Milano, 19 ott. (askanews) – ‘Vini ad Arte’ ha portato per la prima volta a Milano i vini della Romagna, con una cinquantina di produttori che al The Westin Palace hanno incontrato operatori del settore, sommelier e stampa specializzata. La due giorni, organizzata dal Consorzio Vini di Romagna e giunta alla 21esima edizione, ha scelto il capoluogo lombardo per presentare le nuove annate e le principali Denominazioni del territorio, dal Sangiovese all’Albana e al Trebbiano, con particolare attenzione alle sedici sottozone del Romagna Sangiovese Doc. La manifestazione, organizzata con la collaborazione tecnica di Ais Milano, ha compreso banchi d’assaggio, degustazioni tecniche, seminari, masterclass e ha affrontato anche il tema degli abbinamenti gastronomici. L’incontro ha permesso inoltre di approfondire le prospettive commerciali del comparto, a partire dal rapporto con il mercato regionale.
‘Ho sempre detto che prima bisogna cercare di essere forti in casa propria, e in Romagna dobbiamo ancora fare passi importanti, sfruttando meglio l’enoturismo e quello che già c’è, perché è una terra molto frequentata da gente che viene da fuori regione e anche dall’estero’ ha dichiarato ad askanews il presidente del Consorzio Vini di Romagna, Roberto Monti, spiegando che ‘dobbiamo avere un rapporto migliore con la ristorazione, che spesso non apprezza e non dà valore ai vini del territorio. In qualunque regione andiamo troviamo i vini del territorio, da noi i vini di tutte le regioni. Sulla costa questo problema è particolarmente evidente, e poi ci sono i prezzi: capisco che un ristoratore debba applicare un ricarico, ma purtroppo spesso non usa l’addizione, si usa la moltiplicazione e anche con fattori importanti’. Oggi la super turistica costa romagnola assorbe meno del 10% del consumo interno , tanto che nel marzo scorso il Consorzio ha organizzata a Riccione ‘Sorsi di Mare’, un appuntamento rivolto a ristoranti, alberghi, enoteche e distributori, con oltre 60 Cantine coinvolte e un’attenzione particolare ai vini bianchi del territorio.
Il Consorzio Vini di Romagna, fondato nel 1962, tutela una Docg, cinque Doc e le Igt Rubicone e Forlì. Nel 2025 ha ottenuto ulteriori competenze anche per la Ravenna Igt, e nello stesso anno, secondo i dati di Valoritalia, le produzioni di competenza dell’ente hanno registrato imbottigliamenti per oltre 746mila ettolitri, equivalenti a poco meno di 100 milioni di bottiglie. A fare la parte del leone è il Rubicone, una Igt che nel 2025 ha visto una produzione di poco meno di 1,3 milioni di ettolitri, mentre gli imbottigliamenti si sono attestati a quasi 650mila, equivalenti a circa 86,6 milioni di bottiglie. La Romagna Doc ha invece registrato imbottigliamenti per circa 77mila ettolitri, pari a 10,3 milioni di bottiglie. Monti stima che le 122 aziende associate rappresentino circa l’80% della produzione, grazie anche alla presenza di otto cooperative, le cui principali sono Agrintesa, Terre Cevico, Cantina Forlì-Predappio, Cantina dei Colli Romagnoli e Cantina Sociale di Faenza. Tra le aziende private le più forti in termine di produzione sono Poderi dal Nespoli, Umberto Cesari, Poletti Casa Vinicola, Celli e Tre Monti. ‘Da noi le differenze sono molto accentuate: abbiamo colossi che lavorano un milione e mezzo di quintali d’uva, o anche più, e aziende che fanno quattro o cinquemila bottiglie’ ha spiegato il presidente, sottolineando che ‘diventa faticoso conciliare gli obiettivi e gli interessi, tenendo unito il gruppo’ ma evidenziando anche che ‘tra le realtà più piccole cominciano comunque a esserci tanti giovani’.
