fatta per quel che riguarda la gestione e i trattamenti a cui sono sottoposti i rifiuti. Così come per gli Rsu, dove la Sicilia ha una cronica difficoltà a essere autosufficiente, finendo così per ricorrere a impianti extra-regionali, anche nel settore dei rifiuti speciali non mancano i casi in cui la soluzione è fuori confine. La gestione può passare dal recupero di materia o di energia, oppure dallo smaltimento, ma è sempre collegata alla presenza di impianti in numero adeguato a gestire i flussi di produzione.
“I dati del rapporto, accanto alle criticità legate all’elevata produzione e alla non uniforme distribuzione del sistema impiantistico, confermano la solidità del percorso intrapreso dal nostro Paese verso un modello di economia sempre più circolare – ha dichiarato la presidente di Ispra Maria Alessandra Gallone, commentando il nuovo studio –. L’aumento del recupero di materia complessivo, con importanti performance nel riciclo dei rifiuti da costruzione e demolizione, dimostrano come innovazione e corretta gestione dei rifiuti possano tradursi in risultati concreti per l’ambiente e per il sistema produttivo”. Per Gallone è fondamentale fare tesoro dei segnali positivi che arrivano da più parti d’Italia affinché “rappresentino uno stimolo a proseguire lungo la strada della prevenzione, del riutilizzo e del recupero delle risorse, rafforzando le filiere industriali e investendo nelle tecnologie e nelle competenze”.
La fotografia impiantistica della Sicilia
Ma qual è lo stato dell’arte in Sicilia? Anche se di strada da fare ce n’è ancora tanta, il dato positivo sta nel fatto che, rispetto all’anno precedente, nel 2024 nell’isola sono state gestite oltre 1,3 tonnellate in più di rifiuti speciali. “In linea generale – viene fatto notare nel rapporto – un’elevata percentuale di recupero potrebbe far ipotizzare un’autosufficienza impiantistica regionale, così come una disponibilità a trattare flussi extra-regionali”.
Tuttavia, nel caso siciliano l’apporto dato dalle importazioni è sostanzialmente residuale, seppure in crescita: nel 2023 erano state 66 tonnellate, l’anno dopo sono passate a 269. Decisamente maggiori sono le esportazioni: tra 2023 e 2024 si è passati da 83.492 a 94.518 tonnellate, anche se si è ridotta la quota parte di quelli classificati come pericolosi (da 1204 a 241 tonnellate).
In Sicilia la maggior parte dei rifiuti speciali deriva da operazioni di costruzione e demolizioni – oltre 6,9 milioni di tonnellate, pari al 67% del totale – e dal trattamento dei rifiuti e delle acque reflue. In quest’ultimo caso si parla di più di 2,2 milioni di tonnellate e una percentuale del 23,9% sul totale. A questo punto va fatta un’osservazione: il dato sui fanghi di depurazione, derivanti dalla gestione delle acque reflue, in Sicilia nel 2024 è stato di 56.934 tonnellate e risente della mancata presenza in parte del territorio degli impianti di depurazione. In Lombardia, per esempio, i fanghi di depurazione prodotti sono stati pari a 467mila tonnellate.
A livello di impiantistica sono 500 le strutture di cui la Sicilia attualmente dispone. Di esse, 311 rientrano nella categoria degli impianti di recupero di materia, compresi quelli che effettuano demolizioni delle auto e trattano i Raee. Una dozzina, invece, sono gli impianti di compostaggio e digestione anaerobica, dove finiscono rifiuti come fanghi o residui agro-industriali.
In sette casi si tratta di impianti di recupero energia presso attività produttive, mentre 39 quelli che effettuano trattamenti chimico-fisici. Diciassette, poi, le discariche, mentre tre sono gli impianti di incenerimento. Infine si contano 72 impianti di stoccaggio. “Il recupero di materia – si legge nella sezione del rapporto dedicata alla Sicilia – è la forma prevalente di gestione cui sono sottoposti oltre 7,3 milioni di tonnellate e rappresenta il 72,7% del totale gestito. In tale ambito il recupero di sostanze inorganiche concorre per il 73,7% al recupero totale di materia. Residuale è l’utilizzo dei rifiuti come fonte di energia, pari a 50 mila tonnellate (0,5% del totale gestito)”. Alla voce smaltimento sono ricondotte circa 709mila tonnellate di rifiuti speciali, pari al 7% del totale prodotto in Sicilia: di esse oltre 208mila trovano posto nelle discariche, mentre appena 46mila sono incenerite.
Amianto senza impianti e primato nell’export di pneumatici
Infine, ci sono le matrici che per essere trattate devono lasciare la regione: è il caso dei materiali contenenti amianto. Nell’isola, a oggi, non c’è un solo impianto autorizzato a trattarle e così la pericolosa fibra deve essere trasportata in altre parti d’Italia. Nel 2024, la Sicilia ha prodotto rifiuti di questa tipologia per 6792 tonnellate. Un dato che è da interpretare al ribasso rispetto alla diffusa presenza di eternit nel territorio, fatto questo che risente anche dell’assenza di un ciclo di gestione regionale del rifiuto. Un campo in cui la Sicilia è addirittura leader tra le regioni italiane in materia di esportazione di rifiuti è quello degli pneumatici fuori uso: nel 2024, sono state 7400 le tonnellate che hanno lasciato i confini isolani. Appena dietro si è piazzato il Trentino Alto-Adige.

