La Commissione europea ha approvato recentemente un regime di aiuti per l’Italia pari a 23 miliardi di euro destinato a sostenere la produzione di elettricità da fonti pulite. “Con questo regime da 23 miliardi di euro, l’Italia sosterrà la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili a partire da varie tecnologie, come l’energia eolica onshore, l’energia solare o l’energia idroelettrica, al fine di conseguire gli obiettivi del patto per l’industria pulita“, ha sottolineato Teresa Ribera, vice presidente esecutiva della Commissione europea per una Transizione pulita, giusta e competitiva. “Il regime – ha aggiunto – aiuterà inoltre l’Italia a ridurre la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili e ad aumentare la quota di energie rinnovabili”.
23 miliardi per la transizione pulita: gli obiettivi del Clean Industrial Deal e RePowerEU
Oltre ai benefici ambientali, l’attuazione di questo programma favorirà una progressiva riduzione dei prezzi dell’energia elettrica a vantaggio di imprese e consumatori, riducendo al contempo la dipendenza dell’intera Unione europea dalle importazioni energetiche estere, in perfetta armonia con gli obiettivi del Clean industrial deal e del piano RePowerEu.
La decisione della Commissione europea ha provocato in Italia un acceso dibattito sulle nuove strategie industriali e sulla necessità di ridurre la nostra dipendenza energetica per raggiungere vantaggi competitivi. Alla fine degli anni Ottanta, Michael Porter, professore alla Harvard Business School di Boston, pubblicò “Il Vantaggio Competitivo” su cui si formarono migliaia e migliaia di studenti. Porter, nel suo lavoro, raccomandava di parametrare il successo e la sostenibilità economica delle aziende su due variabili: la crescita del mercato di riferimento e la relativa quota di mercato. Infatti, solo con alte quote di mercato in settori in forte crescita, le aziende avrebbero mantenuto o aumentato, nel tempo, il proprio vantaggio competitivo.
Farmaceutico, spazio e meccanica di precisione: i settori italiani più competitivi
Proprio in questi giorni, in tanti si sono chiesti se l’Italia e i suoi settori produttivi possiedano un vantaggio competitivo e cosa si dovrebbe fare per difenderlo, o per modificarlo o, ancora meglio, per aumentarlo nei prossimi venti o trent’anni. La risposta non è stata univoca, si è rivelata assai spesso ideologica e, inevitabilmente, l’analisi si è concentrata sui settori industriali e sulla loro crescita. Da tutti è stato riconosciuto, dati alla mano, un vantaggio competitivo nel settore farmaceutico e della ricerca medica, nel mondo spaziale, settore del futuro, grazie principalmente alle competenze di Leonardo e ai recenti accordi di collaborazione tecnologici europei. In tanti, hanno indicato il settore della Meccanica di precisione, dove la regione delle 4B (Bergamo, Bologna, Brescia, Brianza) è diventata il punto di riferimento mondiale per la progettazione e costruzione di macchinari unici e sofisticati. Molti altri hanno sbandierato la crescita nell’ultimo anno del settore della costruzione dei mezzi di trasporto.
Moda, chimica e acciaio in affanno: i settori industriali italiani che perdono competitività
Diverso l’andamento dell’industria tessile e del settore della Moda, caratterizzato da acquisti di brand italiani da parte di leader stranieri, nonostante siano emerse società italiane con una propulsione competitiva e acquisitiva. Il settore chimico si rivela in sofferenza con il ridimensionamento del Gruppo Montedison/Enimont; l’Acciaio e il settore dei Sistemi informatici ormai non sono più competitivi e sempre meno concorrenziali nel mercato interno e internazionale.
Nucleare o rinnovabili: il dibattito energetico italiano tra idrocarburi e innovazione
Naturalmente, l’attenzione si è concentrata sul settore dell’energia, dove possiamo contare su una produzione che va dall’esplorazione e produzione di idrocarburi, alla produzione di energia elettrica, allo stoccaggio e alle reti di distribuzione di gas ed elettricità, ma mentre alcuni vogliono puntare sul nucleare pulito (senza scorie) per ridurre i costi dell’energia, altri vogliono continuare e premere l’acceleratore sull’innovazione nelle Energie rinnovabili e sull’incremento del turismo. Certo non sarà facile risalire la china e riguadagnare una maggiore competitività in tanti settori, come non sarà facile mantenere la leadership.
Sicilia e rinnovabili: gli investimenti utili oltre il solo turismo
Per questo, è estremamente urgente, alla luce dei cambiamenti globali, una riflessione profonda, tipicamente di Politica industriale, su dove indirizzare le nostre risorse e su quali settori vale la pena investire, anche alla luce delle dinamiche future di mercato. Cosa serve allora? Innanzitutto chiarezza da parte della politica, maggioranza e opposizione, per riuscire a contare ancora ed essere competitivi con investimenti mirati, attraverso l’integrazione e l’applicazione dell’intelligenza artificiale, in settori strategici. Anche in Sicilia gli investimenti nella produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili per una transizione ecologica sostenibile, che porti a zero emissioni di CO2 nei prossimi anni, potrebbero essere utili a rilanciare lo sviluppo dell’Isola. Puntare sul turismo non basta; peraltro la Sicilia è al 43° posto tra le 244 regioni europee e per la top ten occorrerebbe triplicare le presenze annue.
Pina Travagliante
Professore ordinario di Storia del pensiero economico presso l’Università degli Studi di Catania

