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Smart working, la Sicilia sotto la media nazionale

Smart working, la Sicilia sotto la media nazionale

Dopo la pandemia sempre più realtà fanno uso dello smart working, ma nell’Isola i dati rimangono bassi

PALERMO – Mentre il resto del Paese tenta di stabilizzare il lavoro agile come nuovo standard di vita, la Sicilia fatica a tenere il passo, evidenziando un divario digitale e strutturale ancora profondo. Secondo gli ultimi dati Istat sul censimento permanente, nell’Isola solo il 9,4% degli occupati ha svolto almeno un giorno di lavoro da remoto. Un dato che scende ulteriormente se si guarda alla provincia di Enna, che con appena il 5,8% di lavoratori agili si attesta come la realtà meno connessa dell’intera Penisola. Anche tra i grandi centri urbani, Messina chiude la classifica nazionale dei comuni con oltre 150 mila abitanti, fermandosi a una quota del 9,4%. Poco meglio fa Catania con il 10,7%, mentre Palermo si conferma il polo più dinamico della regione raggiungendo il 13,4%, sfiorando la media nazionale.

Il confronto con il Centro-Nord

Il contrasto con le regioni del Centro-Nord è netto. Se la Sicilia e la Sardegna si attestano su una media del 9,7%, il Nord-Est guida la classifica nazionale con il 17,1%, seguito dal Centro al 16,1%. Il Lazio è la prima regione d’Italia con il 21,5% di smart worker, trainato da Roma che sfiora il 30%. In Lombardia (18,6%) spicca il caso di Milano, dove quasi quattro occupati su dieci (38,3%) lavorano regolarmente da casa o in modalità agile.

L’evoluzione dello smart working in Italia

A livello nazionale, lo smart working sembra aver trovato un punto di equilibrio dopo la tempesta pandemica. Il 13,8% degli occupati italiani (circa 3,4 milioni di persone) ha lavorato da remoto. Si tratta di una quota quasi triplicata rispetto al modesto 4,8% del 2019, l’anno precedente all’emergenza sanitaria. Tuttavia, il dato è in leggera flessione rispetto al picco del 15,1% registrato nel 2021, segnale di un rientro parziale negli uffici dopo la fine delle restrizioni.

Il confronto con la media europea

Nonostante il balzo in avanti, l’Italia resta comunque indietro rispetto alla media europea: in quest’ultimo censimento il nostro Paese ha registrato un 5,9% di lavoratori che operano “abitualmente” da casa, contro una media Ue del 9,1% e punte che superano il 20% in Finlandia e Irlanda.

I settori dove cresce il lavoro agile

L’analisi del documento Istat evidenzia come il lavoro agile sia una prerogativa delle professioni più qualificate e dei settori tecnologici. In Italia, il 60,2% di chi lavora nei “Servizi di informazione e comunicazione” e il 43,7% di chi opera in ambito finanziario e assicurativo ha adottato lo smart working. Al contrario, in settori come l’agricoltura (4,1%), la ristorazione (3,8%) o la sanità (5,7%), la presenza fisica resta indispensabile.

Il peso del titolo di studio nello smart working

Un fattore determinante è il titolo di studio: tra i laureati, il 29% ha sperimentato il lavoro a distanza. Ma anche in questo caso la Sicilia mostra un deficit preoccupante: nell’Isola solo il 18,4% dei laureati lavora in smart working, contro il quasi 40% di Lombardia e Lazio. Addirittura a Enna solo un laureato su dieci (10,8%) ha accesso a questa modalità lavorativa, segno che le competenze elevate non sempre trovano uno sbocco digitale nelle aziende locali.

Differenze di genere nel lavoro da remoto

Il lavoro agile in Italia è più diffuso tra le donne (15,2%) rispetto agli uomini (12,7%). Questa differenza si accentua al Sud: a Napoli, per esempio, le donne in smart working sono il 20,3% contro il 12,6% degli uomini. Lo strumento viene percepito come fondamentale per conciliare vita privata e professionale, riducendo tempi e costi di spostamento.

Le fasce d’età più coinvolte nello smart working

Dal punto di vista anagrafico, i più attivi sono i “giovani adulti” tra i 30 e i 49 anni (15,1%), ovvero la fascia di popolazione più stabilmente inserita nel mercato del lavoro e dotata di buone competenze digitali. I più giovani (under 30) e i lavoratori più esperti (over 50) si attestano invece su percentuali leggermente inferiori (circa 12,5%).

La sfida dello smart working in Sicilia

In conclusione, se per le città del Nord lo smart working è diventato un elemento strutturale di modernizzazione urbana e sostenibilità, per la Sicilia la strada è ancora in salita. La sfida per il futuro dell’Isola non sarà solo tecnologica, ma culturale e organizzativa, per evitare che la rivoluzione digitale rimanga confinata oltre lo Stretto.