La Sicilia del lavoro sommerso, il “nero” vale quasi cinque miliardi - QdS

La Sicilia del lavoro sommerso, il “nero” vale quasi cinque miliardi

Michele Giuliano

La Sicilia del lavoro sommerso, il “nero” vale quasi cinque miliardi

venerdì 07 Gennaio 2022 - 02:45

Cgia Mestre, tasso di irregolarità addirittura al 18,7%, il terzo più alto tra le regioni italiane. Nell’Isola il fenomeno pesa di più e “ruba” una fetta di quasi l’8% dell’economia totale

PALERMO – Peggio della Sicilia, solo la Calabria e la Campania. L’irregolarità nel mondo del lavoro rimane un fattore estremamente patologico nel quadro dell’economia isolana, e i dati dell’Istat, elaborati dell’Ufficio Studi della Cgia di Mestre, lo dimostrano. Sono quasi 283.000 i lavoratori “in nero” in Sicilia, con un tasso di irregolarità del 18,7%. Numeri che si trasformano in cifre a molti zeri se li si traduce in moneta sonante: il lavoro irregolare in Sicilia produce 6,235 miliardi di euro, che incide, in termini percentuali, sul valore totale del lavoro nella regione, per ben il 7,8%. In totale, il lavoro nero presente in Italia “produce” ben 77,7 miliardi di euro di valore aggiunto. Una piaga sociale ed economica, sottolinea la Cgia che, a livello territoriale, presenta differenze molto marcate, con una distribuzione per nulla omogenea lungo l’intero stivale. La situazione più critica si registra nel Mezzogiorno, in cui il fenomeno presenta radici molto più profonde e difficili da sradicare. In Calabria, ad esempio, a fronte di “soli” 135.900 lavoratori irregolari, il tasso di irregolarità è del 22% e l’incidenza dell’economia prodotta dal sommerso sul totale regionale ammonta al 9,8 per cento. Altrettanto critica è la situazione in Campania, dove gli oltre 361 mila occupati non regolari provocano un tasso di irregolarità del 19,3% e un Pil da “nero” sul totale regionale dell’8,5%.

Una condizione che si avvicina molto a quella della Sicilia, che vive la stessa difficoltà anche culturale a superare il fenomeno. Diversa la condizione di molte regioni soprattutto del nord. La Lombardia, ad esempio, sebbene conti oltre 504 mila lavoratori occupati irregolarmente, è il territorio meno interessato da questo triste fenomeno, da considerare in questo caso come sporadico ed occasionale: il tasso di irregolarità è pari al 10,4%, mentre l’incidenza del valore aggiunto prodotto dal lavoro irregolare sul totale regionale è pari al 3,6 per cento; il tasso più basso presente nel Paese. Subito dopo viene il Veneto (con un’incidenza del 3,7%), la provincia autonoma di Bolzano (3,8) e il Friuli Venezia Giulia (3,9). A livello nazionale, all’inizio del 2019 l’Istat stimava in poco più di 3,2 milioni di persone che quotidianamente per qualche ora o per l’intera giornata si recavano nei campi, nelle aziende, nei cantieri edili o nelle abitazioni degli italiani per esercitare un’attività lavorativa irregolare.

“Siamo propensi a ritenere che a seguito della crisi pandemica – scrivono dalla Cgia -, che ha provocato un aumento della disoccupazione, dei lavoratori in Cig e un impoverimento generale delle fasce sociali più deboli, il numero dei lavoratori irregolari presenti nel Paese sia aumentato in misura importante”. Delle persone coinvolte, sono circa 200 mila quelle vulnerabili che si ritrovano ad essere preda del caporalato, soprattutto in agricoltura. Un fenomeno che va assolutamente osteggiato e combattuto, ma non va dimenticato che la grande maggioranza degli irregolari si muove in autonomia: persone molto “intraprendenti”, che ogni giorno si recano nelle abitazioni degli italiani a fare piccoli lavori di riparazione, di manutenzione (verde, elettrica, idraulica, fabbrile, edile, etc…) o nel prestare servizi alla persona (autisti, badanti, acconciatori, estetiste, massaggiatori, etc…).

È quindi importante spingere in termini di “educazione” e cambiamento culturale nelle nuove generazioni, che non pensino che fare i “furbetti” sia ininfluente, ma comprendano che si tratta di concorrenza sleale: a rimetterci non sono solo le casse dell’erario e dell’Inps, ma anche le tantissime attività produttive e dei servizi, le imprese artigianali e quelle commerciali regolarmente iscritte presso le camere di commercio che, spesso, subiscono la concorrenza sleale di questi soggetti. I lavoratori in nero, infatti, non essendo sottoposti ai contributi previdenziali, a quelli assicurativi e a quelli fiscali consentono alle imprese dove prestano servizio – o a loro stessi se operano sul mercato come falsi lavoratori autonomi – di beneficiare di un costo del lavoro molto inferiore e, conseguentemente, di praticare un prezzo finale del prodotto/servizio molto contenuto.

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