“Chiariamo un punto fondamentale. Il ciclone che si è abbattuto soprattutto sulla Sicilia orientale non è della categoria di uragani sub tropicali. Si è trattato di un ciclone extra tropicale che è entrato nel Mediterraneo dall’Atlantico. L’anomalia, se così possiamo dire, è che il fronte perturbato ha stazionato sopra il deserto algerino e quando si è mosso verso il Mediterraneo era praticamente secco e questo ha provocato che il fronte si ricaricasse abbondantemente di aria calda e umida che proveniva da un Mediterraneo ancora caldo in inverno per le forti temperature estive”. A dirlo è il professore Gianfranco Scicchitano, siracusano di nascita, ma con studi effettuati a Catania, oggi docente associato all’Università di Bari in Geomorfologia e Geomorfologia applicata. Scicchitano, inoltre, è uno studioso di climatologia e si occupa degli effetti di tutti i tipi di eventi estremi sulle aree costiere. Ha inoltre operativo un progetto di interesse nazionale sui “Medicane”, i cicloni mediterranei.
“La prima cosa che bisogna chiarire – esordisce – è che il fenomeno che si è abbattuto lungo tutta la costa orientale della Sicilia non era un uragano. Gli uragani hanno un nucleo caldo, mentre la bassa pressione che ha colpito la Sicilia è da annoverare tra i cicloni extra tropicali a nucleo freddo. Sostanzialmente si tratta di cicloni che vengono dall’Atlantico e hanno dimensioni molto più grandi dei cicloni simil tropicali e mediamente portano il 70-80 per cento delle piogge nelle medie latitudini”.
Quindi il ciclone si è formato sull’Atlantico, non nel Mediterraneo… Ma qual è stata l’anomalia che lo ha fatto diventare catastrofico?
“Quando poi si è spostato sul Mediterraneo ha prelevato l’aria umida che ha trasformato in pioggia e venti molto forti. Il nodo principale è che, a causa di un fronte di alta pressione ad oriente, è rimasto bloccato nella zona tra il Canale di Sardegna, Canale di Sicilia e Ionio. E ha scatenato per 48 ore la sua furia. Ora per intenderci se fosse stato un uragano Mediterraneo si sarebbe mosso molto velocemente. In questo caso invece è rimasto a stazionare per molto tempo nella stessa zona”.
Siamo davanti a un evento estremo?
“Abbiamo avuto un evento simile nel 1996, ma non ha prodotto gli stessi danni. Quello che sicuramente è differente rispetto alla bassa pressione del 1996 è che Harry è durato di più e a provocare onde alte non è solo il vento che soffia ad alta velocità, ma anche per quanto tempo soffia e su che superficie di mare. è plausibile che se fosse durato 24 ore avrebbe fatto gli stessi danni che hanno provocato in passato i cicloni mediterranei e quindi meno gravi del disastro di oggi”.
Il professore Christian Mudler, docente all’Ateneo di Catania in Ecologia ed esperto di meteorologia ha dichiarato che purtroppo bisognerà abituarsi a queste situazioni estreme perché il Mediterraneo è un “mare che bolle”…
“Sul discorso dei cambianti climatici e i cambiamenti estremi ancora ci sono molti dibattiti. Ci sono modelli che sostengono che certi eventi diventeranno meno frequenti, ma più intensi specie per i Medicane, altri modelli che ci dicono che questi eventi potrebbero diventare più frequenti, ma meno intensi. Qual è il nocciolo del discorso? Che tutti questi fenomeni sono legati alla differenza di temperatura tra l’aria fredda e il mare molto caldo. E più caldo diventerà il mare più energia avranno questi fenomeni. Ora siccome il mare è sempre più caldo dovremmo dedurre che avremo fenomeni sempre più intensi… Ma scientificamente non è possibile fare delle previsioni sulla frequenza e sull’intensità. Noi non siamo ancora sicuri su come sta procedendo il cambiamento climatico. Addirittura rispetto ai modelli di cinque, sei anni fa, il cambiamento è andato più avanti di quanto avessimo preventivato. Trent’anni fa avevamo fatto previsioni di un aumento della temperatura di 1,5 gradi nei prossimi cento anni, ma questo grado e mezzo lo abbiamo già superato”.
Il ciclone ha comunque provocato danni mai visti a memoria d’uomo… Come si spiega?
