La comunità rallystica siciliana e non solo è caduta nello sconforto. La morte del cronometrista palermitano Massimiliano Spatafora avvenuta ieri a Villa Sofia dopo alcuni giorni d’agonia in seguito a un incidente durante un rally a Racalmuto, ha spinto amici e appassionati a ricordarlo sul web.
In molti, in queste ore, lo ricordano con affetto e si uniscono al dolore di parenti e amici che lo hanno conosciuto.
L’incidente
L’uomo, 54 anni, lo scorso 3 maggio era impegnato nelle operazioni di rilevamento tempi sul tracciato dell’autodromo quando, all’improvviso, è stato travolto da una vettura in gara. L’impatto è stato violento e lo ha sbalzato in avanti per diversi metri.
Il ricordo sui social
Un amico Nunzio Lo Piccolo, su Facebook, scrive così: “Il mio dolore è grande per la tua scomparsa. Massimiliano Spatafora questo tragico incidente nella pista di Racalmuto mentre eri a lavorare da cronometrista ti ha strappato la vita non si può morire così eri un amico, un fratello un collega un grande uomo pieno di valori per la famiglia per i tuoi figli eri un pilastro, il mio cordoglio e dolore sono immensi nulla sarà come prima ci mancherai il vuoto che lasci è incolmabile. Le mie condoglianze alla famiglia”.
E ancora: “Tutto lo staff di Trinakriarally e motorsport. Si unisce al dolore Per la scomparsa di Massimiliano Spatafora, il cronometrista deceduto a seguito di un incidente nella pista di Racalmuto”.
La poesia e la riflessione
C’è anche chi come Yuleisy Cruz Lezcano, poetessa e scrittrice cilena, ha dedicato alcuni versi all’accaduto nonché una riflessione.
“Cronometro d’un addio
Per raccontare il dolore d’un etereo attimo
si potrebbe ascoltare il cigolio d’un nastro
che trattiene la vita nello spazio
Occupato dal guscio
del corpo che ricorre addii.
Massimiliano Spatafora
era un uomo di secondi e di silenzi,
uno di quelli che lavorano sul bordo del fragore
senza chiedere al mondo altra gloria che il ritorno.
Ma nell’inciampo dell’imprudenza
che sparge aquiloni sui resti,
tra falde insanguinate e inferni
che singhiozzano e sviliscono il nulla,
la marcia va in malora,
abbandonata come un oceano colpito.
E su di lui la vita franata
chiude l’erbetta sfiorita.
Il cielo chiuso assorbe dal fiasco
il vento freddo che attacca
gli stridii precipitati sopra la strada
di bocche ammutolite e mani disfatte.
Non c’è soltanto un uomo che muore,
ma tutte le morti del lavoro
che scendono lente nelle case,
come fuliggine dentro i polmoni dei famigliari.
I figli restano davanti alle stanze vuote,
gli amici raccolgono voci spezzate,
i colleghi abbassano gli occhi
davanti all’odore acre della responsabilità.
E arrivano funebri gli uccelli di noi tutti,
noi che parliamo dei santi di quaggiù,
di chi soffre la disfatta senza più riscatto,
ghiacciato dai sudori vegetali della paura.
Si vede nel fossato, nitida e feroce,
la perdita assoluta del valore umano:
un cronometro continua a battere nel sangue,
scandisce l’ultimo respiro sulla pista”.
Poi la riflessione: “La morte di Massimiliano Spatafora non è soltanto una tragedia personale, ma una ferita collettiva
che attraversa il dolore della sua famiglia, degli amici, dei colleghi e di tutte quelle persone che ogni giorno lavorano affidando la propria vita al dovere e alla speranza di tornare a casa. Questi versi vogliono custodire la sua memoria e trasformare il silenzio in coscienza, perché dietro ogni morte sul lavoro restano stanze vuote, abbracci interrotti, parole mai dette, e una responsabilità che non può essere dimenticata”.
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