Viaggio tra i siti archeologici che spesso vengono dimenticati ma rappresentano un patrimonio dal valore (anche economico) inestimabile.
Taormina. Mistretta. Novara di Sicilia. Giardini Naxos. Le Isole Eolie. E, naturalmente, anche Messina. Sono diversi i siti archeologici scoperti nella provincia peloritana nel corso dell’ultimo anno e che accrescono il patrimonio culturale di quest’area della Sicilia, nella quale si mescolano la storia dell’antica Grecia e quella romana.
La provincia di Messina si rivela come un contenitore prezioso di reperti che raccontano la vita e le civiltà del passato. Un patrimonio che nell’ultimo anno ha beneficiato di nuovi ritrovamenti risalenti all’età ellenistica e anche a quella imperiale, e che nonostante la presenza di Parchi archeologici come quelli di Tindari, Naxos e Taormina e delle Eolie, resta ancora non del tutto valorizzato.
L’ultimo report disponibile rispetto alla fruizione dei luoghi della cultura pubblicato dall’Assessorato ai Beni culturali e all’Identità siciliana della Regione, fa riferimento all’anno 2021, con statistiche evidentemente influenzate anche dalla pandemia.
I siti archeologici e le bellezze della provincia peloritana
Come si evince dal documento, proprio la provincia peloritana (395.315 visitatori) – complice l’enorme apporto di Taormina – è la seconda più visitata dell’Isola dietro solo a quella di Agrigento (479.353 visitatori), a sua volta spinta dal flusso della Valle dei Templi. Soltanto terza la provincia di Siracusa (332.715 visitatori). Più attardate le altre sei province.
Ritrovamenti di rilievo
Dalla Soprintendenza ai Beni culturali di Messina ci si è mossi attraverso un approccio innovativo volto alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio archeologico. In molti casi, i reperti rinvenuti durante i lavori di scavo sono stati documentati e protetti sotto nuove costruzioni, un metodo che consente di conciliare tutela e sviluppo urbano.
Un esempio è quello riguardante Taormina, con i ritrovamenti presenti all’interno dell’area di Villa San Pancrazio, dove sono stati rinvenuti una fornace e dei resti murari risalenti all’età ellenistica e a quella imperiale. Nell’ottica di una loro corretta conservazione, è stata progettata una piscina in posizione sopraelevata che ne consentirà una libera fruizione preservando il sito.
Oltre 220mila sono stati i visitatori attratti dalle bellezze della perla dello Ionio e del Parco archeologico di Giardini nel report sugli ingressi del dipartimento competente. L’apporto più imponente a livello economico per la Regione – seconda solo alla Valle dei Templi – e per conseguente flusso turistico presente nel territorio.
Sito che vai, metodologia applicativa che trovi. Approccio sempre conservativo ma modus operandi differente quello messo in campo a Castel di Tusa. Nel Comune tirrenico le strutture murarie scoperte sono state recuperate e trasferite nel cortile della locale stazione ferroviaria e hanno permesso di ricostruire in maniera più dettagliata lo sviluppo topografico della zona extraurbana di Halaesa.
I tesori della città
Per quanto la città dello Stretto stia anche rafforzando le collaborazioni con il Comune per valorizzare siti come Largo Avignone, Largo San Giacomo, la Tomba a camera e l’area archeologica e dell’Antiquarium del Municipio, i numeri restano impietosi. Basti pensare che, nonostante l’aumento dei flussi turistici presenti, complice anche il boom del porto di Messina in ambito croceristico, i visitatori registrati al Museo regionale cittadino presentano una media costante di circa 30mila presenze. Tradotto: nonostante le potenzialità, l’area del viale della Libertà resta tutt’altro che la meta preferita per chi intende viaggiare nel tempo attraverso la storia.
Spostandosi più verso il centro, in via Cesare Battisti, sono stati condotti scavi nel 2020 e nel 2021 durante la costruzione di un nuovo edificio. Qui, è venuto alla luce un settore della necropoli meridionale ellenistico-romana, nota come “Gli Orti della Maddalena”. Le sepolture, databili tra il V secolo a.C. e il V secolo d.C., includono inumazioni e incinerazioni del II-III secolo a.C. Al di sotto, i ricercatori hanno trovato tracce di frequentazione risalenti al VI-V secolo a.C., un risultato cruciale per comprendere la topografia e l’organizzazione degli spazi nella città antica.
