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Schifani e la deriva social della politica: “Preoccupa la violenza del linguaggio”

Schifani e la deriva social della politica: “Preoccupa la violenza del linguaggio”
Renato Schifani (foto Imagoeconomica)

Il presidente della Regione interviene sulla qualità dell’attuale confronto pubblico: “Comunicare rischia di diventare più importante della capacità di amministrare. Si torni a selezionare la classe dirigente in base a competenze e risultati”

PALERMO – Rispetto alla tornata elettorale del 2022, il prossimo anno si andrà al voto, per le Politiche ma anche per le Regionali in Sicilia, con una novità che sta già causando un’ulteriore esacerbazione della comunicazione politica: l’Intelligenza artificiale. I social sono ormai pieni di fake, in formato meme ma anche, e peggio, in formato video, di esasperati messaggi politici spesso creati e pubblicati dagli stessi account ufficiali dei vari leader. Come uno tsunami, dal presidente degli Stati Uniti all’emergente leader di Futuro Nazionale in Italia, una comunicazione esasperata, sopra le righe, paradossale ma non per questo meno indicativa delle intenzioni e della “diplomazia” di chi vi fa ricorso.

Una new entry che rischia di intossicare il linguaggio, la dialettica politica che già da qualche legislatura è fortemente influenzata dai social media, da stringhe di striminzito ma impattante testo che veicola su questi canali. Frasi a effetto che trovano purtroppo terreno fertile in chi non distingue un proposito da una falsa promessa oppure una falsa accusa da una notizia fondata e verificata. La dialettica politica, così esasperata, vede inoltre un rapido avvicendamento tra i leader politici con maggiore consenso. Un susseguirsi di fascinazione e abbandono da parte del pubblico che sembra quasi ripetere con la politica il volubile gesto dello scroll sui social ormai improntati a un falso infotainment.

Elezioni 2027, il rischio di una politica dominata dai social

Nel corso del 2027, da Lampedusa a Messina gli elettori verranno chiamati alle urne per le elezioni regionali e da Lampedusa a Bolzano per le Politiche. Già su questa ultima parte dell’anno, le pagine della stampa titolano in merito all’inchiesta militare che coinvolge il partito di Roberto Vannacci, inevitabilmente anche sulle affermazioni politiche che potrebbero essere indice di intenzioni sovversive, e sul rischio di inquinamento del voto a opera di influencer e canali social pilotati dall’estero. Il rischio di essere prossimi al “cettoqualunquismo” è concreto come lo è di ritrovarsi al governo solo committenti di abili social media manager e addetti stampa con grandi doti da spin doctor.

Renato Schifani e il contegno istituzionale nella politica

Il presidente della Regione siciliana Renato Schifani, classe ’50, è stato senatore, poi seconda carica dello Stato quale presidente a Palazzo Madama, infine governatore dell’Isola. Schifani ha attraversato, anche se in solo tre decenni, quelle che si possono definire diverse epoche politiche per via della velocità con cui cambia la dialettica e le competenze degli eletti. Da sempre coerentemente di centrodestra moderato, quasi tutta la carriera in Forza Italia, Schifani sembra oggi uno dei pochissimi politici che mantengono contegno istituzionale in ogni occasione. Senza mai scadere nell’uso di epiteti e affermazioni inadeguate ai ruoli ricoperti.

Nel corso del recente Etna Forum 2026, il presidente della Regione ha fatto un chiaro riferimento allo stato attuale della dialettica politica siciliana, definendola motivo di sconforto. Il nostro giornale ha quindi deciso di aprire una finestra su questo fondamentale aspetto della politica, prima che l’ormai quasi ingranata campagna elettorale raggiunga i livelli pre-voto, quando comunicazione esasperata ed haters non casuali rischieranno di spingere l’opinione pubblica verso una pericolosa recrudescenza. Lo abbiamo fatto partendo dall’affermazione di Renato Schifani cui abbiamo rivolto un paio di domande.

Presidente Schifani, la dialettica sconfortante della politica siciliana che lei riscontra, può essere figlia di quella nazionale, sempre più urlata, legislatura dopo legislatura, ed influenzata – se non ormai letteralmente condizionata – dalla comunicazione sui social media e con la forma stringata che questi impongono?
“Credo sia un fenomeno molto più ampio della Sicilia. In tanti anni di vita istituzionale ho visto cambiare profondamente il modo di fare politica e anche il modo di comunicare. Oggi tutto è più veloce, più immediato, spesso più esasperato. I social hanno certamente contribuito a questo processo: premiano la battuta, la contrapposizione netta, la reazione a caldo. Molto meno la riflessione. Mi preoccupa soprattutto la violenza del linguaggio. È un tema sul quale anche il Capo dello Stato ha più volte richiamato l’attenzione. Il confronto politico può essere anche duro, ma non dovrebbe mai scivolare nell’insulto, nella delegittimazione personale o nella ricerca sistematica del nemico. Ho sempre pensato che la politica debba essere prima di tutto responsabilità. Si può dissentire su tutto, ma mantenendo il rispetto delle persone e delle istituzioni. E soprattutto ricordando che, alla fine, chi governa viene giudicato per quello che fa, per le decisioni che assume e per i risultati che riesce a ottenere, non per il numero di visualizzazioni”.

Se questo è l’andazzo, con la classe dirigente politica sempre più selezionata sui social in base all’efficacia della comunicazione, cosa si aspetta dal futuro della politica – siciliana e non solo – e come eventualmente si dovrebbe intervenire nel e per il dibattito pubblico per porvi rimedio prima che sia troppo tardi?
“I social fanno ormai parte della nostra vita e della politica. Sarebbe inutile e anche sbagliato demonizzarli. Hanno avvicinato i cittadini alle istituzioni e consentono un confronto diretto che in passato non esisteva. Il problema nasce quando la capacità di comunicare rischia di diventare più importante della capacità di amministrare. Governare è un’altra cosa. Significa conoscere i problemi, studiare le soluzioni, mediare quando serve e decidere quando è necessario. Significa anche assumersi responsabilità che spesso non portano un consenso immediato. Per questo credo che la politica debba tornare a selezionare la propria classe dirigente sulla competenza, sull’esperienza, sulla serietà e sulla capacità di produrre risultati. Poi, naturalmente, bisogna anche saperli comunicare. Sono però fiducioso. Alla lunga i cittadini sanno distinguere tra una presenza efficace sui social e la capacità reale di governare. La politica deve aiutare questo processo, alzando il livello del confronto e rinunciando alla tentazione dello scontro permanente. Altrimenti rischiamo di avere un dibattito pubblico sempre più rumoroso e, paradossalmente, sempre più povero di contenuti”.