Termovalorizzatori, 96 prescrizioni. Ma Schifani tira dritto verso i bandi
Che la fiducia riposta dal governo Schifani sui termovalorizzatori, sul fatto che facciano al caso della Sicilia ma anche sulla loro realizzabilità, sia massima è un dato assodato da quattro anni di dichiarazioni e atti politici. Nei giorni scorsi, però, è arrivata l’ennesima prova. Infatti, mentre i progetti di fattibilità sono passati per la prima volta sotto il vaglio della Cts, che per il momento ha rilasciato due pareri da cui emergono decine di criticità che dovranno essere superate con chiarimenti e integrazioni, il presidente della Regione nella propria veste di commissario straordinario ha deciso di pubblicare due avvisi con cui si dà notizia delle future gare con cui saranno affidati la progettazione esecutiva e la costruzione degli impianti previsti a Palermo e Catania.
Cosa ha pubblicato Schifani per i termovalorizzatori
Non si tratta di bandi, ma di un primo annuncio di ciò che sarà. “Il presente avviso è pubblicato al solo fine di rendere note al mercato le iniziative che il commissario straordinario intende attuare per la realizzazione del termovalorizzatore, fermo restando che il predetto avviso non costituisce mezzo di indizione di gara. Ogni profilo relativo alla disciplina delle procedure, ai requisiti di partecipazione, ai criteri di selezione e aggiudicazione, alla documentazione e alla regolazione dei rapporti contrattuali sarà puntualmente definito nei successivi atti”, viene specificato.
Alcuni aspetti però vengono ufficializzati: “Nelle fasi di progettazione e costruzione, l’investimento resterà integralmente a carico dell’amministrazione, mentre, nella successiva fase di gestione, i costi operativi saranno remunerati mediante i proventi derivanti dalla gestione”. Per realizzare i due impianti, il governo ha deciso di mettere sul piatto 800 milioni di euro, attingendo le risorse dal Fondo di Sviluppo e Coesione.
Tuttavia, prima di arrivare a una procedura di gara, servirà ottenere le autorizzazioni ambientali. Come detto, al momento ciò che esiste sono i progetti di fattibilità tecnica-economica consegnati dai privati che a settembre scorso si aggiudicarono la gara d’appalto gestita da Invitalia, l’agenzia nazionale con cui la Regione ha stipulato una convenzione che comprenderà anche le procedure per affidare la costruzione dei termovalorizzatori. Leggendo i due pareri rilasciati una decina di giorni fa dalla Cts, si può dire che bisognerà ancora rimaneggiare i progetti che poi fungeranno da base per lo sviluppo della progettazione esecutiva.
La commissione guidata da Gaetano Armao ha presentato quasi un centinaio di osservazioni. Alcune sono valide per entrambi gli impianti, altre specifiche per i singoli siti. Quello di Palermo dovrebbe sorgere a Bellolampo, la zona periferica del capoluogo che ospita anche la discarica pubblica gestita dalla Rap. A Catania, invece, i terreni si trovano in piena zona industriale. Nel primo caso, dalla Cts sono arrivate 44 richieste. Uno degli aspetti che maggiormente richiede approfondimenti è la valutazione degli effetti che il termovalorizzatore avrà sull’ambiente dovendo tenere conto della presenza degli altri impianti che si occupano di rifiuti e, più in generale, di come questi ultimi abbiano già nei decenni comportato conseguenze per l’ambiente.
Al governo Schifani, e per il tramite di esso alle società a cui è stata affidato il primo livello di progettazione, viene chiesto di definire con maggior grado di dettaglio i quantitativi di rifiuti che entreranno nei forni, suddividendoli per tipologie di matrice e tenendo conto anche delle due fasi di attività previste: quella transitoria (dal 2028 al 2030) e quella a regime (dal 2030 al 2050).
Stesso discorso per ciò che riguarda i possibili impatti sulle acque sotterranee e sulle modalità di gestione del percolato: i progetti dovranno essere integrati da relazioni a supporto di ciò che è già scritto nella documentazione fatta pervenire alla Cts. La commissione ha chiesto poi di chiarire meglio i motivi che hanno portato a prevedere due camini di emissione dei fumi con altrettante linee separate di combustione e l’utilizzo soltanto di abbattitori a secco. Ma anche indicazioni su quali discariche riceveranno le ceneri altamente inquinanti che derivano dal processo di combustione.
Dall’altra parte della Sicilia, a Catania, i rilievi sono in parte simili. Qui la Cts, tenendo conto della coesistenza tra il futuro termovalorizzatore e altri siti industriali, ha fatto presente la necessità di argomentare con maggiore grado di approfondimento la compatibilità tra l’impianto e ciò che c’è attorno. Compresa una caserma dei vigili del fuoco. Nel parere si fa poi cenno anche all’Etna: la Cts spiega che è necessario stabilire se la cenere emessa dal vulcano possa intralciare l’operatività del termovalorizzatore, sia per quanto riguarda l’efficienza dei processi di trattamento dei rifiuti che dal punto di vista sanitario.
“Il proponente dovrà dimostrare che la natura abrasiva e la granulometria fine delle ceneri vulcaniche (in quantitativi importanti come spesso si registra) non determini l’intasamento degli impianti di depurazione dei fumi e – si legge – non danneggi i sistemi di aspirazione e i filtri e dovrà contestualmente descrivere tutte le necessarie e indispensabili opere, macchinari e apparecchiature da utilizzare nel caso di forte attivazione esplosiva del vulcano, al fine di garantire il funzionamento del termovalorizzatore ed evitare l’insorgere di rischi e pericoli sanitari”.