Il quadro produttivo presenta realtà molto differenti tra loro. ‘Sono preoccupato per la situazione del mercato, soprattutto per le nostre aree collinari’ ha proseguito Monti, precisando che ‘lì è più difficile lavorare, le produzioni sono contenute e non sempre è possibile meccanizzare. Questo significa avere costi più alti. Se un vigneto produce poco e ha anche costi elevati, far quadrare i conti diventa ancora più difficile: soltanto la valorizzazione delle Denominazioni può portare una soluzione al problema, ma è un percorso difficilissimo che stiamo cercando di portare avanti con le poche forze che abbiamo’. Quanto all’export, Monti ne valuta l’incidenza intorno al 30% della produzione delle aziende. Tra i mercati esteri, particolare attenzione è rivolta agli Stati Uniti, con l’ente che lavora con incoming di buyer americani in Romagna, per favorire il contatto diretto con le aziende, e una collaborazione con la rivista specializzata ‘Wine Enthusiast’.
Tra i vitigni sui quali il Consorzio guarda, giustamente, con maggiore interesse figura l’Albana, primo vino bianco italiano ad aver ottenuto la Docg nel 1987 e che oggi si aggira sul milione di bottiglie. ‘Quando ero giovane, l’Albana di riferimento era quella dolce, mentre l’Albana secco praticamente non esisteva’ ha rievocato Monti, rimarcando che ‘oggi è esattamente il contrario: il riferimento è diventato l’Albana secco mentre il dolce si sta erodendo pian piano, tutti gli anni cala. Il passito si è attestato su una piccola nicchia: è un prodotto eccellente ma non credo che in futuro potrà crescere’. L’Albana è oggi uno dei vitigni bianchi italiani capaci di dare vini di grande qualità, soprattutto nelle aree collinari di Bertinoro (Forlì-Cesena), del Faentino e dell’Imolese, con risultati particolarmente interessanti sui terreni calcarei di origine marina dello Spungone. La sua versatilità permette di ottenere interpretazioni molto diverse senza perdere una riconoscibile identità, dalle versioni fresche e immediate a quelle più strutturate e complesse. La ricchezza della sua struttura, sostenuta da una buona acidità e da una componente tannica insolita per un’uva bianca, la rende inoltre uno dei vitigni italiani più adatti alle lunghe macerazioni sulle bucce.
È anche un’uva dalla notevole capacità di evoluzione, acquistando ulteriore complessità e profondità. ‘In questo momento vendere vino rosso è più difficile di prima, mentre il bianco generalmente corre meglio’ ha ricordato il presidente, sottolineando che ‘noi abbiamo un cavallo che è l’Albana, su cui secondo me dobbiamo puntare, perché è un vitigno che si esprime molto bene nel nostro territorio e si presta a fare degli ottimi prodotti. Però dobbiamo mettere un po’ d’ordine, perché abbiamo Albana secche con espressioni molto diverse e questo forse non dà un indirizzo preciso. Alcuni ritengono che vada bene così: è un tema di discussione con i produttori, perché alla fine sono loro che devono decidere’.
Resta centrale il Romagna Sangiovese Doc, nelle tipologie base, Superiore e Riserva, oltre alle versioni Novello e Appassimento e ai vini con menzione di sottozona. Il Sangiovese romagnolo è generalmente più immediato, più equilibrato, dai tannini più rotondi, caratteristiche che lo rendono più ‘facile’ del cugino toscano. Nel 2024 la sua produzione si è attestata intorno ai nove milioni di bottiglie, sostanzialmente in linea con il 2023, mentre quelli con indicazione geografica più circoscritta sono diminuiti da 563 a 519mila bottiglie.
Il sistema delle sottozone, avviato nel 2011 e successivamente ampliato, comprende oggi sedici menzioni geografiche distribuite tra Imolese, Faentino, Forlivese, Cesenate e Riminese. La suddivisione riflette le differenze tra i territori, dalle formazioni argillose, calcaree e arenacee delle aree occidentali alle zone maggiormente influenzate dall’Adriatico, passando per le colline del Forlivese caratterizzate anche dalla formazione marnoso-arenacea. A sostegno di questo lavoro di valorizzazione, il Consorzio ha presentato all’ultimo Vinitaly una nuova mappa delle sottozone del Romagna Sangiovese realizzata da Alessandro Masnaghetti, che approfondisce la distribuzione geografica dei vigneti, le caratteristiche dei suoli e le esposizioni. ‘Siamo partiti nel 2011, siamo arrivati al decreto nello stesso anno, ma poi per iniziare a far funzionare davvero le sottozone ci abbiamo messo una vita’ ha ricostruito Monti, chiarendo che però ‘adesso cominciamo a vedere un certo movimento, anche se non possiamo ancora fare un bilancio’.
