Cosa ho portato a casa da questi viaggi? Tante cose. Prima di tutto ho imparato a essere più umano, più rispettoso di ogni popolo e di ogni singola persona, più pratico, più ordinato, più attento, più capace di ascoltare. Ho imparato anche che la montagna è molto diversa: dalla disperata aridità dell’altopiano boliviano o delle montagne dell’Oman alla fantasmagorica esplosione dei ghiacciai del McKinley, alla stupenda flora ricca di grandi rododendri della catena del Mynia Konga. Ma, al di là delle differenze naturali, gli abitanti della montagna hanno qualcosa in comune tra loro.
I tratti comuni dei popoli di montagna: sobrietà, tenacia e solidarietà
La montagna, comunque, li forgia in un certo modo che, al di là delle differenze, mostra tratti comuni: la sobrietà di linguaggio, l’essenzialità del gesto, la capacità di anticipare le difficoltà, la cura per la propria abitazione, anche se povera, e del proprio villaggio, la capacità di incanalare l’acqua per rendere irrigui i campi, dove ho visto strette somiglianze tra le canalizzazioni nelle oasi del Baltoro e quelle nelle valli cinesi o quelle dell’Oman e altri luoghi. E poi una composta solidarietà umana, che talora tende a perdersi proprio nelle alte quote, la capacità di affrontare gli imprevisti, la forza, la tenacia, la pazienza, il passo cadenzato, la capacità di riconoscere chi li rispetta e di ricambiare rispetto con simpatia, il bisogno di unirsi attraverso il canto e attraverso improvvisi momenti di allegria (ma questo è comune anche in altri gruppi, dai contadini ai pescatori).
Rispettare la montagna come messaggio di Dio
Ho poi imparato a rispettare la montagna, non solo nel senso molto opportunamente ribadito in continuazione dalle guide alpine, e cioè in termini di sicurezza, ma in un senso più profondo. È il senso che illustrò il parroco che salì per primo con i suoi ragazzi neofiti dell’alpinismo sul McKinley. È rispettare la montagna per quello che è, perché è un messaggio di Dio, perché ci propone il significato magico e religioso della vita. Vi siete mai chiesti perché, quando Dio vuole donare a Mosè e al suo popolo le tavole della legge, non lo convoca in un’oasi nel deserto, come sarebbe stato molto più logico e funzionale, ma lo convoca invece in montagna? E perché quando Gesù vuole predicare le beatitudini, messaggio centrale del Vangelo, non si ferma sulle rive del lago, dal quale pur proveniva la maggior parte dei suoi discepoli, ma li invita a salire in montagna? Persino gli ateniesi, indiscutibilmente un popolo di mare, che non avevano nessuna stima degli uomini della montagna, collocano gli dèi tra le nubi del monte Olimpo.
La montagna è amichevole per chi la rispetta: incoraggiare la gente a salire
Rispettare la montagna, insomma, perché essa alimenta in noi il senso della grandiosità della vita e ciò ci aiuta a essere o, meglio, a ridiventare uomini. Rispettare la montagna, in un senso alto, ma senza farsi spaventare dalla stessa. C’è una certa letteratura di montagna che tende a descriverla come un ambiente sempre ostile e adatto solo per superuomini, un ambiente solo per imprese eroiche tra bufere, disgrazie, valanghe e sfide al limite dell’impossibile. Non vi è dubbio che per realizzare certe imprese alpinistiche bisogna essere uomini d’acciaio, nel fisico, nell’intelligenza e nel morale.
Ma la montagna, in generale, è, di solito, amichevole e aperta a tutti quelli che la rispettano e si muovono con la chiara coscienza dei propri limiti. Dobbiamo anzi incoraggiare e stimolare la gente a salire in montagna, anziché stare concentrata nei bar della solita via Roma dei nostri paesi di montagna, mentre le guide restano poco occupate.
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