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Sbarchi ridotti ma oltre ottocento morti accertati. Il Mediterraneo è ormai un cimitero di migranti

Sbarchi ridotti ma oltre ottocento morti accertati. Il Mediterraneo è ormai un cimitero di migranti

Da gennaio a oggi quasi 9 mila arrivi (19 mila nello stesso periodo del 2025). Ma il numero delle vittime è drammatico

PALERMO – I dati forniti dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) sul numero di vittime delle migrazioni irregolari attraverso il Mediterraneo centrale, confrontato al dato ufficiale del Ministero dell’Interno sul numero di migranti sbarcati sulle coste italiane, merita un approfondimento per una corretta lettura del fenomeno. I lettori siciliani ricorderanno bene che nel 2024 nel Mediterraneo si è registrata una sequenza di record climatici con mesi più caldi di sempre che si rincorrevano. Record che sono andati avanti anche nell’anno successivo, frantumando quelli stabiliti nel precedente. La Sicilia dovette correre ai ripari dichiarando lo stato di emergenza, la siccità distruggeva il comparto agroalimentare e la Regione accelerava sull’installazione di sistemi per la dissalazione cercando di salvare il salvabile. In questo contesto climatico anche il “Mare nostrum” è stato particolarmente quieto perfino nel periodo invernale.

Dati Viminale 2026: meno arrivi ma viaggi della speranza ridotti

I dati del Viminale, aggiornati a lunedì 12 maggio, vedono 8.864 arrivi dal primo gennaio dell’anno in corso. Nel 2025, stesso periodo, erano stati 19.038 e nell’anno precedente 18.248. Cifre pressoché simili nel 2024 e nel 2025, sensibilmente più basso invece il numero di persone migranti sbarcate quest’anno. Le condizioni climatiche del Mediterraneo rendono però straordinari i dati del 2024 e 2025 invece che quelli del 2026, che rientrano nella norma di viaggi della speranza ridotti nel periodo in cui il Mar Mediterraneo non è navigabile con piccoli barchini precari e stracarichi di disperati. Straordinario è, invece, il dato sulle vittime della rotta migratoria, il numero di morti e scomparsi del periodo che va – in questo caso – dal primo gennaio al 10 maggio di quest’anno: 821.

Mediterraneo cimitero di migranti: oltre 800 morti nel 2026

Sono 821 esseri umani, nel più dei casi inghiottiti dal mare, che vanno ad aggiungersi all’ormai inumano cimitero del Mediterraneo centrale. A cambiare la situazione sono stati quindi eventi meteo estremi, fenomeni climatici avversi che non hanno sortito vittime in Sicilia – fortunatamente – ma che hanno fatto strage in mare. Il solo ciclone Harry ha ucciso almeno 375 migranti che i trafficanti, complici della strage, avevano messo in mare mandandoli verso morte certa. Otto barche che non hanno avuto scampo quando il ciclone che ha devastato la costa ionica della Sicilia e della Calabria e le isole minori a Sud, incluse Lampedusa e Linosa.

Record morti migranti e cambiamenti climatici Mediterraneo

Il 2024 era stato l’anno più letale mai registrato, sul piano globale, per numero di migranti morti. Oltre 8.900, delle quali 2.400 nel solo Mediterraneo. Nei primi quattro mesi dell’anno in corso se ne contano già oltre 800. Un terzo rispetto all’anno più disastroso. Sul fronte del traffico di migranti però la situazione non è particolarmente diversa, se si considera quale principale motivo ostativo per le partenze le avverse condizioni meteo marine: la flessione è del 38% in meno dalla Libia (costa più lontana da Lampedusa, quindi dall’Italia) e del 17% dalla vicina Tunisia.

Lampedusa senza sbarchi e ruolo delle condizioni meteo

A Lampedusa da qualche giorno non ci sono sbarchi. La mutevolezza delle condizioni meteo nel Mediterraneo, alla luce delle stragi già registrate quest’anno, potrebbe aver temporaneamente frenato i trafficanti oltre che chiaramente aver fermato le partenze autogestite di giovani migranti tunisini. L’attività però è ancora esistente e se ne potrebbe avere contezza già nei prossimi giorni, al diradarsi delle avversità meteorologiche. Dal 9 maggio non si registrano sbarchi e il giorno precedente erano approdate 134 persone. Confrontando i dati di questi ultimi quattro giorni con gli stessi dello scorso anno si nota però una sostanziale differenza. Il 9 maggio 2025 erano infatti sbarcate 200 persone, 106 il giorno successivo, 505 l’11 e 337 il 12.