“Posso confermare da geomorfologo che il danno che ha provocato Harry è il più intenso di tutti gli eventi che abbiamo monitorato negli ultimi 25 anni”.
Forse l’erosione ha acuito e amplificato i danni?
“No. Credo che tutto sia collegato alla durata dell’evento. Ma stiamo ancora raccogliendo i dati per capire cosa è realmente accaduto. Sono comunque stato nei miei siti di monitoraggio e devo dire che ci siamo trovati davanti a risultati impressionanti. Abbiamo rilevato che dei blocchi di decine di tonnellate nella penisola della Maddalena, mai spostati di un millimetro da eventi climatici precedenti, sono stati disintegrati da questa tempesta. Abbiamo dati sull’uragano Zorfas del 2018, l’uragano Apollo del 2021 e il ciclone Ventrese del 2014 e nessuno aveva mai fatto registrare situazioni simili. E stiamo parlando degli eventi più estremi che si sono abbattuti sul Mediterraneo negli ultimi decenni. Questi fenomeni non hanno provocato minimamente i danni di Harry”.
C’è chi ha ipotizzato che una tempesta Harry si verifica ogni cento anni…
“Non possiamo dire da studiosi che sarà così. Ad ora il dato è che negli ultimi 25-30 tempeste così non ne abbiamo avute. L’unica che si avvicina a una tale energia sprigionata è quella del 1996, perché già allora avevamo le boe di rilevamento che hanno misurato le onde. E si trattava di onde simili, con altezza d’onda spettrale, non altezza massima, che ha raggiunto anche i nove metri. Ma i danni non vengono provocati da una singola onda, ma da un treno di onde. E una delle particolarità di Harry è stata l’innalzamento del mare all’incirca di un metro durante la tempesta. Quindi l’onda si è abbattuta sulla terraferma ancora con più potenza”.
Senta il professore Giovanni Randazzo ha detto che ora bisogna ripensare come ricostruire soprattutto in quelle aree storiche, realizzate precedentemente alla legge urbanistica del 1969, ma evitando gli errori del passato. E se si è costruito sulle dune bisognerebbe capire come poter ripristinare il tratto sabbioso.. magari abbassando a livello del mare i lungomare che vanno evacuati in occasione di cicloni… e procedendo anche attraverso ripascimenti periodici..
“I ripascimenti possono non essere utili. Dopo un evento andare a deporre materiale prelevato dal mare o altri siti non è così scontato e potrebbe essere una spesa inutile perché quella sabbia aggiunta andrà presto a riposizionarsi nel suo equilibrio naturale. Concordo invece pienamente col prof. Randazzo sulla possibilità di ripensare i lungomare abbassandoli a livello delle spiagge, ma soprattutto dobbiamo ripensare a come ricostruire perché tutte le immagini che abbiamo visto, col mare che entrava attraverso le strade, sono normali perché abbiamo tutte le aree impermeabilizzate. E allora bisogna ripensare a sistemi in cui vengano ripristinate aree di dune che devono essere totalmente rispettate perché sono un’arma contro questo tipo di fenomeni tenendo bene a mente che è stato il consumo di suolo a portare a questo disastro.. Un fenomeno simile 80 anni fa non avrebbe avuto gli stessi impatti sulle aree costiere. Senza dimenticare che uno dei problemi veri è l’erosione e quando i sistemi costieri non vengono più alimentati dai sedimenti, perché nei fiumi ci sono le briglie o le dighe, con i prelievi di materiale o di acqua, l’erosione delle coste diventa più evidente e irreversibile”.
Alla foce del fiume Simeto il prof. Carmelo Monaco, docente di Geologia all’Università di Catania ha detto che nel corso degli ultimi 20 anni sono spariti 200 metri di sabbia…
“è così. Se a mare arriva ormai poco materiale l’erosione della costa nasce da queste problematiche. Ci sono dei bellissimi studi dell’Università etnea che fanno rilevare come l’arretramento costiero della Piana di Catania comincia quando dagli anni Settanta nel fiume Simeto hanno cominciato a costruire delle dighe che trattengono i sedimenti. Più si sono costruite dighe per centrali idroelettriche, prelievo di materiali, di acqua a fini dell’agricoltura, e più la foce è cambiata…”.