‘Dal 2016 a oggi ci sono state varie evoluzioni dei Disciplinari. Una delle più importanti è stata l’introduzione dell’Appassimento sul Sangiovese, non per fare un prodotto da dessert, ma per ottenere un vino secco o quasi secco, con pochi zuccheri residui’ ha ricordato il presidente, spiegando che ‘le sperimentazioni erano iniziate più o meno nel 2013, nello stabilimento della Cantina Forlì-Predappio, dove avevamo un fruttaio sperimentale. In seguito sono stati fatti investimenti importanti nelle attrezzature per l’appassimento e siamo riusciti a creare un certo mercato per queste produzioni’. Sul fronte degli spumanti, il marchio collettivo ‘Novebolle’ identifica le tipologie Romagna Doc Spumante Bianco e Rosato, riconosciute nell’agosto 2019 sia come Metodo Charmat che come Metodo Classico. La prima ha come base prevalente il Trebbiano Romagnolo, il Rosato il Sangiovese. ‘Con ‘Novebolle’ abbiamo voluto rispolverare la tradizione spumantistica romagnola di fine Ottocento e inizio Novecento’ ha raccontato ad askanews Monti, precisando che ‘la base prevalente è il Trebbiano di cui abbiamo grandi quantità, e il Sangiovese per il Rosato. Forse avremmo potuto pensarci prima, perché siamo partiti da poco, in un momento in cui il Prosecco sta andando fortissimo e attorno al suo successo si sono sviluppati tanti altri spumanti, anche buoni, molto competitivi nei prezzi. Per noi è una partenza in salita’.
Il panorama delle altre Denominazioni romagnole presenta dimensioni e andamenti differenti. Nel 2024 il Trebbiano Doc ha raggiunto 1,2 milioni di bottiglie, mentre Pagadebit Doc (203mila) e Cagnina Doc (375mila) hanno registrato una flessione. In crescita di oltre il 21% la Rimini Doc (477mila bottiglie), mentre restano più contenuti i volumi delle Doc Colli d’Imola (235mila), Colli di Faenza (25mila) e Colli Romagna Centrale (23mila). ‘La Rimini Doc è una Denominazione che secondo me ha un futuro interessante’ ha affermato Monti, sottolineando che ‘Rimini la conoscono tutti, anche all’estero: sicuramente ha una notorietà maggiore di Romagna’.
Alle prospettive commerciali si aggiunge il bilancio ancora provvisorio della vendemmia 2026, per la quale non sono ancora disponibili dati consuntivi complessivi. ‘Credo – mette in luce Monti – che in collina ci sia stato un calo importante, dal 15 al 30%, a seconda delle zone, mentre la pianura mantiene più o meno i suoi livelli, grazie al fatto che è prevalentemente irrigata e vi si coltiva soprattutto Trebbiano, che generalmente non entra nelle Denominazioni, ma va a fare vini generici o basi spumante. È quella parte della Romagna che riesce a fare bilanci decisamente migliori’. Quanto alle caratteristiche della stagione e alle prospettive qualitative, ‘è stata una vendemmia asciutta che preferisco a quelle bagnate’ ha dichiarato il presidente, osservando che ‘credo che i vini vengano bene, anche perché i viticoltori hanno imparato a gestire queste situazioni. Ho visto più vendemmie notturne e raccolte alle prime luci dell’alba, per portare in cantina uve a temperature più basse. Oggi abbiamo le attrezzature necessarie e, partendo da uve sane, si può lavorare bene’.
In merito al cambiamento climatico, Monti ha precisato che ‘abbiamo gli strumenti per adattare il modo di produrre, in vigneto e in cantina: bisogna gestire meglio la chioma, le cimature e il terreno, anche per salvaguardare le riserve idriche. E in cantina i protocolli di vinificazione devono essere adattati alle caratteristiche delle uve: nei rossi bisogna gestire macerazioni e rimontaggi in funzione dell’annata, altrimenti si rischiano vini eccessivamente vegetali o tannici; mentre nei bianchi bisogna fare attenzione alle pressature, soprattutto in un’annata come questa’. (Alessandro Pestalozza)