Trafficanti di migranti e naufragi fantasma

Le condizioni meteo non sono però l’unico fattore che potrebbe determinare questa variazione dei dati su partenze e naufragi, come di seguito ci spiegherà il portavoce dell’Oim. Nel 2024, per esempio, nel solo mese di marzo sono sbarcate quasi settemila persone. Circa cinquemila in più del 2025 e anche dell’anno in corso, che per il mese in oggetto ha registrato 2.150 persone migranti sbarcate in Italia. Tra i molteplici fattori ci sono quelli logistici dei trafficanti di esseri umani – adesso, pare, tornati anche all’impiego dei letali gommoni monotubolari fai-da-te – e gli accordi interni ed esterni al Paese di provenienza dei migranti stessi.

Nel corso di quest’anno si ricordano gli eventi di gennaio, con le otto barche in mare durante la furia del ciclone Harry, e del primo aprile con le 19 persone che sono state trovate morte a bordo di un’imbarcazione al largo di Lampedusa – in quel caso sono state salvate 58 persone tra cui donne e minori, alcune in condizioni critiche – ma a fronte degli eventi rilevati e talvolta testimoniati ce ne sono altri, di cui a volte non si sa nulla e che vengono definiti “naufragi fantasma”.

Di Giacomo (Oim): “I numeri influenzati dal meteo avverso”

PALERMO – “L’arrivo di un minor numero di migranti in senso assoluto è sempre un grande punto interrogativo su come sono le dinamiche dei flussi, a seconda del periodo meteorologico ma anche di quello che succede a terra e di cui non sempre siamo a conoscenza, perché riguarda meccanismi dei trafficanti”. Così, in premessa, ci spiega Flavio Di Giacomo, portavoce per l’Italia dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim). “Possiamo dire però che è certamente un momento parziale – afferma il portavoce – e che la vera analisi si potrà fare a fine anno, sui dodici mesi e non sul singolo trimestre ancora peraltro influenzato dal clima”.

Abbiamo chiesto all’Oim di aiutarci a leggere i dati che la stessa organizzazione ha pubblicato per inquadrare meglio le dinamiche che si stanno registrando sul fronte dei flussi migratori nel Mediterraneo centrale in questo inizio 2026. La riduzione degli arrivi sulle coste italiane è un dato statistico accertato dalle Prefetture e raccolto da Viminale, ma non sempre i numeri raccontano quanto sta accadendo né il perché. “C’è stata una diminuzione degli arrivi, sia dalla Tunisia che dalla Libia, ma è chiaro che la diminuzione degli arrivi dalla Libia già dal 2024 ha avuto un impatto importante”, ci spiega il portavoce sottolineando però che “sulla Tunisia ovviamente è una curva gaussiana, perché ci sono periodi in cui le persone partono di più e periodi in cui partono di meno”.

Nel corso degli anni i dati sugli arrivi e quelli sui naufragi hanno subito delle variazioni significative. Per l’anno in corso, il portavoce dell’Oim chiarisce subito un primo sostanziale aspetto cui porre attenzione: “Chiaramente il maltempo ha influenzato il fatto che siano partite meno persone, perché a parte il ciclone Harry c’è stato comunque un meteo avverso fisso. Non sappiamo se oltre le condizioni meteo c’è stato qualche altro blocco a terra. Quello che posso dire è che se ci sono stati diecimila arrivi in meno e che è una differenza sensibile. Vedremo adesso, con l’arrivo della bella stagione, che cosa accadrà ma dovremmo avere da statistica un aumento delle partenze”.

I numeri, comunque, per Di Giacomo vanno letti su base annua e il solo primo trimestre non offre una lettura chiara di quel che è e di quel che verrà. Sul rapporto tra la flessione degli arrivi e il numero spropositato di naufragi e vittime c’è però una lettura chiara – dall’Oim – e difficilmente confutabile: “Il motivo per cui ci sono stati più morti è dovuto a tre fattori. Il primo è sicuramente il maltempo, e già il ciclone Harry ha portato a 375 morti minimo, perché gli altri non sono stati accertati. Quindi otto barconi partiti da Sfax, in Tunisia, quando c’era il ciclone Harry. Già quello è un evento che ha determinato più incidenti, ed è stato veramente assurdo vedere partire le persone con quel tempo. Ma ci sono stati un altro paio di cicloni e poi comunque maltempo fisso”.

