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Se Cina vincesse corsa all’Ia? Rapporto Usa: opzioni anche militari

Se Cina vincesse corsa all’Ia? Rapporto Usa: opzioni anche militari

Non esclude che a Washington si possa pensare ad attacchi

Roma, 4 set. (askanews) – Cosa accadrebbe se nella corsa all’intelligenza artificiale generale una delle due maggiori potenze, Stati uniti o Cina, riuscisse a distanziare nettamente l’altra? E soprattutto, quali strumenti avrebbe a disposizione il paese rimasto indietro e fino a quale punto sarebbe ragionevole utilizzarli? E’ attorno a queste domande che ruota “Superpowers and AGI”, un rapporto del Center for a New American Security (CNAS) firmato da Jacob Stokes, vicedirettore dell’Indo-Pacific Security Program del think tank di Washington.

Stokes ha lavorato in passato alla Casa Bianca nello staff per la sicurezza nazionale dell’allora vicepresidente Joe Biden e al Congresso statunitense, occupandosi in particolare di Cina, sicurezza dell’Asia orientale e competizione tra grandi potenze.

Il rapporto prende in esame soprattutto l’eventualità che sia la Cina a raggiungere per prima l’intelligenza artificiale generale, formulazione con la quale si intende, in genere, un sistema di Ia capace di raggiungere prestazioni di livello umano in un’ampia varietà di compiti, non limitandosi a funzioni specifiche. Stokes si allinea, peraltro, alla distinzione che viene fatta di consueto tra l’AGI e la “superintelligenza”, la quale implicherebbe invece capacità largamente superiori a quelle umane praticamente in ogni settore.

Il rapporto assume per ipotesi che l’AGI possa emergere e prova a studiarne le possibili conseguenze su un piano geopolitico. Una delle sue tesi centrali è che possedere per primi l’AGI non significherebbe automaticamente ottenere la supremazia internazionale. La nuova capacità tecnologica dovrebbe essere travasata in effetti pratici: crescita economica, influenza politica e vantaggi militari.

L’analista individua cinque canali attraverso i quali l’AGI potrebbe modificare i rapporti di forza: accelerazione della crescita e della capacità produttiva, maggiore influenza sull’ambiente informativo globale, nuove capacità militari, rischi di perdita di controllo dei sistemi e conseguenze politiche più ampie.

Sul versante cinese, il rapporto invita a non descrivere Pechino come già impegnata in una corsa centralizzata e dichiarata verso l’AGI. Secondo Stokes, la Cina non persegue attualmente l’intelligenza artificiale generale come un obiettivo nazionale formalmente definito, anche se il tema sta assumendo maggiore importanza nella politica tecnologica del paese. Invece, alcune aziende e istituzioni cinesi indicano già l’AGI come prospettiva di lungo periodo, mentre il quindicesimo Piano quinquennale parla di “esplorare percorsi verso lo sviluppo dell’AGI”. Pechino sembra orientata inoltre seguire strade tecnologiche almeno in parte differenti da quelle privilegiate dalle principali società statunitensi.

Il rapporto richiama in particolare gli investimenti nella robotica e nella cosiddetta “embodied AI”, l’intelligenza artificiale incorporata in sistemi capaci di interagire con il mondo fisico. Secondo alcuni ricercatori, questi sviluppi potrebbero contribuire alla costruzione di “world models”, offrendo un possibile percorso alternativo verso sistemi di intelligenza più generale.

Questa differenza di percorsi, tuttavia, pone l’interrogativo del monitoraggio da parte dell’intelligence americana. Come potrebbe reagire Washington se il suo sistema di spionaggio ritenesse che Pechino stia per arrivare prima all’AGI? Stokes rileva che il monitoraggio dell’intelligenza artificiale è per molti aspetti più complesso di quello dei programmi nucleari. Molti degli elementi necessari – chip, data center, energia, software e personale altamente qualificato – sono infatti di ambito civile o duale e non costituiscono automaticamente prova dell’esistenza di un programma segreto.

Stokes esamina una gamma di strumenti progressivamente più rischiosi: iniziative diplomatiche, accelerazione dei programmi statunitensi, attività di intelligence, acquisizione delle conoscenze tecnologiche del rivale, operazioni informatiche e, nello scenario più estremo, attacchi militari contro le infrastrutture necessarie al funzionamento dell’AGI.

Quest’ultima possibilità ha attirato l’attenzione dell’opinione pubblica dopo la pubblicazione del rapporto. In particolare, il South China Morning Post ha pubblicato oggi un articolo, nel quale già dal titolo si capisce l’enfasi sull’azione bellica: “Gli Usa invitati a considerare attacchi militari per impedire alla Cina di ottenere l’AGI in anticipo”. Stokes è dovuto successivamente intervenire su X per precisare che l’analisi della possibilità che ci sia un attacco militare non equivale a raccomandarlo. Nel rapporto l’opzione cinetica viene descritta come quella con il maggiore rischio di escalation e si sottolinea che un bombardamento sul territorio cinese supererebbe una soglia estremamente rilevante nelle relazioni tra le due potenze, peraltro dotate di armi nuclari. Peraltro si tratterebbe di azioni di dubbia efficacia: un sistema di AGI potrebbe infatti dipendere da infrastrutture diffuse, essere replicabile o trasferibile, rendendo difficile stabilire quali obiettivi colpire e se un attacco potrebbe realmente fermarne lo sviluppo.

Per questo una delle principali raccomandazioni rivolte a Washington è quella di rafforzare la capacità di seguire gli input tecnologici e le prestazioni dei sistemi di frontiera e svolgere in anticipo esercitazioni di scenario sulle possibili crisi. L’obiettivo sarebbe consentire ai decisori di valutare realisticamente gli strumenti disponibili e i relativi rischi prima che si presenti una situazione di emergenza.

Tra le possibilità contemplate figura anche quella che gli Stati uniti tentino di acquisire la tecnologia cinese qualora Pechino arrivasse per prima all’AGI. Il rapporto invita esplicitamente Washington di prepararsi al “reverse engineering” o all’acquisizione clandestina delle conoscenze necessarie per ridurre un eventuale divario.

E’ un’opzione sulla quale Stokes si mostra più esplicito rispetto all’ipotesi militare. Secondo il rapporto, gli apparati di intelligence statunitensi non sono più organizzati da decenni per acquisire sistematicamente segreti tecnologici di questo tipo e potrebbero dover sviluppare nuove capacità qualora l’AGI diventasse una tecnologia decisiva per l’equilibrio strategico.

Stokes insiste tuttavia sul fatto che gli scenari più estremi devono servire soprattutto a chiarire costi e conseguenze delle diverse opzioni.

Il rapporto dedica spazio anche agli interessi convergenti delle due potenze. Un sistema di AGI fuori controllo, o capace di compiere azioni non volute dai suoi sviluppatori, potrebbe produrre conseguenze negative sia per gli Stati uniti sia per la Cina. Washington e Pechino avrebbero quindi, almeno su un piano teorico, un interesse comune a mantenere i sistemi sotto controllo e a costruire forme di comunicazione capaci di ridurre il rischio di incidenti ed escalation.