Gli scavi in provincia
Mistretta e Novara di Sicilia sono altri due siti archeologici di primissimo piano per la provincia. Nel primo centro, importanti indagini archeologiche sono state condotte nel castello medievale. A Novara di Sicilia, l’Università di Catania ha invece condotto scavi che hanno arricchito le conoscenze sul passato della regione.
Spazio anche per le Eolie, con l’isola di Stromboli che è stata oggetto di ricerche dell’American Numismatic Society: studi fondamentali per svelare nuovi aspetti della vita nell’arcipelago eoliano. Interessante anche la mostra “Archeologia dei Nebrodi”, che ospita 549 reperti provenienti da siti chiave come Haluntium (San Marco d’Alunzio), Apollonia (San Fratello) e Kale Aktè (Caronia). Tra gli oggetti esposti spiccano ceramiche, monete e utensili che testimoniano la complessità culturale della regione, dalla colonizzazione greca fino all’età ellenistica.
A Milazzo alcune delle scoperte più rilevanti per tutto il territorio. Il recente ritrovamento di una stele in caratteri calcidesi nella necropoli dell’antica Mylai ha riacceso l’interesse per un sito che continua a rivelare dettagli preziosi sul passato ellenico della regione. Situata nella zona a sud-est della città moderna, questa necropoli risale al periodo della colonizzazione greca della Sicilia, tra l’VIII e il VII secolo a.C. La scoperta della stele in caratteri calcidesi – ancora in fase di traduzione – è particolarmente significativa, poiché rappresenta una rara testimonianza scritta che potrebbe gettare nuova luce sulla lingua e la cultura delle prime colonie greche.
Sempre nell’area mamertina gli archeologi hanno poi rinvenuto tombe a fossa e a camera, spesso corredate di corredi funerari che includono ceramiche decorate, monili e strumenti di uso quotidiano. Questi reperti testimoniano l’importanza di Milazzo come crocevia commerciale e culturale tra il mondo greco e le popolazioni autoctone della Sicilia.
Non distante da Tindari sorgono i reperti di Tripi, sempre nella zona nebroidea. Qui sorge il sito archeologico di Abakainon, a due passi dall’Argimusco, la “Stonehenge siciliana”. Le campagne di scavo condotte tra il 2019 e il 2024 hanno portato alla luce una stoà di età ellenistico-romana, caratterizzata da mura in blocchi squadrati e un complesso sistema di canalizzazione per il deflusso delle acque provenienti dalla collina retrostante.
Come anticipato in precedenza, c’è anche Tusa tra i luoghi nei quali proseguono gli scavi. Fondata nel 403 a.C., qui sorge Halaesa Arconidea. Il sito conserva resti di edifici pubblici, abitazioni e un sistema di complesse fortificazioni poste su un crine della montagna. Le campagne di scavo hanno riportato alla luce una struttura termale con mosaici, il “ponte Riggieri” e la torre Migaido, testimonianze dell’importanza strategica e commerciale della città in epoca antica.
I siti archeologici dell’area peloritana, un patrimonio da valorizzare
Quelle appena descritte sono soltanto alcune delle scoperte degli ultimi anni che dimostrano quanto sia importante investire nella tutela e nella valorizzazione dei beni culturali siciliani, ma anche quanto sia opportuno tentare di “delocalizzare” i flussi turistici dalle mete più battute – e remunerative – di Taormina, Agrigento e Siracusa.
Messina e la sua provincia, con i tesori archeologici dislocati tra i confini con Catania e Palermo, rappresenta un patrimonio inestimabile che merita di essere conosciuto e apprezzato, non solo dagli studiosi, ma anche dal grande pubblico. Resta in tal senso centrale il ruolo di rilancio generale che passerà anche attraverso il prezioso lavoro della Soprintendenza per far sì che la provincia possa sempre più ergersi a punto di riferimento per l’archeologia nell’area del Mediterraneo.