Gli altri due fattori cui fa riferimento il portavoce dell’Organizzazione internazionale sono altrettanto razionali. Il secondo è che “sicuramente ci sono stati dei gruppi di trafficanti che sono stati ancora più criminali del solito. Non che gli altri non siano criminali, ma mandare le persone per mare con onde così alte equivale a mandarle verso morte quasi certa e bisogna essere ancora più criminali per farlo”.

Infine, “il terzo fattore è un discorso che non nasce da oggi e riguarda il contesto in cui c’è maltempo, i trafficanti mandano barconi carichi di persone, e se manca un sistema di pattugliamento in mare adeguato è chiaro che la situazione diventa disperata”.

Parla al QdS Nicolò Ricca, direttore sanitario dell’hotspot di Lampedusa

LAMPEDUSA (AG) – Nicolò Ricca è il direttore sanitario dell’hotspot di Lampedusa, per la Croce Rossa Italiana, già da marzo del 2024. Dal tristemente noto molo Favarolo, che prenderà il nome di Papa Francesco, all’infermeria del centro di prima accoglienza dell’isola pelagica, Ricca presta la prima assistenza sanitaria ai migranti e opera coordinandosi con l’Asp di Palermo, quindi il poliambulatorio di Lampedusa e il 118 con servizio elitrasportato, per i casi più critici. Un testimone sulla prima linea del fronte umanitario. “Purtroppo quest’anno si è registrato un numero straordinariamente alto di eventi traumatici in mare, di naufragi”, ci spiega Ricca.

“Quello del primo aprile – racconta il direttore sanitario riferendosi al soccorso di un’imbarcazione con 19 persone morte a bordo – è stato sicuramente l’evento che ha impattato di più, perché i sopravvissuti sono arrivati in condizioni abbastanza compromesse. Diverse persone sono state ospedalizzate, ma al di là della parte di natura medica che riusciamo a far rientrare in maniera abbastanza rapida, tranne che per i casi eccezionali che richiedono un trasferimento in ospedale con l’elicottero, il grosso dell’impegno è sul piano della gestione sia psicologica che, per esteso, psicosociale. Quindi tutta la parte che attiene alla presa in carico della persona e il cercare di fare le prime ricostruzioni, cercare di accompagnarla all’eventuale riconoscimento delle salme e seguirla nelle varie procedure. Una fase che impegna non solo l’equipe sanitaria ma anche tutto il resto degli operatori della Croce Rossa”.

“Sicuramente non è una cosa semplice – prosegue il medico – e purtroppo, o per fortuna, abbiamo sviluppato una certa expertise perché, inutile dirlo, di questi eventi ne capitano con una certa regolarità da sempre e quindi le squadre sono formate anche per gestire anche questo tipo di casistica”.

L’hotspot di Lampedusa, così ormai comunemente definito dal tempo in cui avrebbe dovuto svolgere funzione europea di hub per il ricollocamento nell’Unione dei richiedenti asilo, oggi dovrebbe essere il “punto di crisi” del ministero dell’Interno. Una definizione più confacente alla reale attività che viene svolta al suo interno. “Abbiamo delle psicologhe che garantiscono la copertura tutto il giorno”, spiega il dottor Ricca descrivendo così, implicitamente, il contesto umano e le esigenze cui Croce Rossa fa fronte.

Inevitabile cercare di inquadrare sotto un profilo squisitamente umano il quadro psichico di quelli che sommariamente vengono citati come numeri per statistiche sugli sbarchi. “Sono cose che riguardano molto la soggettività e le capacità di resilienza che ha la singola persona – spiega ancora Nicolò Ricca – ma è chiaro che a seguito di singoli eventi di questo tipo tutte le persone devono essere attenzionate da un punto di vista psicologico facendo un primo ‘aggancio’ direttamente a Lampedusa e chiedere una continuazione di supporto una volta trasferiti dall’isola”.

C’è poi un aspetto che difficilmente sfugge a un medico che visita a Lampedusa persone appena approdate dopo quello che un tempo veniva definito “viaggio della speranza”. Capita infatti, regolarmente e non ciclicamente, che i migranti mostrino segni di tortura, ferite di arma da fuoco e altri traumi impressi a vita sulla pelle. In tal senso, pesano le parole del dottor Ricca: “Parliamo di atti che nella considerazione della gente normale sono limitati al medioevo, invece accade tutt’oggi a 150 miglia da Lampedusa”.